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Covid – 19, la lezione dell’epidemia di Spagnola del 1918: occorre una risposta ben preparata

*a cura di Giovanni Intravaia

Fino a quando non sarà disponibile un vaccino ampiamente protettivo, i governi devono informare il pubblico su cosa aspettarsi e come agire durante una pandemia.

La lezione dell’epidemia di Spagnola del 1918 è che una risposta pubblica ben preparata può salvare molte vite umane.

A cent’anni dalla pandemia influenzale del 1918, che causò 50 milioni di morti, uno studio mostra che il suo eccezionale tasso di mortalità fu il risultato di una complessa interazione tra fattori virali, ospiti e fattori sociali. La comprensione di questi elementi è vitale per prepararsi a una possibile pandemia futura altrettanto letale, in particolare potenziando la risposta delle strutture sanitarie pubbliche .

Una metanalisi delle ricerche sulla pandemia influenzale del 1918, la cosiddetta Spagnola, di cui quest’anno ricorre il centenario, ha fatto emergere una serie di indicazioni sulle precauzioni che le autorità sanitarie nazionali e internazionali devono prendere in vista di possibili future pandemie virali. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università del Queensland a Brisbane dell’Università di Melbourne, in Australia, è illustrato su “Frontiers in Cellular and Infection Microbiology”.

Nel 1918 l’intero globo fu interessato da una gravissima malattia influenzale, di cui all’epoca era ignoto l’agente eziologico, che in tre successive ondate – nella primavera  e nell’autunno del 1918 e nell’inverno 1918-1919 – infettò oltre un terzo della popolazione mondiale provocando circa 50 milioni di vittime, molte delle quali erano giovani adulti precedentemente sani. In seguito, ci sono state altre tre pandemie influenzali (la cosiddetta Asiatica del 1957, la Hong Kong del 1968 e l’influenza suina del 2009) che, pur avendo avuto conseguenze molto meno devastanti, hanno mostrato che i virus influenzali continuano a essere una grave minaccia: alcuni studi hanno stimato che se oggi si scatenasse una pandemia simile alla Spagnola per contagiosità e virulenza il numero di morti potrebbe arrivare a 147 milioni. L’impressionante mortalità della Spagnola – ha detto Carolien E. van de Sandt, coautrice dello studio – “è stata il risultato di una complessa interazione tra fattori virali, ospiti e fattori sociali. La comprensione di questi fattori è vitale per prepararsi a una possibile futura pandemia influenzale”. Particelle del virus influenzale H1N1 1918 ricostruite dagli scienziati dei Centres for Disease Control and Prevention nel 2005 (© SPL/AGF) Un elemento importante sono state anzitutto le caratteristiche del virus, un ceppo del sottotipo H1N1 dell’influenza A (lo stesso sottotipo dell’influenza suina del 2009). Il virus del 1918 aveva alcune peculiarità genetiche che, come hanno dimostrato alcuni studi, gli consentivano di diffondersi anche a tessuti diversi da quelli delle vie respiratorie, causando ulteriori danni, e di trasmettersi più facilmente tra gli esseri umani. Oggi, a differenza del 1918, è possibile valutare il potenziale pandemico dei nuovi virus, sia negli animali che ne sono il serbatoio naturale, sia negli esseri umani una volta che un ceppo è riuscito a fare il salto di specie. Ma perché queste analisi siano davvero utili bisogna però che la capacità di eseguirle e gli sforzi di monitoraggio virale siano estesi e potenziati in tutto il mondo. Tanto più che “i cambiamenti climatici colpiscono i serbatoi animali di virus influenzali e i modelli di migrazione degli uccelli” ha detto van de Sandt, “e questo potrebbe diffondere i virus in nuove località e in una gamma più ampia di specie di uccelli.” Un altro fattore importante, secondo gli autori, è lo stato della salute pubblica. Nel 1918, la malnutrizione era piuttosto diffusa, così come diverse malattie batteriche (a partire dalla tubercolosi) che rendevano molto più probabile un esito infausto della malattia virale. Oggi la malnutrizione potrebbe aumentare in seguito alla riduzione dei raccolti provocata in molte regioni dai cambiamenti climatici, e l’aumento della resistenza agli antibiotici potrebbe causare una maggiore diffusione e problematicità delle superinfezioni batteriche.

Anche l’obesità e i disturbi che la accompagnano potrebbero aumentare il rischio di morire a causa dell’influenza. Ma anche il profilo demografico della popolazione ha un ruolo. Stranamente, uno dei gruppi più falcidiati nel 1918 furono i giovani adulti. I ricercatori pensano che forse gli anziani furono relativamente risparmiati a causa di precedenti esposizione a virus simili, ma meno virulenti, che avevano dato loro una maggiore resistenza al ceppo del 1918. Tuttavia, dato che l’influenza stagionale uccide tipicamente gli anziani, l’attuale invecchiamento della popolazione (che arriva in media a un età ben superiore a quella degli anziani del 1918) potrebbe rappresentare un’altra drammatica sfida.

I ricercatori osservano anche che durante la Spagnola alcuni presidi di base contro la trasmissione della malattia, come il divieto di raduni pubblici e il lavaggio delle mani, in alcuni paesi contribuirono a ridurre i livelli di infezione e di morte, ma solo là dove erano stati applicati con tempestività e per tutta la durata della pandemia. ” Fino a quando non sarà disponibile un vaccino ampiamente protettivo, i governi devono informare il pubblico su cosa aspettarsi e come agire durante una pandemia”, ha concluso van de Sandt. Una lezione importante dalla pandemia influenzale del 1918 è che una risposta pubblica ben preparata può salvare molte vite umane. “

*Presidente  Osservatorio Cattolico  “PRO IURE ET IUSTITIA”.

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