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Siracusa, 35° anniversario della morte di Salvatore Raiti: una strage che si poteva evitare

LAPIDE A PALERMO DI SALVATORE RAITI

LA STORIA.

Sono passati 35anni da quella che è stata definita “la strage della circonvallazione”; l’attentato mafioso che fu messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo. L’efferato crimine era diretto contro il boss catanese Alfio Ferlito, mentre era trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell’agguato insieme ai tre carabinieri della scorta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio catanese.

Una strage che poteva essere evitata

“Quella strage poteva essere benissimo evitata; bastava servirsi di una macchina blindata e cambiare itinerario; tutti sapevano che il boss catanese Alfio Ferlito era ormai un bersaglio vivente”. Così a caldo le reazioni dei colleghi carabinieri e dei familiari delle vittime. Un patto di sangue legava già da qualche tempo la mafia catanese con le cosche mafiose palermitane. Il nemico numero uno di Alfio Ferlito era Nitto Santapaola, diventato fratello di sangue con Totò Riina. Interessi diffusi legati al racket della droga e quello delle armi. Un giro di miliardi ma anche di tanti morti ammazzati; nel 1981 in Sicilia in soli sei mesi ci furono oltre cento morti. L’ordine è tassativo: ammazzare. Il bersaglio di turno è il catanese Alfio Ferlito, 36 anni, metà della vita passata nel cuore del racket malavitoso del quartiere S. Cristoforo di Catania.

Le vittime di quella strage

Carabiniere Salvatore Raiti. Nato a Siracusa il 6 agosto 1962. Il 7 marzo 1981 si arruolò nell’Arma dei carabinieri; ammesso a frequentare il corso  d’istruzione presso   la scuola allievi carabinieri di Iglesias (CA). Al termine del ciclo formativo fu promosso carabiniere il 19 settembre 1981 e destinato l’11 ottobre successivo, alla Stazione carabinieri di Enna, dove restò fino al tragico 16 giugno 1982; atto di valore per il quale venne insignito della Medaglia d’Oro al valor civile “alla memoria”.

 

L’appuntato dei carabinieri, Silvano Franzolin. Nato a Pettorazza Grimani, Rovigo il 3 aprile 1941; il 18 novembre del 1959 si arruolò nell’Arma dei Carabinieri, ammesso a frequentare il corso d’istruzione presso la scuola allievi di Torino. Al termine del ciclo formativo integrato presso la scuola dell’Arma di Roma per il passaggio nel reparto a cavallo; fu promosso Carabiniere il 31 agosto 1960 e destinato il 30 novembre successivo al Gruppo squadroni a Cavallo di Roma. Prestò servizio presso le Stazioni Carabinieri di Brescia dal 30 giugno 1961, Butera, Caltanissetta, dall’8 marzo 1964, Calatafimi, Trapani, dal 17 ottobre 1964, Aidone, Enna, dal 7 settembre 1967, Tortorici, Messina, dal 21 marzo 1968, Maniace, Catania, dal 15 aprile 1970 e ad Enna dal 4 maggio 1979, dove restò fino al tragico 16 giugno 1982, data in cui compì l’atto di valore. Medaglia d’Oro al valor civile “alla memoria”.

Il carabiniere scelto, Luigi Di Barca, nato a Valguarnera, Enna, il 10 aprile 1957. Si arruolò nell’Arma dei carabinieri il 14 settembre 1974 e, dopo aver frequentato il corso d’istruzione presso la scuola allievi carabinieri di Roma, fu promosso carabiniere il 15 aprile 1975 e trasferito al reparto Comando della Legione Carabinieri di Catanzaro, dove prestò servizio fino al 20 maggio 1976, quando fu trasferito alla Stazione carabinieri di Riace, Catanzaro, dove restò fino al 2 dicembre 1980, quando venne assegnato alla stazione carabinieri di Catanzaro principale. In data 15 aprile 1981 ottenne la promozione a Carabiniere Scelto. Il 30 novembre 1981 fu destinato prima alla Legione carabinieri Messina e il successivo 4 dicembre al Nucleo operativo e radiomobile di Enna, dove prestò servizio fino al tragico 16 giugno 1982, quando perse la vita a seguito dell’agguato mafioso. Per il valore dimostrato, fu insignito della Medaglia d’Oro al valor civile “alla memoria”.

Nell’agguato morì anche il giovane Giuseppe Di Lavore, 27 anni, autista della ditta privata del padre che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito proprio quel giorno il padre. Ebbe la medaglia d’oro al valor civile.

Ma chi era davvero quel boss che per ucciderlo furono sacrificati tre giovani carabinieri e un giovane autista che quel giorno sostituì il padre nel lavoro? Era un emergente boss della mafia catanese e si chiamava Alfio Ferlito. Quando viveva a Milano venne catturato con un carico di un miliardo di hashish e viaggiava in una Alfetta blindata. Insieme al suo fidato amico, Francesco Ferrera, 46 anni, detto “u cavadduzzu”, che avevano più volte tentato di ammazzare; quella strage di Palermo, che insieme al boss Ferlito ha fatto altre quattro vittime innocenti, era quindi facilmente prevedibile, quasi tecnicamente prevista; ma allora non c’era la banca dei dati, non c’era il coordinamento, ripetevano a caldo i poliziotti e i carabinieri arrabbiati. Tutti quei morti perché nessun pensò di destinare per la traduzione di Ferlito dal carcere di Enna a quello di Favignana, Trapani, una macchina blindata, qualcosa di più resistente, pesante e sicura di quella Mercedes malandata e di proprietà di Calogero Di Lavore, che aveva in appalto il trasferimento dei detenuti dal carcere di Enna, e che proprio quel giorno si era fatto sostituire dal proprio figlio Giuseppe, aiutante giudiziario presso il Tribunale di Caltanisetta, dopo aver ottenuto un giorno libero. Eppure, con le stesse modalità e assieme ad altri tre carabinieri trucidati un altro boss catanese, Angelo Pavone detto “faccia d’angelo”, venne rapito ed eliminato al casello autostradale di S. Gregorio soltanto un anno prima.

Una guerra senza feriti

Una storia criminale quella di Alfio Ferlito di tutto rispetto, ma un trasferimento nel momento sbagliato, segna la sua fine. “Bastava un coordinamento – insistono ancora colleghi e parenti – per mettere assieme semplicemente i ritagli dei giornali delle diverse città d’Italia, ormai base della grande organizzazione; il riferimento a quel Corrado Manfredi (stessa banda) ucciso un anno prima del delitto Ferlito alla stazione di Milano; e nel mese di agosto, Franco Romeo, trucidato in un bar di Catania; e i sei morti della grande strage di via degli Iris, in aprile. Una sequenza logica dei fatti con morti ammazzati, che portava dritto ad Alfio Ferlito”. E ancora. A Palermo, sul luogo dell’agguato il procuratore capo del capoluogo siciliano, Vincenzo Pajno, dichiarava: “È un delitto tutto catanese”. E a Catania alcuni investigatori facevano notare, invece, come un agguato come questo si programma, si prepara prima, se si vuol fare “in trasferta” a Palermo e in pieno giorno, nel cuore di una città capitale mondiale della mafia. Ma anche a Catania i mafiosi si scannavano tra loro. Da un lato il clan Ferlito divenuto più “debole” dopo l’arresto di Alfio Ferlito a Milano, e il clan dei Santapaola, cui si attribuisce il progetto di impossessarsi del mercato catanese del traffico della droga e del racket delle estorsioni. Quest’ultimo gruppo, secondo i rapporti di polizia e carabinieri, era già legato alle cosche mafiose palermitane della borgata di S. Lorenzo, il luogo dove è avvenuto l’agguato contro Ferlito e la scorta. Il traffico della droga chiama quello delle armi, così come le statistiche luttuose, dove si trovano le due principali città siciliane di Palermo e Catania quasi appaiate nei record della violenza: 57 morti ammazzati dall’inizio dell’anno 1981 a Palermo e 48 a Catania.

Il ruolo dei siracusani nelle stragi

La morte del generale-prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa e quella di Salvatore Raiti e dei morti della strage della circonvallazione, hanno parecchi fatti in comune. I sostituti procuratori della Repubblica di Palermo, Consoli e Signorino, titolari dell’inchiesta sulla morte di Dalla Chiesa, del triplice omicidio di via Carini, spiccarono, insieme a quelli noti, altri tre mandati di cattura contro i siracusani, Nunzio Salafia, Salvatore Genovese e Antonio Ragona. I tre erano furono catturati dalla Squadra Mobile di Palermo nelle campagne di Siracusa, quando alla Squadra Mobile della Questura di Siracusa c’era a capo il dottor Angelo Migliore, e dove la polizia sarebbe andata su precisa “imbeccata”. Dopo la cattura, il giudice istruttore, Giovanni Falcone, incriminò tutti per la strage della circonvallazione, assieme al boss catanese Benedetto, detto “Nitto”, Santapaola e al killer calabrese Nicola Alvaro. Insomma lo stesso commando che, dopo aver assassinato il nemico del clan Santapaola, Alfio Ferlito, avrebbe atteso la sera del 3 settembre del 1982 nella penombra di via Carini l’auto del prefetto di Palermo. Con la stessa tecnica operativa e identico uso del micidiale fucile mitragliatore di fabbricazione sovietica “Kalashnokov” arrivato in Sicilia, e che faceva parte di un’intera partita, via mare da Beirut in Libano, e importato da un commerciante insospettabile di Siracusa. Il sospetto che anche un altro siracusano, Armando Di Natale, originario di Augusta, avesse fatto parte del gruppo di fuoco che aveva massacrato Alfio Ferlito e la scorta, compreso Salvatore Raiti, sulla circonvallazione di Palermo, per gli inquirenti era verosimile, ma non c’erano prove. E non è da escludere che avesse pure partecipato all’agguato di via Carini per l’uccisione del Prefetto Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di polizia. Contro Armando Di Natale il giudice Giovanni Falcone pochi giorni prima della sua esecuzione sull’autostrada aveva emesso un ordine di cattura in concorso con Santapaola, Salafia, Genovese e Ragona, quest’ultimo arrestato pochi giorni prima a Torino, dove sembra che anche lui avrebbe cominciato a parlare dei fatti e a fornire una collaborazione; ma tutti, insieme ad altri quali esecutori materiale della strage, nel nel maxi processo alla mafia, per l’agguato sia al Prefetto Dalla Chiesa, così come per la strage della circonvallazione di Palermo, Nunzio Salafia, Salvatore Genovese, mentre per Armando Di Natale fu chiesto il non luogo a procedere per avvenuta morte, furono prosciolti per “la dimostrata insufficienza degli elementi a loro carico” e non per l’accertata estraneità delle due stragi. Al proprio figlio coraggioso, martire innocente, la città di Siracusa ha titolato una strada nel quartiere della Pizzuta al carabiniere Medaglia d’Oro al valor Civile “alla memoria” Salvatore Raiti, vittima della mafia.

Concetto Alota

 

 

 

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