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Siracusa. Storia e Petrolchimico: strage silenziosa con centinaia di morti e migliaia di feriti

Viaggio nel Petrolchimico siracusano tra morte e dolore, gioco delle parti e la forte paura di perdere il posto di lavoro barattato con la morte. 

Sono in molti a voler forzatamente dimenticare la semplice storia del petrolchimico siracusano, con tanti morti, feriti e malati di cancro, e si può ben capire la paura di perdere il posto di lavoro o la semplice difesa del “padrone del vapore”; agli addetti ai lavori non piace parlare di criticità e di semplice storia, del diritto all’informazione, di statistica, di morti e feriti, o di tumori e cancri, di benzina e gasolio finita nella rete idrica cittadina, o delle tonnellate di mercurio finito in mare, o di aria inquinata in maniera regolare e avvicendata; e nel gioco della parti questo è più che giusto. E se sugli infortuni mortali nelle fabbriche italiane c’è stato da sempre un allarme mediatico forte e immediato, e anche vero che dopo qualche giorno, tutto sia ritornato nel dimenticatoio, insieme al dolore dei parenti. Ma, al di là della questione legale, esiste un fatto morale. Infatti, industriali, sindacati, ispettori addetti al controllo e gli stessi lavoratori, insieme a pezzi istituzionali dello Stato, sono condizionati dal bisogno, dalla povertà, dove la necessità obbliga necessariamente la legge. Spesso si chiude un occhio, a volte tutte due, proprio per non rischiare la chiusura di un reparto o dell’intera fabbrica, del cantiere e via dicendo, con la conseguente lettera di licenziamento di centinaia di padri di famiglia. Ci si mette la coscienza a posto facendo finta di niente. È un dato di fatto che tutti da sempre hanno saputo e taciuto.
Il territorio siracusano e la sua zona industriale hanno vissuto quei momenti drammatici; il bilancio è stato davvero apocalittico, drammatico, oltre a migliaia di malati cronici morti per aver contratto un cancro, un tumore, un linfoma, una leucemia o una malattia al sistema respiratorio, e i tanti bambini nati malformati; l’incremento della mortalità causata dai tumori allo stomaco e a tutto il sistema gastrico, mieloma multiplo nelle donne, ha raggiunto livelli al rialzo con punte in più del 50% del dato nazionale.

Una strage silenziosa. Correva l’Anno 1949 quando Angelo Moratti impiantò la prima raffineria nel territorio del comune di Augusta, all’interno della Rada megarese: la Rasiom (ora Esso Augusta). Una delle più belle spiagge e una costa d’incanto per sempre distrutte. Al posto del mare azzurro le ciminiere, il catrame, la puzza e tanti morti e feriti; povera gente in cerca dell’Eldorado sognato che non arrivò mai.

Una storia finita male, che rileva un assurdo bilancio 70anni d’industria selvaggia con centinaia di morti e migliaia di feriti, escludendo dal conteggio le vittime d’infortuni nei vari cantieri edili, nelle officine, nell’agricoltura e tutto il resto che rimane fuori dal Petrolchimico; il fatto più grave che tutto ciò ci ha reso schiavi degli industriali.
Per un tozzo di mare amaro unto di sangue, abbiamo barattato la vita con il lavoro che ora, ironia della sorte, non c’è più. Ma quanto è costato alla collettività tutto ciò in termini di cure mediche, indennità di pensione d’invalidità e rendita di reversibilità vitalizia dello Stato per i morti e i feriti sui luoghi di lavoro? Valeva davvero la pena far tutto ciò? Forse era meglio che al posto di Moratti arrivasse un manager del turismo, così invece delle fabbriche della morte sarebbero stati costruiti alberghi e siti turistici nella costa che una volta era la più bella e invidiata del Paese. Il destino dei vinti ha scelto proprio noi, poveri mortali, capitati nelle mani d’industriali e politicanti senza scrupoli e per giunta arroganti; ecco perché quel maledetto giorno l’alba diventò il tramonto.

Una sequela infinita di morti e feriti.

Era il 25 gennaio del 1959 quando da una colonna di raffinazione della Rasiom in fase di manutenzione si sprigiona un incendio dopo una forte esplosione. Il bilancio è di un operaio morto a causa delle ustioni riportate.

Nel 1961 alla Rasiom di Moratti due feriti e migliaia di tonnellate di petrolio bruciano con fiamme alte fino a cento metri.

Alla Sincat di Priolo, il 29 settembre del 1965, esplode un serbatoio di acido solforico. Il bilancio è grave: due operai morti.

Sempre alla Sincat di Priolo, il 31 agosto del 1967, alle ore tredici circa quaranta tonnellate di fertilizzante prende fuoco. La nube tossica costringe la gente di Priolo a prepararsi per l’evacuazione tra il panico e la disperazione generale.

Al pontile della raffineria Esso, nel porto di Augusta, le navi cisterna “Messene” e “Punta A” prendono fuoco durante le operazioni di carico della benzina. Era il 4 agosto del 1971. Il bilancio è tragico, come diranno le autorità del tempo: sei morti e altrettanti feriti, tutti giovani. Il pontile è distrutto dall’incendio. I corpi essiccati dal calore di alcuni operai morti saranno estratti dalle lamiere contorte dai locali della nave dopo giorni. Si erano rifugiati nel tentativo di sfuggire al triste destino. Quasi cinquemila tonnellate di benzina vanno a fuoco.

Il 22 settembre del 1971, nell’impianto SG14, verso le ore 19,00, due serbatoi contenenti diecimila metri cubi di acetilene e due mila metri cubi di acrilonitrile s‘incendia. Il fuoco, per pura combinazione e fortunatamente, non attacca quattro serbatoi di cumene e di ammoniaca che si trovavano lì a pochi metri. Due squadre di vigili del fuoco rimangono intossicati. Gli abitanti di Priolo abbandonano le case in massa. L’incidente provoca la prima moria di pesci ufficiale. La pesca è vietata in tutto il litorale.

Ancora alla raffineria Esso. Il 23 novembre del 1971, durante il lavoro di bonifica di alcuni serbatoi, gli operai della ditta Comedil rimangono intossicati dai vapori di benzina con piombo tetraetile. Due moriranno dopo poche ore.

Sincat Priolo. Impianto CR11. Quattro operai restano feriti a causa di un incendio. Si scopre con l’occasione che nello stesso anno si erano verificati diversi incidenti mai denunciati anche nel reparto denominato CR11.

Liquichimica Augusta (ora Sasol). Il 7 agosto del 1973, un giovane operaio muore dopo aver inalato accidentalmente vapori di acido solforico.

Rada di Augusta. Nel settembre del 1979, un’appariscente moria di pesci si presenta agli occhi di marittimi e pescatori. Sulle cause nessuna denuncia è presentata.

Montedison Priolo. Alle ore 8,30 del mattino, esplosione nel reparto denominato AM 6: tre operai morti e due feriti.

Enichem Anic di Priolo. Alle ore 23,30 circa, l’impianto dell’ICAM, famoso per sicurezza e modernità, è distrutto da una serie di scoppi: una donna che passava nelle vicinanze sulla strada parallela all’impianto muore d’infarto e sei operai restano feriti. Un operaio morirà per le conseguenze dell’incidente dopo 12 mesi dal disastro.

Agrimont. Il 12 gennaio del 1988, una fuga di ammoniaca intossica nove ferrovieri.

Agrimont. Il 15 gennaio 1988 esplode una tubazione di azoto.

Enichem Anic di Priolo. Il 19 gennaio del 1988, un incendio nel reparto CR1-2: un operaio muore.

Selm Montedison. Il 21 febbraio del 1988. Avaria all’impianto. Parecchie tonnellate di olio combustibile finiscono in mare. Il terzo incidente simile in un mese.

Il 20 gennaio, durante un forte temporale un serbatoio della zona industriale prende fuoco inspiegabilmente. La notizia trapela dopo qualche tempo.

Nel porto di Augusta, una nave greca denominata “Marianna VII”, causa un incidente e perde buna parte del suo carico di greggio.

Selm. Il 14 novembre del 1988, durante un temporale un fulmine incendia tre serbatoi di greggio.

Pontile Agrimont. Il 28 gennaio del 1989, la nave egiziana “Ezz El Din Refaat” prende fuoco insieme al suo carico di fertilizzanti. Per fortuna il vento spinge la nube tossica verso il mare, ma gli abitanti della zona entrano in fibrillazione.

Il 4 marzo del 1989, la Lega per l’Ambiente di Siracusa denuncia pubblicamente un’abbondante perdita di liquami industriali da una delle condotte dell’ICAM.

Enichem Augusta. Il 14 agosto del 1989, il reparto OXO-Alcoli prende fuoco. La fabbrica minimizza l’accaduto, ma dopo qualche giorno, grazie alla stampa di opposizione, o libera che dir si voglia, si scopre che si è trattato di una cosa seria: l’incendio avrebbe potuto provocare danni incalcolabili nell’ambiente circostante, sconfessando, di fatto, le dichiarazioni ufficiali dell’azienda.

Selm-Montedison Priolo. Il reattore dell’impianto CR27 è fermato; c’è il fondato pericolo che possa scoppiare. Intervengono i vigili del fuoco che lo tengono sotto controllo per diversi giorni. Sulla data dell’incidente non si hanno notizie certe poiché non sono stati mai denunciati, così come si sospetta per altri centinaia, o forse migliaia d’incidenti, nemmeno dalla stampa locale.

Stessa cosa per l’ennesimo fuori servizio all’ICAM di Priolo. Una colonna di fumo nero si forma verso il cielo. Una quantità indefinita d’idrocarburi pesanti, tonnellate e tonnellate, aromatici polinucleati molto cancerogeni si disperdono nel cielo di Priolo e Melilli.

Alla Esso di Augusta, l’impianto F.C.C. entra in una pericolosa fase di avaria. È fermato per precauzione, ma prima dell’arresto inspiegabilmente si ferma in blocco da solo. Si parlò anche allora di scarico di bromo – catalizzatore – nell’atmosfera.

Praoil Priolo. Il 24 settembre del 1990, durante un travaso di acido solforico si rompe una manichetta corazzata. Tre operai investiti dalla furia dell’acido sono ricoverati al centro ustioni dell’ospedale di Catania. Il più grave è trasportato in Spagna nel centro grandi ustioni di Barcellona con un aereo privato messo a disposizione dalla Ferruzzi. È denunciata la mancanza di sicurezza e di strutture sanitarie in fabbrica e in loco.

Il 20 ottobre del 1990, un violento temporale durante la notte causa un blak-out nella zona industriale. L’interruzione di energia elettrica da parte dell’Enel provoca il blocco di numerosi impianti industriali: Esso, Enichem, Montedison e Isab. Tutti registrano un pericoloso fuori servizio. Per più di una settimana le torce con fiaccolate immetteranno nell’atmosfera un’enorme quantità d’inquinanti. Le colonne di fumo nero e denso si alzano sinistre nel cielo dei comuni di Priolo e Melilli. È più volte denunciato che nessuno in quei giorni informa la popolazione di ciò che avviene e sui comportamenti da tenere.
Protestano il 21 maggio del 1991 gli abitanti di Augusta. Una persistente puzza nauseabonda arriva dalla zona industriale. Nessuna spiegazione.

L’anno 2000 è funestato con due incidenti mortali; l’impianto OXO della Condea, il giovane dipendente Sebastiano Sortino aveva perso la vita, a causa dell’esplosione di un serbatoio per la raccolta degli alcoli. Il giovane da poco assunto in cambio del padre, quest’ultimo dimissionario anzi tempo per sistemare il proprio figliolo (triste destino), è scaraventato a cento metri di distanza a causa dello scoppio del coperchio di un serbatoio cui stava lavorando. Muore all’istante dilaniato. Presso la raffineria dell’Isab di Marina di Melilli un operaio muore perché colpito da uno scoppio seguito da un incendio di Gpl durante i lavori di manutenzione di un impianto.

Il 30 aprile del 2006 un incendio di vaste proporzioni scoppia all’Isab Erg impianti nord per la fuoriuscita d’idrocarburi. L’incendio di vaste proporzioni provoca il ferimento di alcuni vigili del fuoco. La Procura della Repubblica di Siracusa dispone il sequestro dell’area e apre un fascicolo d’indagine.

Il 13 0ttobre del 2008 un operaio è ferito per l’esplosione in un turbogas presso l”Isab Energy.

Il 5 novembre del 2008 una fuga di anidrite solforosa all’Erg provoca l’intossicazione di venti operai.

Il 7 novembre 2008, durante le operazioni di carico di una nave cisterna, una quantità indefinita di olio combustibile finisce in mare nel pontile 19 della raffineria Isab Erg.

Il 12 maggio del 2010, fiamme altissime e fumo tossico dalla raffineria Esso di Augusta. Nessuna conseguenza a persone, ma solamente un grande spavento.

Il 9 giugno del 2011 all’impianto TAS dell’Erg nord avviene un’esplosione, seguita dall’incendio di una vasca di deoleazione. Tre operai di una ditta esterna rimangono feriti in maniera non grave.

Il 20 dicembre del 2011 l’incendio di un serbatoio di oli pesanti presso l’Isab nord; una nuvola di fumo nero si alza nel cielo, ma senza conseguenze.

Il 22 maggio 2013 presso lo stabilimento Isab nord CR27 muore un operatore tecnico.

Il 26 febbraio 2014 presso l’Isab Sud, impianto 500 Power former, verso le ore 18,00 scoppia un compressore con un forte boato e fiamme altissime che allarmavano gli abitanti dei centri abitati viciniori. I vigili del fuoco domano l’incendio. La magistratura apre un’inchiesta.
Rimane tragico l’ultimo spavento collettivo, con l’annuncio di quasi evacuazione per gli abitanti di Priolo l’incendio al fascio tubero dell’Erg nord, lungo l’ex S.S.114. Per fortuna si finì senza vittime, ma mise in luce le carenze del sistema antincendio nella sua globalità, non idoneo a contrastare un incendio di grosse proporzioni o un eventuale quanto probabile effetto domino.

Settembre del 2015. Grave incidente alla raffineria Eni-Versalis di Priolo. Due operai, Salvatore Pizzolo, 37 anni e Michele Assente, 33 anni entrambi siracusani, dipendenti di una ditta metalmeccanica dell’indotto dello stabilimento. I due sfortunati ragazzi intorno alle 10,30 stavano effettuando la manutenzione di un pozzetto della rete fognaria nell’impianto di etilene della Versalis, azienda del gruppo Eni. Sembra che uno dei due operai abbia respirato esalazioni d’idrocarburi e sarebbe caduto nel pozzetto, seguito dall’altro che avrebbe tentato inutilmente di afferrarlo. L’impianto è stato fermato immediatamente. I colleghi e gli addetti alla sicurezza li hanno recuperati e hanno provato a rianimarli con un massaggio cardiaco ma la caduta e le esalazioni sono state fatali. Il trentatreenne Michele Assente, di Siracusa, sarebbe presto diventato padre di un bimbo. In una nota l’Eni spiega: “Stamane presso lo stabilimento Versalis di Priolo Gargallo, nel siracusano, si è verificato un incidente mortale che ha coinvolto due lavoratori di una ditta esterna che stavano svolgendo operazioni d’ispezione con utilizzo di videocamera e robot presso un pozzetto della rete fognaria oleosa dell’impianto etilene. Al momento sono in corso gli accertamenti, le analisi dell’evento con l’obiettivo di individuare la dinamica dell’incidente e le relative cause”. La società nel comunicato esprime “le più sentite condoglianze alle famiglie coinvolte in questo tragico incidente”.

Luglio 2017. Tre incendi scoppiano (appiccati?) nel giro di pochi minuti nel territorio di Augusta. In fiamme le sterpaglie ma anche del materiale plastico nella zona di Megara Iblea, a poche centinaia di metri dallo stabilimento Esso, che provoca una colonna di fumo nero, ben visibile da lontano. Sul posto due squadre dei vigili del fuoco. Allerta massima all’interno della raffineria, dove i vigili del fuoco aziendali stanno monitorando il rogo.

Fiamme anche nello svincolo Augusta-Sortino dell’asse attrezzato e vicino alla strada statale 114, nei pressi dell’autostrada Catania-Siracusa. I tre roghi sono intenzionati dalla protezione civile di Priolo che coordina gli interventi.

Nelle vicinanze del vallone denominato della “neve”, passa la grossa tubazione metallica dell’oleodotto d’interconnessione tra il petrolchimico di Gela e quello di Priolo Gargallo, e che sul finire degli Anni Novanta a seguito della rottura di un tubo di linea, tonnellate di olio combustibile si scaricano nella valle sottostante per finire in mare nella rada di Augusta; perdita copiosa che durò parecchio tempo. Il fatto fu scoperto grazie all’insistenza dell’allora capitano della guardia costiera di Augusta, Antonio Agus, che si arrampicò con i suoi uomini nelle rocce fino alla “sorgente” inquinante; ma in quella fascia inquinata difficile da ripulire per la logistica e situata a precipizio e fortemente scoscesa i capi di bestiame, continuarono a pascolare liberamente in lungo e in largo.

La cronaca del passato ci riporta presso lo stabilimento della Esso di Augusta, a seguito di una serie d’inchieste giornalistiche sul quotidiano di Siracusa, “Libertà”, a firma del sottoscritto, su decisione del procuratore capo della Repubblica, Roberto Campisi e affidata al sostituto procuratore Maurizio Musco, furono ritrovati all’interno dell’area dello stabilimento in un sarcofago in cemento e di circa diecimila metri quadrati interrato nell’area della raffineria di Augusta in località “Campo Meloni”, quella realizzata nel lontano 1949 da Angelo Moratti e ceduta alla Esso Italia, una quantità indefinita di scarti di lavorazioni provenienti dal ciclo della raffinazione del petrolio, olii catrame, residui vari e apparecchiature metalliche per la misurazione dei liquidi, e tanto altro ancora. Quel terreno a seguito dell’inchiesta giudiziaria fu bonificato a spese della Esso Italia.

Come si può ben vedere, si tratta di un bilancio tragico, catastrofico, anche se mancano molti fatti successi nella lista, che da 1949 ad oggi rimane il forte dubbio che non tutti gli incidenti sono stati sempre denunciati.

Concetto Alota

 

 

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