Google+
mare rosoos

Siracusa. Inquinamento industriale tra veleni, silenzi, connubi e inchieste da archiviare

 

Mentre ad Augusta Don Palmiro Prisutto continua nella conta dei morti tra il dolore e la disperazione, il Polo petrolchimico di Priolo registra cinquant’anni di ritardi, di silenzi e di connubi. Da oltre trent’anni denunce e inchieste della Procura di Siracusa rimangono senza indagati e senza colpevoli e le “carte” sono tenute a lungo nel cassetto per finire nello scaffale dei fascicoli da archiviare, mentre l’inquinamento e i veleni mietono vittime ogni giorno. La contaminazione si propaga sinistra nei paesi che si affacciano nella zona industriale siracusana: Augusta, Melilli, Villasmundo, Città Giardino, Siracusa, Belvedere, Priolo inondati da agenti chimici velenosi multi-potenti e falde acquifere inquinate da idrocarburi che provocano cancri e tumori fuori controllo. Le discariche velenose sono ormai senza il controllo dello Stato. Interessi sopra interessi si aggrovigliano nei tavoli delle istituzioni e la corruzione è diventata la regola quotidiana a tutti i livelli.   

Gli studi da parte di scienziati di tutto il mondo hanno fatto entrare già da anni nel paniere dei materiali inquinanti i furani, le diossine, il mercurio, gli idrocarburi policiclici aromatici, il benzene, i pbc, il piombo, l’arsenico, i metalli e tanto altri ancora, tutti emessi nell’aria e nell’acqua, tutti classificati con elevata tossicità, pericolosità, indicatori della potenzialità compromissione ambientale. Le emissioni di questo tipo, molto spesso sfuggivano nel passato alle rilevazioni delle centraline urbane di monitoraggio dell’ambiente; centraline che di solito sono erano tarate nel passato per registrare nell’aria circostante solo i cosiddetti macroinquinanti, e le altre emissioni microinquinanti per eccellenza, non potendo essere rilevate in automatico, dovevano essere monitorate con attrezzature molto più sofisticate e con procedure particolari. Tutto ciò non può restare marginale, specie nel Petrolchimico siracusano, dove tutto ciò è aggravato dall’impossibilità di un controllo puntuale, sicuro e diretto sulle emissioni ad altissimo rischio per la salute pubblica, che ormai da anni sono entrate nel ciclo della vita quotidiana, nel circolo alimentare, nell’aria e nell’acqua. Gli inquinanti contro gli esseri umani e il pericoloso rapporto con la catena alimentare, dove mare, cielo, terra e acqua sono sotto l’attacco dei veleni industriali, con l’aria avvelenata che ci colpisce fin dentro la camere da letto in piena notte quando si addensa con gli scarichi nell’atmosfera liberamente e senza controllo.

La provincia di Siracusa si trovava al settimo posto nell’anno 2006 tra quelle in Italia per il più alto rischio ambientale; ma oggi molti impianti in altre località a rischio sono state chiuse, quindi non sappiamo allo stato attuale dove si deve allocarla nella sinistra graduatoria. I governi periferici sull’argomento preferiscono ancora oggi solo proclamare dati statistici piuttosto che deliberare perché, nella buona sostanza, quando si discute di riconversioni, bonificare, limitare i gas nell’aria e tutto il resto, quindi di “aggredire” l’inquinamento selvaggio, si guardano bene di non aggredire anche gli interessi economico-finanziari delle lobby della chimica e della raffinazione che speculano in danno alla salute pubblica. Chi vive in una città inquinata dalle industrie, ha un rischio maggiore del 25/30% di contrarre una patologia tumorale. Sono oltre novemila i morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una buona parte ai polmoni.

Ad Augusta  c’è la registrazione dell’arciprete, Palmiro Prisutto, che annota, suo malgrado, questa strage silenziosa in crescita costante, senza riuscire a dare una spiegazione ai suoi fedeli; ma ci sono gli specialisti, o pseudo tali, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghi e appassionati discorsi legati alle statistiche. Ci sono stati più tentativi di far cambiare la verità delle cose che dalla piccola chiesa di Augusta si espandevano a macchia d’olio; Don Palmiro Prisutto diventa scomodo per gli interessi che ruotano attorno alle industrie della morte nel polo petrolchimico siracusano. La Chiesa non corrisponde l’impegno dell’arciprete di Augusta, che, in verità, non fa altro che dare onore ai morti per cancro colpiti dalla società dei consumi, dalla ricchezza facile contro gli indifesi, i più deboli della catena. Ma i dati snocciolati con tanta parsimonia e senza enfasi parlano chiaramente di una crescita costante, e si tratta di una mera denuncia da condividere con la comunità cattolica da lui amministrata; lì ad Augusta i casi di tumore sono oggi un’epidemia che raggiunge l’apice, ma non spiega il limite al consumo di sigarette e della carne rossa consumata, che non bastano a spiegare la morte prematura in atto, dove i nuovi casi aumentano costantemente, e che oggi sono arrivati al massimo della loro incubazione temporale. Troppi cadaveri da benedire; troppe lacrime da asciugare; troppi silenzi e connubi dietro il ricatto del lavoro, e Don Prisutto non fa altro che il suo semplice dovere davanti a Dio e si confronta davanti alla coscienza degli uomini incapaci di ribellarsi alle angherie dei malandra della società, dove chi governa impegna il denaro posseduto per conquistare ancora potere e condizionare il prossimo per ricavare altri dollari, dove politica e affari vanno di pari passo.

Basterebbe bonificare i siti inquinati per limitare i danni alla popolazione della zona industriale; ma si parla ormai da tanti anni del risanamento ambientale e dei veleni industriali giacenti nel SIN, Sito Interesse Nazionale, denominato “Priolo Gargallo”, per non formulare il cattivo pensiero che si tratta certamente di un connubio legato a doppio filo tra la politica e le lobby della chimica e della raffinazione. Il Sito d’Interesse Nazionale di Priolo Gargallo, istituito con la legge 426/98, individuato con il decreto del 10 gennaio del 2000, è formato da circa 5800 ettari sulla terra ferma e di circa 10,000 ettari a mare; esteso per tutto il tratto della costa sud orientale della Sicilia per circa 30 km da Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa, di sostanze velenose dei fondali marini e nella terra ferma. Le acque di falda sono inondate di cloruri e di benzene, gasolio e benzina finiti nel ciclo alimentare di uomini, animali e nell’agricoltura.

L’amianto, sparso in tutto il territorio, è ancora tanto; è stata compiuta una parziale messa in sicurezza per opera di alcune aziende, ma le bonifiche serie non sono mai cominciate.

Una piccola parte dei siti a terra è già bonificata, ma i progetti di bonifica presentati e approvati sono ancora una piccola parte. Sostanzialmente, la situazione è molto grave. Le parti di territorio fortemente contaminato sono tante. Ma nessuno spinge in tal senso, mentre il tempo scorre velocemente e il rischio che le industrie abbandonino i siti per la continua crisi della raffinazione in Europa lasciandoci in un mare di veleni è forte. Le dichiarazioni di nuovi investimenti e nuovi impianti eco compatibili diventano ogni giorni promesse di marinaio.

Le bonifiche. Nelle Conferenze dei Servizi del 6 marzo 2008 e del 18 giugno del 2008, i partecipanti presero atto dei risultati preoccupanti della caratterizzazione, che evidenziavano una contaminazione da metalli pesanti, arsenico, piombo, rame, zinco, mercurio e idrocarburi policiclici aromatici, e contaminazione di origine fecale lungo la fascia costiera, con la presenza di miceti riscontrati nei campioni prelevati nelle vicinanze degli arenili, dove la gente s’immerge d’estate per il turno estivo dei bagni. In quella circostanza si parlo anche d’investimenti, di denaro necessario per far fronte alle bonifiche. Il fabbisogno complessivo stimato all’epoca ammontava a circa 775.000.000,00 euro, suddivise: euro 200.000.000,00 circa per gli interventi di messa in sicurezza e bonifica di falda; euro 450.000.000,00 circa per le attività di bonifica all’interno della rada di Augusta; euro 41.000.000,00 circa per la bonifica dell’area marina esterna della rada di Augusta e antistante al sito industriale di Priolo; euro 78.500.000,00 circa per gli interventi da realizzare sull’area del porto di Siracusa; euro 2.000.000,00 per interventi di riqualificazione ambientale della struttura demaniale ex-lazzaretto; euro 2.000.000,00 per attività di valutazione epidemiologica; 2.500.000,00 per l’attività di monitoraggio e controllo. Sul fronte tecnico-progettuale, insistono diverse scelte, ma quasi tutti gli attori di questa “commedia” non trovano la giusta soluzione. IL sito di bonifica più importante rimane la rada di Augusta, con i suoi 23,5 kmq dell’intero specchio acqueo e la lunghezza di ben 8 km di costa, e larghezza di quattro kmq, con una profondità massima di 30 metri. Secondo il Piano redatto a suo tempo dall’ICRAM, nell’ambito degli interventi di bonifica MISE, dopo una serie di accertamenti, con prelievi superficiali e più di 150 carotaggi a mare e sotto-costa, è stata sviluppata una fase prioritaria con i seguenti risultati per zone e insediamenti industriale e medesime zone inquinate. Mercurio: da 7,6 – 6,82 – 30 – 153, fino a 651 mg/kg. Idrocarburi dodici: da 7,351 – 31,412 – 28,430 a 61,882 mg/kg. I sedimenti pericolosi sono estesi per 4.734.971 metri quadrati, e quelli meno pericolosi 14.042.009 metri quadrati.

Si tratta d’imponenti volumi di sedimenti molto contaminati, con un elevatissimo quantitativo di rifiuti da recuperare e smaltire e con alti costi per l’abbattimento dei contaminati, mercurio e idrocarburi; l’assenza di casi similari applicabili al contesto dello specchio acqueo della rada di Augusta e una legislazione in materia in forte evoluzione che muta velocemente, non consentono di avere le idee chiare sul da farsi.

Un’infinità di problemi si presenta per l’aspetto diretto al progetto operativo, necessario per gli interventi di emergenza e di bonifica. Dal particolare tipo di dragaggio, al trattamento dei reflui, al recupero e lo smaltimento finale. Oltre agli ostacoli territoriali, per i particolari aspetti portuali della rada di Augusta. Il Piano Regolatore Portuale, la sismicità, le concessioni alle aziende in atto con i pontili in regime di autonomia funzionale, la sicurezza della navigazione sia mercantile sia militare, i vincoli paesaggistici e archeologici, la localizzazione delle strutture di refluimento dei sedimenti, che non è cosa semplice e da poco, infine la struttura di contenimento e il sistema di drenaggio, con l’impermeabilizzazione, la copertura, la sedimentazione del materiale dragato e refluito; il delicato trattamento in termini di decontaminazione e la gestione dei sedimenti: separazione, lavaggio, elettrocinesi, flottazione, trattamenti termici, tutto detto in sintesi per non entrare in termini tecnici difficili da comprendere per i non addetti ai lavori, con ben cinque tipologie di materiali.

Difficile è l’identificazione della localizzazione delle vasche di conferimento dei residui, una volta depurati, con depositi a tenuta stagna o cassoni cellulari in cemento armato, con il risultato finale di completare il progetto, in teoria, con tre grosse aree: la prima attrezzata a banchine d’accosto per la movimentazione dei container in una zona ad alti fondali verso ovest della rada di Augusta; la seconda un’area attrezzata lungo la diga foranea lato sud-ovest; la terza attraverso la realizzazione di un porto turistico sulla diga foranea di sud-est.

Le conclusioni dei rapporti d’accusa contro le industrie sono in sintesi: gli scarichi a tubo libero provenienti dai siti industriali che hanno determinato l’inquinamento dei sedimenti marini, con una forte e significativa ripercussione contro la vita umana, la flora e la fauna, con effetti devastanti per la formazione e la reazione cancerogena/mutogena e la formazione di tumori, con ben diciotto milioni di metri cubi di sedimenti, di cui 4,7 milioni sono rifiuti pericolosi, con il forte impatto economico che va ben oltre il solo danno ambientale, e senza alcuna minima attenzione per la salute umana e per l’intero spazio circostante gli insediamenti industriali.

Insomma, tutto il mondo è a conoscenza che i rifiuti del sottosuolo, nel mare e nei territori della zona industriale siracusana, sono causa diretta di cancro e tumore, che i veleni giacenti conformano malformazioni e malattie gravi che provocano la morte dopo una lunga sofferenza, ma nessun governo riesce davvero, Europa compresa, a risolvere un grave caso di avvelenamento collettivo continuato, strage ambientale e omicidio colposo plurimo, provocato il più delle volte, da un’atroce sofferenza o alla morte. Una condizione dove il vuoto legislativo non consente allo Stato democratico d’intervenire in maniera risolutiva, con la conseguenza che provoca tanti morti e tanto dolore, ma anche un’abnorme spesa sanitaria per la collettività, mentre i responsabili riescono a sottrarsi dal risarcire il danno. Paradossalmente, la corruzione è l’anima della nostra malata democrazia.

La montagna di soldi destinate alle bonifiche ha fatto scomodare le intelligenze di lobby in mezzo mondo, con disponibilità immediata di “regalie”, progetti megagalattici, e la messa a disposizione di mezzi navali e terrestri, adatti al compimento dell’opera d’ogni stazza e tipo; ma il vero problema rimane chi deve tirare fuori tutti quei quattrini per finanziare i lavori necessari a bonificare il mare e la terra dall’inquinamento selvaggio, che da oltre cinquant’anni industriali senza scrupoli hanno scaricato nel mare e nel sottosuolo siracusano, con l’aggravante del silenzio assenso delle istituzioni e della gente per un tozzo di pane, barattando il lavoro con la morte propria e di tanti innocenti, colpevoli di essere nati qui, dove altri uomini hanno creato questo inferno sulla terra, dove lo stato del diritto è democratico e dove il popolo dovrebbe essere sovrano, non è capace di fare giustizia.

Le bonifiche con una spesa simile a una montagna di soldi ci possono ripagare ampiamente con dei benefici in termini di salute pubblica, con effetti positivi rapidi; ma il dilemma rimane chi deve pagare tanto danno alla collettività; così come sono le attuali norme a pagare i costi delle bonifiche sono a carico di chi ha inquinato: chi inquina paga. Ma le aziende non hanno alcun interesse a bonificare. Per loro quei soldi sono come buttarli nella spazzatura. Tutte le forzature giudiziarie e politiche verso le lobby a pagare per i danni causati e ora da rimuovere, sono finite sempre con una raffica di ricorsi al Tar, al Cga, all’Europa e finanche al Creatore. Nel territorio industriale siracusano hanno inquinato tante aziende, ma come stabilire la misura e il danno d’attribuire è difficile da quantificare per singola unità, quindi chi e come deve essere distribuita la quota da pagare non si troverà mai; intanto i morti per cancro e tumore aumentano ogni giorno nell’indifferenza generale.

Il ministro dell’Ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, nel 2008 mise in piedi un compromesso “politico”: dei circa 800 mila euro di euro preventivati per bonificare il Sito “Priolo Gargallo”, solo duecento sarebbero stati pagati dalle industrie e il rimanente dello Stato e Regione Siciliana. Ma una sensazionale sentenza del Tar nel 2012 traccia un traguardo a marcia indietro e stabiliva in sintesi: poiché gli interventi necessari per il risanamento previsti dal piano di bonifica, che dovrebbero essere pagati dalle aziende, rischiano di peggiorare la situazione d’inquinamento presente, non vanno pertanto realizzate. Cose dell’altro mondo. In poche parole, smuovere quelle migliaia di tonnellate di veleni non potrebbe essere conveniente, allora lasciamoli lì e buonanotte ai suonatori. Appare davvero capzioso, ma il vero motivo è che per le aziende è tutto ben tanto conveniente: non sono, grazie alla sentenza del Tar, costretti a pagare la rimozione dei contaminanti e non devono nemmeno pagare il prezzo del danno alla salute pubblica, che paga “Pantalone”, causato dal loro comportamento criminale con migliaia di morti e milioni di euro in spese mediche a carico della collettività italiana. Socializzare i debiti e capitalizzare i guadagni. Bravissimi! Una riduzione o un aumento delle vittime non intaccheranno i loro bilanci, i loro tesori accumulati sulla morte di tanti innocenti, esseri umani, con le dichiarazioni intercettate, nell’inchiesta “Mare Rosso”, di tanto disprezzo per la vita umana. Per lo Stato alla fine sarebbe forse meglio bonificare i siti inquinati e far finire così l’emergenza medico-sanitaria, questa strage che potrebbe durare fino a quando i veleni resteranno nel fondo nel mare e sottoterra. Senza le bonifiche non ci sarà pace. I morti e i malati aumenteranno in maniera esponenziale, così come il disastro ambientale in atto, con tanti trucchi e troppe trasgressioni alla legge della vita umana, oltre che a quella della Giustizia. Beffati sotto il naso e a casa nostra, senza poterci difendere dall’avvelenamento dei gas in libertà nell’aria e tutto il resto. C’è chi mente sapendo di mentire, con l’aggravante di farsi scudo dalla fame di lavoro che ci costringe a barattare la vita di tutti per gli interessi di pochi.

Quella che occorre è un’azione collettiva, popolare, che comprenda tutta la società civile, una class-action forte e decisa per affrancarci da una schiavitù durata oltre mezzo secolo e che nemmeno il potere dello Stato democratico riesce a contrastare. Viviamo in una democrazia liberi di che cosa? Di morire avvelenati! Bisogna state attenti però; tutto questo si scontra con la regola logica: senza le bonifiche non sarà proprio possibile parlare di nuovi investimenti industriali, eco-compatibili, quindi niente sviluppo nella direzione tanto decantata e raccomandata in questi giorni. Niente bonifiche, niente investimenti poiché la corda del legislatore è legata a doppio filo: non potendo rilasciare altri decreti senza bonificare i vecchi siti. Altrimenti dove costruire sui veleni? Anche con tutta la buona volontà possibile, nessuna istituzione, regionale o locale, potrà “suicidarsi” con un nulla osta politico, un decreto, così in contrasto con la logica delle istituzioni democratiche; sarebbe come volersi costruirsi una villa da sogno, con piscine e campo da golf e tutto il resto, in un terreno dove sottoterra insiste una grande discarica di rifiuti speciali, tossici e nocivi, sopra una montagna di veleni sotterrati. Ma le tante inchieste giudiziarie sono rimaste lettera morta. La gente intanto continua a soffrire e a morire e l’unico a tenere la conta è Don Palmiro Prisutto. E forse l’unica colpa dell’arciprete di Augusta è quella di interpretare e diffondere semplicemente il Vangelo, facendo il suo sacrosanto dovere di ministro di Dio sulla Terra.

Concetto Alota

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*