Google+

Petrolchimico: industrie e sindacati s’interrogano sul futuro della zona industriale, tra il silenzio e il fallimento della politica.

La sola cabina di regia costituita in Prefettura per far fronte a tutte alle vertenze calde nel polo petrolchimico siracusano, potrebbe non bastare a risolvere i gravi problemi che attanagliano le industrie e i lavoratoti addetti in un destino comune e crudele dettato dalla globalizzazione. L’incontro del Prefetto con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Roberto Alosi, Paolo Sanzaro e Stefano Munafò, rimane un atto di buona volontà istituzionale, ma la crisi non consente margini di manovra. Anche Confindustria ha definito positivamente l’iniziativa finalizzata alla concertazione delle parti in causa; ma appare, di fatto, un palliativo.

L’industria della raffinazione tradizionale è ormai giunta al capolinea. Riduzione dei consumi e la pressione competitiva internazionale e il rispetto dell’ambiente, registrano l’esigenza di rivedere il sistema ormai vecchio e non più produttivo. Da circa dieci anni si è registrato un vero e proprio tracollo. La riduzione in tutta l’area europea registrata supera il 20%, e in Italia addirittura il 33%. Le perdite economiche a causa di un surplus europeo di oltre 120 milioni di tonnellate di raffinato, mentre le raffinerie in Europa annotano crescenti pressioni competitive da parte degli operatori americani, mediorientali e russi avvantaggiati da minori costi energetici e di approvvigionamento, aumenti economici di scala e maggiore integrazione con la petrolchimica.

La raffinazione europea è inoltre alle prese con le sfide lanciate dall’Unione Europea stessa. E, al di là del dibattito sulla tutela dell’ambiente, nessun può indicare i prossimi stabilimenti che chiuderanno, ma è certo che tutte le raffinerie italiane sono in profonda difficoltà e tante altre ancora dovranno a breve termine abbandonare la produzione. I trenta chilometri di costa che da Siracusa arrivano fino ad Augusta, dove insistono le industrie del petrolchimico, sono destinati a diventare un deserto inquinato, dove mare e terra se non bonificate saranno un inferno che continuerà a far morti e malati. Il fatto positivo potrebbe essere che lo scenario disegnato più volte negativamente nella realizzazione di un grande deposito costiero di prodotti petroliferi nella zona industriale siracusana, potrebbe cambiare gli scenari con l’arrivo degli algerini dopo il subentro strategico nella proprietà della raffineria Esso. Ma in tal senso insistono l’assenza e il silenzio assoluto della politica e delle istituzioni e lo scenario non cambia né a Gela né a Milazzo. In Sicilia, non per scelta del governo siciliano, ma sono i Paesi produttori che trovano sempre meno conveniente raffinare il petrolio nell’Isola, dove tutti gli indicatori economici sono negativi: a picco il Pil, calano i consumi, aumenta la disoccupazione e sempre meno credito disponibile per le imprese. Gli algerini secondo le notizie che arrivano dagli ambienti industriali internazionali, hanno fatto una scelta strategica; in cambio della Raffineria di Augusta, tra le più importanti dell’Europa del Sud, hanno permutato un numero indefinito di pozzi di petrolio per un lungo periodo e un contratto multiplo di fornitura di benzine, gasolio e olio lubrificante. Ma rimane il grave problema dell’inquinamento; senza un cospicuo e deciso investimento e ammodernamento degli impianti, oltre che di una politica a difesa dell’ambiente, diventa difficile conciliare profitto e salute.

La chiusura della raffineria dell’Eni di Gela, fu l’epilogo della ferrea legge produzione-inquinamento-profitto. Dopo oltre mezzo secolo, l’era del petrolio tramonta, e Gela si ritrova a vivere in una pericolosa incertezza economica. Ma non si può avere l’ambiente pulito e tenere le raffinerie che inquinano in marcia. Una fase di stagnazione economica che induce le famiglie a lasciare la città per cercare fortuna altrove, cosa che sta succedendo anche nei comuni industriali per il calo precipitoso dell’occupazione. Il protocollo sulla riconversione della vecchia raffineria di Gela in bioraffineria ha viaggiato secondo ritmi che mal si sposano con le esigenze di un territorio che ha visto crollare il pilastro della sua economia industriale; la quiete dopo la tempesta. I lavori partiti nell’aprile del 2016 porteranno alla realizzazione della Green Refinery mentre l’avvio dell’impianto è previsto entro la fine del 2018, salvo ripensamenti. Soffre l’indotto senza le commesse dell’Eni e le maestranze specializzate che non riescono più a trovare occupazione nel sito industriale, così come nel petrolchimico siracusano. La Chiusura di Gela non è una vittoria diretta degli ambientalisti e in generale dei movimenti che, da decenni, si battono giustamente contro l’inquinamento ambientale di queste città della Sicilia, così come di Priolo, Melilli, Augusta e Milazzo. Sono le condizioni economiche generali, internazionali, globali, che rendono sempre più diseconomica la raffinazione del grezzo nell’Isola. L’aspetto negativo è che la Sicilia perde l’economia, quella forte che crea reddito. Il lato positivo è che si libera, piano piano, della raffinazione del petrolio, attività che, nel corso dei decenni passati, ha massacrato l’ambiente siciliano a più non posso.

Le grandi compagnie preferiscono trasportare il prodotto finito piuttosto che il greggio da raffinare, razionalizzando i costi e riducendone l’incidenza sui prodotti finali. Questa tendenza, come già accennato, rischia di mettere tendenzialmente fuori mercato i tre poli di raffinazione siciliani e cioè Gela, Priolo-Augusta e Milazzo. Per la zona industriale siracusana non ci sono certezze, se non il solo fatto che la raffineria di Augusta Esso è passata in mano agli algerini.

Anche per la vicenda della Versalis di Eni a Priolo, dopo aver esultato per il fallimento della cessione al fondo americano S.K. della società che gestisce la chimica italiana, ora i conti non quadrano più. E se da un lato Eni dice di non voler vendere per il momento il gioiello di famiglia della chimica, dall’altro, però, i mediatori internazionali hanno continuarono a cercare partner a cui cedere la maggioranza delle azioni di Versali in tutto il mondo. Anche per lo storico accordo su Versalis degli Anni passati si gridava alla vittoria; ma è rimasto lettera morta.

Rimane l’altra incognita chiamata Isab, della raffineria con circa 1000 addetti, di proprietà della russa Lukoil, comprata dalla famiglia Garrone con impressionante tempismo, al culmine del prezzo del petrolio, per quasi due miliardi di euro e che ora i russi vorrebbero vendere (ma non svendere).

Il futuro della zona industriale siracusana è in mano alla politica regionale e locale; ma a ben vedere e a ben sentire, a dominare è il desolante scenario del conveniente silenzio.

Concetto Alota

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*