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Siracusa, Veleni in Procura: i venti tornano a spirare da Messina verso la verità

Nella guerra tra magistrati siracusani, e a tratti con uomini della politica, avvocati e fior di giuristi, la ricerca della verità rischia di incamminarsi per le scorciatoie dei tanti veleni che assumono impropriamente il sapore di una sola verità, trascurando che la stessa storia e la stessa materia a sua volta è figlia di altre storie lontane e, forse, anzi sicuramente, più ancora di fatti personali e d’interessi economici in cui ci sono in gioco appalti e risarcimenti per milioni di euro, ma anche tanti contanti soldi sonanti, e le carriere sia politiche sia giudiziarie.

Ben lungi dal fornire conoscenze sicure e univoche. In ogni caso, la lusinga di ridurre la guerra in atto a mero strumento di conferma di presunte verità d’altra matrice dolosa che può comportare un’arroganza raziocinante che disprezza il confronto intellettuale con l’enorme materialità della realtà in una sub-cultura tutta siracusana difficile da smantellare, con la contraddittorietà e la frammentarietà dei fatti, con la frequente casualità degli accanimenti e la loro irriducibile resistenza a trovare chiarimenti in grande regie o progetti predefiniti a tavolino, con tanti registi e attori, tutti bravi e con anni di esperienza alle spalle.

Al contrario, occorre una nuova auspicabile moralità politico-giudiziaria che non può non recuperare di certo il valore indispensabile del controverso conoscitivo, quale riflesso della consapevolezza epistemologica del carattere suppositivo delle tante verità messe in campo, ma finora palesemente negate. La troppa strumentalizzazione messa in campo, oltretutto abbastanza palese, ha fatto la differenza nella mancata reazione di chi aveva ed ha la responsabilità d’intervenire per fermare in tempo chi ha approfittato delle occasioni per delegittimare, accusare e condannare il nemico scomodo, o avversario che dir si voglia. Non si è badato a spese. Pentiti, “agenti segreti” reclutati su Facebook, giornalisti schierati e articoli pilotati, tanti allegri accomodanti, fascicoli costruiti ad arte per facilitare il compito a chi doveva indagare e invece si è lasciato convincere di fatti e misfatti. Ma ora la Procura di Messina sta indagando anche su questi aspetti, ascoltando tanti addetti ai lavori e chi è a conoscenza dei fatti, accumulando prova su prova per definire il quadro accusatorio e inviando nel contempo tutto al Csm per la legittima e necessaria conoscenza. Ecco che cosa sta succedendo nel silenzio investigativo dei pm messinese. Un confronto che regge il gioco delle parti dove gli attacchi sono ora equilibrati e alla fine la verità sarà soddisfatta del lavoro onesto portato avanti, scoprendo chi ha pescato nel torbido e chi ha ragione da vendere. Almeno così si spera.  

La Procura di Messina sta tentando di cambiare il vento che finora ha spirato sempre da una sola parte. Ma occorre registrare che anche i giudici del tribunale giudicante hanno cambiato la marcia, invertendo il senso delle cose e ricostruendo verità finora pilotate, con sentenze chiare e limpide. Infine, si registra un Csm che vuole far davvero chiarezza senza lasciare niente al caso, mentre prima, ad onore del vero, si è registrato un silenzio e un atteggiamento confuso, fino ad arrivare in fondo al tunnel senza mai accendere la luce che il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano, per la verità, è stato sempre puntuale nell’informare chi di dovere. Ad accendere l’interruttore della Giustizia, la Procura peloritana che ha creduto nella ricerca delle ipotetiche verità più volte denunciate in maniera martellante e la speranza che ogni cosa si possa davvero chiarire, senza trucchi né vendette, allo scopo dell’unica e incontrovertibile verità finora negata. 

È da presumere che oggi la pubblica opinione risponderebbe all’alternativa alla lotta in atto al palazzo di Giustizia e al Vermexio con una pace forzata, istituzionale. E non soltanto perché l’avvicinamento a una maggiore considerazione della circostanza che si è trattato di un semplice obiettivo meritevole di essere in ogni caso perseguito. Ma spunta, come confermano le indagini della Procura di Messina, un’ulteriore ragione già più volte ravvisata nel fatto che non si tratta di questioni strettamente giuridiche, anche quando sono in gioco problemi di responsabilità penale, non sono percepite come aspetti di rilevanza cruciale, ma, purtroppo, spuntano tanti interessi: economici, politici, di gruppo d’appartenenza e di fazione. Se ne ha riprova prendendo atto che la maggior parte delle persone coinvolte, persino quelli di cultura, ignorano i fatti volontariamente. Sfortunatamente, sono sempre più diffusi i casi di una sistematica traslazione negli assunti accusatori dei pubblici ministeri perché accusano e tentano di far condannare gli incolpati di mere testimonianze proposte nei ”racconti” della polizia giudiziaria o da testimoni, non sempre attendibili, e come tali sguarnite di ogni minima verifica e conseguente azione di natura giudiziaria se non c’è la volontà di farlo. Il fine non può davvero, fuori dalla logica della semplice narrazione di Machiavelli, i mezzi utilizzati per colpire il nemico che non c’è.

Concetto Alota  



 

 

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