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La mafia in provincia di Siracusa: relazione semestrale della Dia

Le forze di polizia hanno provocato inferto ferite mortali nel sistema mafioso nella Sicilia orientale. La relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia presentata nei giorni scorsi in Parlamento, dedica nelle sue quasi trecento pagine e un intero paragrafo alle organizzazioni mafiose che operano in provincia di Catania. Uno studio elaborato incrociando i dati del Ministero dell’Interno corredato da mappe sia per la città, sia per il territorio provinciale. La Dia parla di silente rimodulazione degli equilibri
Nella provincia di Catania la situazione della criminalità organizzata è estremamente complessa e tendenzialmente policentrica a causa dell’elevato grado di instabilità che, da tempo, caratterizza la maggior parte dei gruppi locali, specie quelli operanti nel capoluogo. I sodalizi sono fortemente restii ad accettare ogni forma di inquadramento gerarchico, manifestando la persistente tendenza a disattendere gli accordi inter-clanici. La pace mafiosa non ha dato una vita facile e vige la legge “del più forte”.
Le varie consorterie hanno risentito degli arresti eseguiti nei tanti blitz delle forze dell’ordine e si alimentano ora di nuovi arruolamenti tra le fasce giovani, attratte da facili guadagni.
LA MAFIA A CATANIA. I nomi dei mafiosi catanesi sono sempre i soliti. I tre clan accreditati al tavolo dei Corleonesi sono: Santapaola Ercolano, Mazzei e Laudani e dall’altra la cosca Cappello Bonaccorsi. Famiglia che, secondo la relazione della Dia, controlla i reduci degli Sciuto, dei Pillera e dei Cursoti.

Al centro di Catania – secondo i dati della Dia – operano i Mazzei. San Berillo e San Cristoforo sono controllati dai Cappello e dai Pillera – Puntina. La Civita, Picanello , San Giovanni Galermo e Zia Lisa sono regno incontrastato dei Santapaola – Ercolano. I Pillera Puntina al Borgo, i Cappello nel quartiere dello stadio Cibali, i Cursoti a Nesima e a Canalicchio i Laudani. Monte Po è diviso tra le famiglie Santapaola e Cappello. Mentre a Librino gli stradoni sono spartiti tra i Santapaola Ercolano e i Cursoti.
La famiglia Santapaola Ercolano controlla anche attraverso gruppi e famiglie locali i comuni di Aci Catena, Aci Sant’Antonio, Acireale, Adrano, Bronte, Fiumefreddo, Giarre, Palagonia, Paternò, Santa Venerina, Zafferana Etnea. I Cappello hanno ramificazioni a Calatabiano e poi superano i confini della provincia con affari a Catenanuova nell’ennese e a Portopalo di Capo Passero nel Siracusano. I Pillera Puntina hanno potere a Fiumefreddo e Calatabiano, e la loro egemonia arriva fino a Taormina e Giardini. Il clan dei Laudani è il più forte nell’hinterland etneo: Acireale, Adrano, Belpasso, Fiumefreddo, Giarre, Gravina, Mascalucia, Piedimonte, Randazzo, Riposto, San Giovanni La Punta, San Gregorio, Tremestieri, Viagrande e Zafferana. I Mazzei hanno interessi illeciti a Bronte, Maletto, Maniace e Misterbianco. Il Calatino è sotto il controllo della famiglia di Caltagirone – Ramacca: il clan La Rocca, storicamente legati ai Santapaola. A Scordia e Vizzini, nella piana di Catania operano gli Sciuto Tigna, o quello che resta di loro.

Gli ingenti proventi soprattutto dal traffico di droga favoriscono un certo equilibrio tra i vari clan. Non mancano i “contatti diplomatici” – scrivono gli uomini della Dia – per appianare le divergenze. Si tratta comunque di una pace armata, con la scoperta di arsenali di armi e munizioni di guerra che sono nella disponibilità delle varie organizzazioni catanesi. Le cosce non sono impreparate: sono pronte ad agire per “un regolamento di conti” o per ristabilire il controllo su un determinato territorio. Quanto sta accadendo, da sei mesi a questa parte, nel triangolo Biancavilla, Adrano e Paternò è un segno inequivocabile di quanto l’analisi offerta dalla Dia sia veritiera.

Il traffico della droga rimane l’affare principe della criminalità organizzata catanese: marijuana, cocaina e anche l’eroina. Oltre alla gestione dello stupefacente, le associazioni sono prevalentemente dedite a intercettare risorse pubbliche e, più in genere, alle estorsioni e all’usura.

LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI IN PROVINCIA DI SIRACUSA. Nelle relazioni della Dia al riguardo delle associazioni criminali operanti a Siracusa, si comprende come queste siano dipendenti ancora e sempre dalla mafia catanese. L’attuale configurazione dell’organizzazione mafiosa siracusana, è scritto, è il risultato dell’influenza esercitata da potenti referenti di cosa nostra catanese. Il Clan Nardo, forte appunto del suo legame con referenti della zona di Catania, rimane estremamente vitale soprattutto nel lentinese con interessi nel commercio e nel trasporto su gomma. A Siracusa e Enna la criminalità organizzata ha un vuoto di potere: gli uomini di vertice sono dietro le sbarre. Così approfittano le famiglie delle due province confinanti, Caltanissetta e Catania. Il tema resta quello delle collusioni con le istituzioni e il mondo imprenditoriale, dove interviene anche la questione legata al territorio, dove cresce l’allarme per una percepita volontà dei clan di accentuare la loro attività, come nei primi anni ’90; ma nel contempo preoccupa la crescente pervasività degli interessi mafiosi che riescono a coinvolgere imprenditori e pubblici funzionari attraverso un vasto intreccio di collusioni e corruttele.

La Dia evidenzia ancora come serve un esteso impiego di indagini patrimoniali per scardinare “il rapporto tra mafia  e pezzi significativi dell’economia locale”. Un legame che “contamina la dimensione socio-culturale del territorio frenandone lo sviluppo e impedendo l’evoluzione verso un moderno sistema di governance”. Il contrasto ai clan mafiosi deve continuare, inoltre, attraverso “l’offensiva investigativo-giudiziaria nei confronti delle famiglie mafiose al fine di impedirne un riconsolidamento delle strutture su più stabili”. Anche perché, rileva la Dia, ci sono “segnali che, divergendo dalla strategia di silente sommersione, sembrano propendere verso derive di scontro ancora da ben decifrare”.

Quanto al settore di attività in generale, la Dia rileva un autentico “disastro ambientale” al quale “hanno contribuito anche gravi omissioni di controlli che hanno reso possibile sversare in discariche gestite da società riconducibili alla criminalità organizzata, ogni genere di rifiuto tossico”. Il rischio di infiltrazione mafiosa negli enti locali è forte.

Si conta il maggior numero di comuni sciolti per mafia. In particolare, nella provincia di Reggio Calabria le indagini hanno dimostrato “ancora una volta, la pervasiva capacità della ‘ndrangheta di infiltrarsi nel settore degli appalti pubblici. Pericoloso, secondo la Dia, è il tessuto di relazioni e collusioni con ambienti politici e imprenditoriali che la ‘Ndrangheta è riuscita a creare con un ”modus operandi che costituisce la più rilevante minaccia della matrice ‘ndranghetista esportata anche in altre regioni”.

La Dia segnala le «Violente dinamiche di scontro tra clan», spiegando che «Rimane preoccupante la manifesta propensione allo scontro armato da parte di gruppi, nemmeno ben strutturati, che vogliono imporre la loro leadership su porzioni anche piccole del territorio, scalzando preesistenti organizzazioni in momentanea difficoltà. I sodalizi più grandi e consolidati sviluppano, invece, reti di connivenze e accordi anche con altre organizzazioni criminali».

“La forza delle principali organizzazioni, rileva ancora la Direzione Investigativa Antimafia, rimane la grande disponibilità di capitali, evidenziata dagli ingenti sequestri e confische che vengono operati, e che consente una profonda penetrazione del sistema economico e sociale anche grazie a una diffusa e facilmente conseguibile collusione di figure pubbliche, inclini alla corruttela”.

C.A.

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