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Petrolchimico siracusano: incidente di Bologna, disastro Bhopal, scoppio Icam e il rischio effetto domino

A Bhopal in india nelle prime ore del mattino del 3 dicembre 1984 dallo stabilimento dell’Union Carbide India Limited, una cisterna di oltre 40 tonnellate di ’isocianato’ di metile esplodeva riversando nella città indiana di Bhopal una nube tossica di oltre trenta chilometri quadrati che provocò la morte immediata di migliaia di persone (3800, 8000, 15000 secondo fonti contrastanti) e altre migliaia di vittime successive strettamente legate all’evento. Secondo uno studio pubblicato da Amnesty International, che si è a lungo occupata di questo tema, nel 2004, le persone affette da malattie legate all’incidente ammontavano a 100 mila. Il disastro di Bhopal è considerato il peggiore incidente industriale mai avvenuto.

Ieri a Bologna un morto e 55 feriti di cui 14 sono gravi è il bilancio del violento incendio avvenuto sul ponte dell’autostrada sul raccordo di Casalecchio, a Borgo Panigale, innescato da un incidente stradale in tangenziale fra un’autocisterna e alcune auto. Il ponte dell’Autostrada è parzialmente crollato. Un forte boato ha creato il panico che è stato avvertito in mezza città e un’alta colonna di fumo e alcuni feriti sono stati colpiti dai detriti.

Nel 2016 un violento incendio scoppiato nella raffineria di Sannazzaro a Pavia, dove un operaio è rimasto intossicato e il comune ha invitato i cittadini a chiudersi in casa, mentre gli operai si sono rifugiati nei bunker antincendio; fatto grave che pone l’attenzione in tutti gli agglomerati urbani, dove insistono impianti ad altro rischio per l’effetto domino, che per fortuna stavolta non c’è stato. La paura nel circondario per quel violento incendio che si è sprigionato è stata tanta. Le immagini subito diffuse sul social hanno mostrato fiamme altissime e una densa colonna di fumo. Nessuno è rimasto ferito, a parte un operaio che scappando ha riportato una contusione al ginocchio e un altro intossicato. Paura e preoccupazione. Ma sono ancora tutte da verificare le case dell’incendio e le conseguenze ambientali e per chi ha respirato il fumo, anche se l’Eni in una nota chiarisce che dai primi rilievi compiuti dalle autorità locali competenti, non risultano nell’aria particolari concentrazioni di sostanze inquinanti. E’ uno dei più grossi incidenti che si siano mai verificati in questo impianto. Ma non è il primo, infatti, nel luglio scorso si sono verificati due simili, e in uno dei due un operaio era rimasto ferito.

Il treno che trasportava gas scoppia. Nella strage di Viareggio furono 32 le vittime. (nella foto)

Una sera di caldo afoso a Viareggio; era il 29 giugno 2009, alle ore 23 e 48 sera d’estate. Il treno 50325 è in ritardo. Partito da Trecate (Novara) deve raggiungere Gricignano (Caserta). Porta quattordici cisterne cariche di Gpl. Ciascuna contiene 35mila litri di gas liquido. Viaggia, alla velocità di 90 chilometri l’ora: la velocità consentita è fino a 100. Attimi. Al treno si rompe qualcosa, esce dai binari prima di entrare nella stazione di Viareggio. Schizzano i sassi, “friggono” le scintille. Il capostazione fa appena in tempo a realizzare che va dato l’allarme subito. Ma prima vanno fermati altri due treni, che viaggiano da Nord a Sud e viceversa e rischiano di incrociare le quattordici cisterne fuori controllo.

Schianto alla Stazione che va in tilt. I vagoni distesi sui binari, sotto la storica passerella in ferro. La cisterna poco più avanti, all’altezza della Croce Verde. I macchinisti riescono a scendere, intuiscono e, tra il gas liquido,  raggiungono la strada, la sede dell’associazione di volontariato: «Date l’allarme…è pieno di gas…». In quel momento le esplosioni. Il boato e il cielo che si fa rosso. La nuvola azzurra della morte dai binari è entrata nelle case. Devastazione. Bruciano un passante in motorino al momento sbagliato. Bruciano le ambulanze della Croce Verde. Brucia via Ponchielli e la sua gente. Brucia il cuore di una città intera. Si è spezzato l’asse e la cisterna piena di gas è aperta. La cattiva manutenzione la causa. È un fatto di cronaca.

Sono solo pochi esempi del pericolo costante. E il pensiero nel nostro caso è rivolto subito alla zona del petrolchimico siracusano, dove i paesi più a rischio sono Augusta, Melilli, Priolo, Città Giardino e Siracusa. La vicinanza agli impianti degli agglomerati urbani non ha fatto dormire sonni tranquilli ai residenti. Insiste una responsabilità intrinseca, specie per la realizzazione dei centri commerciali di Città Giardino, così come l’espansione urbanistica di Priolo tutt’intorno alle industrie avvenuta in maniera del tutto fuori logica; disattesa la Direttiva Seveso-2 che regola la disciplina. Ci sono i parchi serbatoi, il Pontile dell’Isab a Scala Greca a due passi dalla periferia della città di Siracusa, con palazzi a meno di mille metri in linea d’aria; stessa cosa per i centri commerciali di Contrada Spalla a Città Giardino, dove ci sono i serbatoi del GPL della raffineria Isab Sud, così come gli impianti a due passi da Priolo. La Seveso-2 articola in tal senso la regola del divieto di costruzione nelle vicinanze degli impianti ad alto rischio, come le raffinerie, dove l’assembramento delle persone supera le cinquecento unità. E stavolta la colpa non è imputabile alla proprietà delle raffinerie poiché gli impianti esistevano già quando si sono realizzati i centri commerciali e le costruzioni per civili abitazioni a Città Giardino.

Insomma, ancora una volta il nervo scoperto trova il connubio nella politica degli affari. Il silenzio poi durante la costruzione di quei centri commerciali e la speculazione edilizia scaturita, hanno fatto il resto; ma l’Erg, allora proprietaria della raffineria, poteva in autotutela denunciare i fatti e non l’ha fatto. Chissà perché.

La sicurezza del lavoro. Le manutenzioni a regola d’arte degli impianti industriali hanno un costo, così come tutta l’organizzazione del lavoro efficiente e a norma di legge nella sua generalità, ma abbassano il profitto; ed ecco perché logica vuole che occorre tagliare le spese per aumentare il guadagno.

Nella cosiddetta logica del profitto si vede nell’invenzione delle macchine e nella loro applicazione ai processi produttivi, qualcosa che sta in radicale contrasto con l’universalità del lavoro umano e col suo dominio spirituale sull’intera natura. Introducendo le macchine, gli impianti di produzione in generale, come mediatore fra sé e la natura, l’uomo in un certo senso mette in atto un’astuzia contro la logica della stessa vita. Ma questo inganno gli si ritorce contro, perché egli si avvantaggia sull’evoluzione naturale, quanto più assoggetta, tanto più egli diventa sottomesso. Attraverso gli impianti di produzione industriale a ciclo continuo, l’uomo fa lavorare per sé l’energia della natura, il petrolio, il gas, l’acqua, l’aria, eccetera. Ma così egli non volge più a essa in modo vivente, come una qualcosa che vive, e il lavoro diventa sempre più meccanico, escludendo sempre più addetti dai cicli industriali. Si capisce come, quale frantumazione e parcellizzazione di esso, appaiano come la più completa negazione del suo carattere sociale e universale, e dunque come qualcosa che deve semplicemente essere tenuto sotto controllo da altri uomini per limitarne gli effetti negativi, nocivi.

L’utile è dunque rapportato alle parti in causa. L’utile economico ricavato dall’attività imprenditoriale, inteso come eccedenza del totale dei ricavi e dei costi che si raffronta con l’intera gestione in generale dell’azienda contro gli interessi della collettività. La premessa insiste su tutta le tematiche degli incidenti nel Petrolchimico siracusano, così come in tutti i siti industriali del mondo.

La manutenzione degli impianti costa. Più sono vecchi, sempre più aumentano i costi e i rischi d’incidenti; ecco perché le squadre della manutenzione interna negli stabilimenti sono scomparse e non ci sono più, e i lavori concessi in sub-appalto a ditte esterne con prezzi risicati, quindi a rischio, per la poca conoscenza degli impianti, che per la specifica specializzazione e la mancanza di esperienza e il continuo avvicendamento di tecnici. Secondo logica, tutto quello che ha un costo, deve essere eliminato, o perlomeno portarlo al minimo consentito che è difficile stabilire, poiché si scontra con la logica della sicurezza degli impianti, e quindi della vita umana. Fu la logica scoperta dal sostituto procuratore della Repubblica Maurizio Musco, quando iniziò a scavare seriamente nei segreti degli incidenti in tutta la zona industriale siracusana; e ancor prima di lui il pretore di Augusta Condorelli, che riuscì a capire e a collegare le due azioni che gli industriali senza scrupoli avevano messo in atto prima dell’entrata in vigore della legge Merli: più inquinamento più produzione e meno costi; ma questo fu causato dal mancato intervento del legislatore che rimane da sempre l’alleato numero uno delle lobby della chimica e della raffinazione.

La crisi del mercato mondiale. La logica della globalizzazione, gli impianti vecchi e superati, dal punto di vista tecnico-produttivo, con continue manutenzioni, l’adeguamento delle normative di sicurezza che gli standard europei impongono e porta a pensare che in una logica del profitto tutto è ammesso, eliminando tutto ciò che poteva sembrare una spesa inutile, e che per le aziende è stato giusto attuare. Così nel giro di pochi anni furono eliminate tante manutenzioni preventive, personale e le officine interne del Petrolchimico, terziarizzando così tutti i lavori a ditte esterne, come manutenzioni e servizi, ma anche tanti altri lavori. E se da un lato il risparmio era visibile, la sicurezza diventò una scelta. Tutto si tramutò in una condizione indiretta, compresa la responsabilità civile e penale per certi aspetti.

LA MEMORIA. IL 19 MAGGIO DEL 1985 SCOPPIA L’IMPIANTO ICAM NELLA ZONA INDUSTRIALE DI SIRACUSA

L’inizio del dramma. Gli incidenti cominciarono a farsi sentire presto e con un ritmo incalzante, con tanti morti e tanti feriti. Qualcuno tentò di gettar acqua sul fuoco e si parlò di pura casualità, ma la magistratura ordinò le perizie tecniche che provarono che tanti incidenti erano da ricercare nella cattiva manutenzione degli impianti difettosi. Si trattava il più delle volte della fretta, dove la manutenzione periodica non era eseguita secondo le schede tecniche di riferimento.

Alle 23, 20 il cielo del Polo petrolchimico siracusano si tinge di un giallo rossastro. Una palla di fuoco alta 600 metri, (quattro volte l’altezza della ciminiera dell’ ICAM) copriva parte della zona industriale e del porto di Augusta; i rottami incandescenti scagliati a diverse centinaia di metri sfiorarono fra l’altro un incrociatore della Marina Militare italiana con il suo carico di missili fermo ad appena 200 metri dal luogo del disastro, a ridosso del pontile della Nato. Una dopo l’altra cinque esplosioni svegliarono le genti di Augusta, Priolo e Melilli. Angoscia e paura mentre il gioiello di famiglia dell’Icam brucia; scoppiano due serbatoi di etilene e il fuoco si vede anche dai paesini dell’Etna. Una donna muore di crepacuore; sei operai restano feriti; Melilli e Priolo si svuotano nel giro di due o tre ore. Il fuoco durò tutta la notte e solo all’alba trovò la quiete. Tra frastuono delle sirene e le urla della gente nel panico, sembrò che il mondo crollasse da un momento all’altro. I ventuno operai di turno nell’impianto si salvano perché scappano in corsa dal fuoco presi dal panico. La protezione civile nel suo insieme fallì miseramente. Nessuno aveva capito, allora come ora, che il pericolo di un effetto domino potrebbe essere fatale; gli aspetti sono molteplici, ma è meglio che niente succeda nell’ambito di un territorio dove sono rinchiuse nei serbatoi migliaia di tonnellate di idrocarburi, benzina, gasolio e gas.

Il mercato crolla; i costi diventano proibitivi. Le lobby della chimica e della raffinazione puntano al risparmio.

La logica di risparmiare sulle manutenzioni aveva dato la sua risposta negativa nel volgere di un tempo relativamente breve. Pagare meno soldi in salari e stipendi, tecnici e ricambi, mentre prima erano presenti all’interno degli stabilimenti, reperibilità compresa, era un affare apparente solo per le aziende, ma la sicurezza era stata ridotta sotto il minimo consentito dalla logica. I Black-out e i fuori servizio diventarono più frequenti e a seguire prima nella centrale elettrica dell’Agip Petroli, e poi dell’Enel, che coinvolse gli impianti dell’Isab-Erg in un fuori servizio abbastanza copioso, per fortuna senza incidenti, ma con tanta paura per le popolazioni dei paesi viciniori agli impianti.

Neanche la logica della manutenzione degli impianti per tenerli efficienti diventa una favorevole condizione, ma il gioco diventò come una scommessa con il destino: tutto rimase invariato e all’insegna del risparmio. Gli incidenti dal punto di vista statistico aumentarono di circa il 25%, ma evidentemente il risparmio era rapportato per le aziende in positivo, tanto da decidere di continuare nella strada intrapresa, anche perché dal punto di vista giuridico, il tema rimane sempre quello dell’impunità per le leggi permissive che il legislatore in materia ha lasciato in favore degli industriali senza scrupoli, tutto profitto e niente cuore.

Gli incidenti si sono verificati a un ritmo quasi costante, ma in questo Stato di diritto, tanto elogiato, esiste una reale mancanza d’identità che si spingono altre regole e logiche, che investono direttamente gli addetti alla sicurezza nei due fronti: quello aziendale e quello sindacale. Per la legge si devono nominare i rispettivi rappresentanti della sicurezza nei luoghi di lavoro, è questo è stato fatto. Quello che non si capisce è il tempo trascorso in modo “tranquillo” dal momento in cui le aziende hanno cominciato a invertire la rotta sulle manutenzioni. Si parlò. Si discusse. Si denunciò, ma le proteste del sindacato rimasero carta straccia, una voce nel deserto. Gli industriali diventarono arroganti più che mai, riducendo le relazioni sindacali, un monologo, sotto la minaccia di licenziamenti, chiusura degli impianti, cassa integrazione, mobilità e via dicendo.

In quelle condizioni, neanche ai sensi di legge il problema si poteva risolvere. Ombre e dubbi tracciarono il cielo della zona industriale siracusana. Un impianto che funziona male uccide gli esseri umani e in diversi modi: inquina l’aria e produce il cancro, può causare un incidente con infortuni multipli, e nel caso dei serbatoi sfondati avvelena i pozzi dell’acqua potabile e costringe i cittadini ignari a bere acqua diluita con la benzina, il gasolio e i veleni. Industriali padroni della terra, del cielo e del mare, compresa l’acqua potabile che ci ha avvelenato sapendo di colpirci, come confermano le inchieste della magistratura inquirente. Sapevano che si potevano verificare infortuni anche mortali con scoppi e incendi negli impianti, ma tutto rimaneva nel segreto del profitto.

La vita dei lavoratori nelle fabbriche della morte non vale niente. Occorre riprendersi la dignità perduta, attivando le norme di legge, e quando occorrono le proteste in piazza; ma la crisi ci costringe a continuare a fare le pecore e i conigli, a renderci umili di fronte alla potenza del denaro delle multinazionali della chimica e della raffinazione. Il governo nazionale nell’ambito della sicurezza sui luoghi di lavoro stanziò nell’anno duemila e 600 miliardi per favorire le imprese nei programmi necessari per aumentare la sicurezza nei luoghi di lavoro ma tutto finì a tarallucci e vino.

Concetto Alota

 

 

 

 

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