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Parallelismo Procura di Caltagirone e inquinamento selvaggio: i magistrati siracusani potrebbero essere chiamati a rispondere dei danni

Negli ambienti giudiziari romani per alcuni giuristi la Procura della Repubblica di Siracusa, così come di tutte le altre zone inquinate, potrebbe essere chiamata a rispondere dei danni subiti in 50anni d’inquinamento selvaggio dalla popolazione residente nei comuni viciniori al Polo petrolchimico siracusano, alla stregua dei Pm di Caltagirone. Il riferimento è a quella donna uccisa dal marito nel 2007, dopo un lungo calvario e che denunciò il consorte per ben dodici volte inutilmente. “Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”, con queste parole Marianna Manduca si rivolgeva inutilmente ai magistrati della Procura di Caltagirone con urla di disperazione, rimaste purtroppo inascoltate poco prima di essere uccisa dal marito, Saverio Nolfo, con sei coltellate al petto e all’addome il 4 ottobre del 2007 a Palagonia.

Per similitudine, nonostante le centinaia di denunce di associazioni e di privati cittadini, sindaci, istituzioni, migliaia di articoli di giornali iniziate oltre 30anni or sono, la zona industriale siracusana ha continuato a essere colpita dall’inquinamento industriale selvaggio e fuori controllo, provocando morte e dolore. Già alcuni legali siracusani stanno studiando una sorta class action, chiedendo l’ammissione di responsabilità per i pubblici ministeri che si sono succedute nel tempo a Siracusa, ai vertici della Procura di Messina competente per territorio; lo stesso Ufficio del Pm e stesso Tribunale, dove nei giorni scorsi è stata depositata la sentenza riconoscendo la piena responsabilità dei fatti accaduti negli ultimi sei mesi di vita di Marianna. Un lungo processo in cui si sono alternati vari ricorsi, ma che oggi ha un epilogo e un principio giuridico che farà discutere e che avrà sviluppi non indifferenti nella vita giudiziaria, politica e sociale italiana.

L’antefatto storico e l’ammissione delle responsabilità di una delle industrie del petrolchimico di Priolo, Melilli, Villasmundo, Città Giardino, Augusta, Siracusa e la frazione di Belvedere, in una delle inchieste giudiziarie contro l’inquinamento selvaggio delle industrie più dirompenti in Italia: “Mare Rosso”. Fu un impegno davvero notevole per gli inquirenti della Procura della Repubblica di Siracusa e gli investigatori della guardia di finanza. E tutto questo, come dirà a caldo nella conferenza stampa il procuratore capo di allora, Roberto Campisi: “…con grande disprezzo della vita umana nello smaltimento dei rifiuti con tanta arroganza e un’inaccettabile logica”.
Nel mese di gennaio dell’anno 2003 scattò quell’operazione denominata “Mare Rosso” (famosa anche per essere stata la madre di tutti i veleni alla Procura di Siracusa), definita una delle più clamorose d’Europa, nel triangolo industriale di Priolo, Augusta, Melilli, denominata “Mare Rosso”, portata a termine dalla Guardia di finanza al comando dell’allora il colonello Giovanni Monterosso, coordinata dal procuratore capo della Repubblica di Siracusa del tempo Roberto Campisi e condotta dal pm Maurizio Musco.

Dallo scandalo, con le speranze per la salute dei cittadini, al peggio attuale dove non c’è fine. Furono arrestate diciassette persone tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem, poi diventato Syndial, tra i quali, il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme a un funzionario della Provincia regionale di Siracusa preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.
Il principale capo d’imputazione contestato agli accusati dalla Procura della Repubblica di Siracusa è stato il delitto ambientale per aver costituito una “associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d’ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio”. Secondo l’accusa il mercurio scaricato nei tombini delle condotte di raccolta delle acque piovane e da lì finiva in mare per risparmiare sullo smaltimento. Un’altra via per liberarsi illegalmente dei rifiuti, secondo gli inquirenti, era quella della falsa classificazione e dei falsi certificati di analisi: in questo caso lo smaltimento avveniva in discariche autorizzate, ma non idonee a raccogliere quel genere di rifiuti.
Nel frattempo era partito, stranamente, un altro filone d’indagini a carico della Montedison, proprietaria dell’impianto di Cloro Soda che, a leggere alcuni documenti segreti ritrovati all’interno degli archivi della stessa società, dal 1958 al 1980 la Montedison Spa, ormai chiusa da anni, avrebbe scaricato in mare oltre 500 tonnellate di mercurio. La scoperta bastò (sempre stranamente) a far decadere buona parte delle accuse all’Enichem dell’indagine denominata “Mare Rosso”, in particolare l’associazione per delinquere, l’avvelenamento doloso del mare e del pesce, le lesioni personali per le malformazioni neonatali. Restava solo il traffico illecito dei rifiuti. Ma si ripresentava il fantasma malformazioni e tumori oltre la media. Nei dintorni del petrolchimico delle città di Siracusa, Priolo, Melilli e Augusta i morti di tumore sono oltre il 10 per cento in più rispetto al resto della Sicilia, e superano il 20 per cento quelli per tumore al polmone. Nel 1990 scattò anche l’allarme malformazioni genetiche. Nel 2000 ad Augusta il 5,6 per cento dei bambini è nato con malformazioni, cinque volte in più della media nazionale. Diffusissima l’ipospadia, una malformazione congenita dell’apparato genitale, che ad Augusta colpì il 132 per mille dei nati. Numeri che a oggi non hanno ancora trovato una causa specifica per la legge. Mancava il nesso causale, la dimostrazione che i tumori e le malformazioni genetiche derivino dall’inquinamento delle industrie, ma i periti nominati dal procuratore Roberto Campisi confermarono il nesso. La riconferma arriva dopo pochi giorni dall’Enichem, che decide spontaneamente (?) di risarcire le famiglie colpite: paga senza fiatare ben undici milioni di euro per 101 casi di bambini nati con malformazioni genetiche. I vertici dell’Enichem sotto la pressione giudiziaria, nonostante fosse caduta l’accusa delle lesioni per le malformazioni, decisero di corrispondere le somme quantificate dagli avvocati dell’Enichem e da quelli delle famiglie dei bambini malformati (altro mistero) e alle donne che avevano preferito abortire prima della nascita di un figlio destinato a nascere malformato, un rimborso variabile in base alla gravità della malformazione, tra i quindici mila e un milione di euro. Un caso unico, dove una società gravemente accusata, poi prosciolta, decide di risarcire le vittime di un inquinamento considerato selvaggio, fuori controllo. La domanda: Perché oggi cos’è?

I giuristi romani nello studio del parallelismo nella risoluzione dei casi giudiziari a loro variamente posti, nell’affrontare questioni “similari” si comportavano in modo sensibilmente diverso da come faranno molti secoli dopo i giuristi moderni. L’approccio allo studio del “caso” e del “fatto” è del tutto libero da quella pregiudiziale ricerca della giustizia-verità. L’indispensabile processo di selezione che si deve svolgere innegabilmente per intuito; ma si tratta di un intuito oltremodo colto, affinato da anni di militanza professionale, nell’ambito della consulenza data ai privati, nonché dallo studio attento dell’esperienza giurisprudenziale altrui, che deve appartenere ad un passato anche remoto o all’epoca contemporanea, sia stata essa affidata ad opere scritte o semplicemente tramandata in orientamenti interpretativi consolidatisi di volta in volta, e quindi senz’altro conoscibili oggi a noi contemporanei.

Quello che occorre è la ribellione delle coscienze ormai abuliche e conformate alla rassegnazione del destino dei vinti, dove le lobby della chimica e della raffinazione hanno vinto sempre facilmente contro il popolo sovrano onesto, mettendo sul tavolo del gioco le carte truccate della corruzione che appare, paradossalmente, l’anima di questa nostra strana e confusa democrazia parlamentare.

Concetto Alota

 

 

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