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Dai Veleni in Procura passando per l’Autorità portuale, le bonifiche, gli interessi nel porto di Augusta e le intimidazioni

Siracusa. La Storia si ferma e torna indietro. La quiete dopo la tempesta si formalizza apparentemente nel palazzo di Giustizia di viale Santa Panagia. Dopo l’arrivo del nuovo procuratore della Repubblica, Sabrina Gambino, si respira aria di sicurezza e di pace, ma sono in molti a non credere all’armistizio tra parte della magistratura siracusana, poteri forti e parte della politica. Sullo sfondo rimane il romanzo criminale denominato Sistema Siracusa durato quasi due decenni. Molti dei veleni sfociati sarebbero ancora non del tutto sopiti. Di certo si è passati da una situazione disastrosa, dove lo scontro era totale, alla quasi normalità. Il conflitto durato per un lungo periodo, trova ora la volontà di sotterrare lascia di guerra, anche se rimangono aperti alcuni fronti di guerriglia.

Mello stereotipo collettivo sull’intera vicenda sostano gli aspetti e i sospetti collegati ai vecchi rapporti che apparivano, allora come ora, chiaramente bellicosi. I nodi da sciogliere, non riguardano solo le indagini archiviate, deviate, ma il pensiero di continuare negli affari.

UN PASSATO CARICO DI MISTERI TUTTI ANCORA DA SVELARE

Il pm Marco Bisogni parla dei Veleni in Procura. In sintesi scrive in una lunga nota diffusa poco tempo fa: “Ho dovuto condividere l’ufficio con il lato oscuro della magistratura”. Tante altre le accuse. Come atti d’indagini contro avvocati, giornalisti controllati e intercettati, così come verso uomini delle forze dell’ordine, della politica con la chiara incompatibilità ambientale. Nella storia recente rimangono ancora aperti i fascicoli degli atti intimidatori con automobili date alle fiamme; due attentati contro l’ex consigliera Simona Princiotta con l’auto bruciata e un tentativo andato a vuoto sotto la propria l’abitazione della donna ancora oggi avvolti nel mistero più buio. Le indagini furono portate avanti da polizia e carabinieri, ma nessun risultato degno di verità, a parte una serie di polemiche con alcuni labili indizi. Secondo inquirenti e investigatori alcuni indizi sarebbero degni di verità, ma mancano tuttora le prove, i nomi di mandanti ed esecutori. Ma tutto ciò alla fine appare legarsi e slegarsi tra passato e presente.

 Ma il gioco si fa duro e si allarga. Infatti, ignoti hanno incendiato nottetempo l’auto nella disponibilità della famiglia dell’avvocato Francesco Favi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Siracusa. Una firma indelebile di chiara matrice dolosa; un chiaro atto criminale verso l’intimidazione. Sull’episodio indagano i carabinieri. Gli investigatori dell’Arma non escludono un legame tra il rogo doloso e l’attività professionale, ma anche altre possibili condizioni. Il tutto potrebbe essere collegati ad un probabile filo rosso ancora da svelare del tutto e collegato ai veleni del passato e all’azione contro quella corruzione in cui sono coinvolti magistrati, così come personaggi in odore di mafia. Attentato intimidatorio che si ripete a distanza di poco tempo dall’incendio dell’auto del cronista siracusano Gaetano Scariolo. Anche per quell’incendio doloso gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Siracusa indagano su più fronti.

La perseveranza non è fare sempre le stesse cose a ripetizione come un robot, ma la ricerca del desiderio, si chiami conquista, verità o giustizia. L’esempio nell’attività forense dell’avvocato Francesco Favi che è stato riconfermato con una schiacciante maggioranza alla presidenza dell’Ordine degli avvocati. È stata premiata la sua battaglia a volte rimasto solo contro il delirio di onnipotenza di magistrati che amministravano la giustizia come un’azienda privata; e questo è successo per un lungo, troppo tempo. Corruzione, archiviazioni, depistaggi e un’attività criminale cui nessuno degli addetti ai lavori si ribellava. E se da un lato l’avvocato Favi teneva un atteggiamento riservato nel rivelare i suoi sospetti, nei fatti pratici si può definire uno dei pochi, il principe che libera il castello dall’invasore; di sicuro il primo che ha afferrato che cosa stava succedendo, penetrando nel silenzioso muro di gomma di connubi e connivenze innalzato dal Sistema Siracusa, anche a costo di essere additato come colui il quale cercava qualcosa che era legata al passato. Ma così non è stato. I fatti danno ragione al suo operato. Si è trovato di fronte alla corruzione, quella robusta, capace di cambiare le sorti della Giustizia, e nel suo delicato ruolo è riuscito a mantenere la calma del comandante che trova all’improvviso la tempesta ideale e riesce a portare la nave in un porto sicuro per eseguire i lavori necessari per riprendere a navigare nelle acque serene della legalità. Questa premessa serve a ricordare quale sia stata la sintesi di un problema complesso dal quale nasce il caso sui veleni alla Procura di Siracusa, non meglio spiegati per motivi di spazio, ma di certo un esempio nella società civile siracusana, per un forgiatore di civiltà.

GLI INTERESSI NEL PORTO DI AUGUSTA

Ma non è finita. Si riaprono le danze sugli interessi diffusi nel porto di Augusta. Prende quota l’affaire del deposito del gas liquido naturale che dopo il tentativo della realizzazione del rigassificatore ora arriva deciso il progetto in fase avanzata del terminal costiero del gas; si conferma che spesso per tattica e convenienza la politica non s’incontra con la burocrazia nelle varie istituzioni dello Stato. La conferma durante la visita ad Augusta dell’ex ministro Toninelli sull’ipotesi di realizzare nel territorio portuale di Augusta un grande deposito di Gnl, Gas naturale liquefatto, ha dribblato da politico la domanda dei giornalisti; ma l’impressione è stata quella che lo stesso non era informato bene e a fondo su tutta la vicenda o che invece era stato tutto deciso. Ignorava di certo come stanno effettivamente le cose dal punto di vista dell’inquinamento ambientale e della sicurezza per le popolazioni nel territorio di Augusta e degli altri comuni attorno al Petrochimico. La stessa risposta del ministro è stata sulla realizzazione delle nuove banchine per l’ampliamento del Porto commerciale megarese e sul rischio del naviglio a propulsione nucleare nella rada di Augusta.

Alla fine, secondo fonti qualificati della politica, il deposito di gas naturale si farà e le banchine di cemento invaderanno una piccola parte delle vecchie saline, mentre il naviglio della Nato continuerà a navigare indisturbato e le bonifiche a mare e a terra non partiranno, i rifiuti di amianto continueranno ad avvelenare gli esseri umani e la “giostra” della demagogia e della strumentalizzazione continuerà a girare indisturbata.

La sintesi conferma la fretta di liberarsi dallo stato di disagio immediato per la storica endemica situazione di degrado ambientale in cui versa il territorio industriale siracusano. Il riflesso che condiziona la politica è di natura giudiziaria per le tante inchieste sull’inquinamento selvaggio da parte delle industrie della Procura di Siracusa ancora tutte da svelare sono rimaste lettera morta.

Intanto, proprio sulla gestione del porto di Augusta, il Gip di Catania, accogliendo la richiesta della Procura, ha sospeso per nove mesi il presidente dell’Autorità di sistema Portuale del mare di Sicilia Orientale, Andrea Annunziata indagato per peculato, falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e abuso di ufficio.

Interessi che nascono già nel passato e sono legati al porto di Augusta e al suo sviluppo. Concessioni demaniali sospette, vedi pontile che ha portato al trasferimento dell’Ammiraglio Camerini da Augusta a Pisa, su forti pressioni di gruppi di potere che a sua volta si collegano e si scollegano al Sistema Siracusa, con politici e imprenditori compiacenti ma anche vittime di un gioco al massacro. Le intercettazioni della Procura di Potenza svelano una ridda di relazioni occulte. Ma quanti altri che andavano accertati e indagati sono rimasti impuniti?

Nell’indagine che arriva dalla Procura di Potenza, sono denunciati fatti specifici che riguardano la vita del Porto di Augusta e tanti nomi di risalto che andavano indagati; non si spiegano i motivi per cui tanti personaggi sono indagati da parte della Procura di Potenza, mentre altri non sono sfiorati dall’azione giudiziaria. I fatti del porto di Augusta su quello denunciato a suo tempo dovevano essere indagati, ma tutto fu messo a “bagnomaria”.

I fatti. Il 26 marzo 2016 è pervenuto un plico dalla Procura di Potenza come dichiara a caldo il Procuratore Giordano, ma non sarebbe stata aperta alcuna indagine nei riguardi dei personaggi interessati alle indagini della Procura di Potenza, come emerge dalle varie intercettazioni: (……. “i …… non è importante che accettino l’interessante che si adeguino” …… .)

Poteri forti, occulti ma non tanto, che si collocano in posizioni chiave della vita pubblica e mortificano il ruolo delle istituzioni siracusane. Alcuni personaggi indagati dalla Procura di Potenza, invece, mai coinvolti nelle indagini di Siracusa.

In più occasioni sono stati commessi fatti gravi nell’esercizio delle proprie funzioni, vedi incarico per il polverino dell’Ilva e modifica della concessione, tentativo di corruzione nell’affidamento al Consorzio Valori in prosecuzione per 16 milioni di lavori sull’appalto in corso. Tentativo di acquisto dell’area di 100.000 mq. del terzo stralcio dell’ampliamento Piazzali.

Affidamento della gara del primo e secondo stralcio ampliamento dei piazzali per mezzo di modifica del bando, con nomina diretta della commissione di gara con soggetti sospettati di far parte del “sistema”.

Pagamento del nono Sal ad una società appaltatrice per un importo di circa 3.300.000,00 euro con le Gru già piegate.

Modifica del PRG del Comune di Augusta che individua nell’area portuale destinata al progetto dell’ampliamento dei piazzali area di potenziamento per nuove attività e ricerca innovazione tecnologica, messo in chiaro per realizzare un deposito costiero del Gnl.

E ancora. La realizzazione di un deposito costiero di petrolio, in un’area destinata all’ampliamento dei piazzali e al nodo ferroviario; tutte queste opere confliggevano con i programmi e gli investimenti che avevano portato al riconoscimento di Porto Kore della Comunità Europea.

Augusta è stata destinata a fare da retroterra del Porto di Catania, questo è il risultato che era stato concertato e che è realizzato. Fatto cantato in tutte le salse. 

SOLDI E POTERE

Il “Sistema Siracusa” si spegne lentamente; un romanzo criminale d’altri tempi. Nasce nel 2003 nell’ambito dell’inchiesta denominata “Mare Rosso”. È la madre di tutte le battaglie che da due decenni non lascia spazio alle regole civile, al corso della giustizia degli uomini all’interno del tribunale di Siracusa, nella politica in favore degli affari sporchi. E mentre la partenza assume i contorni di una lotta tra gruppi, la verità, oggi a carte scoperte, conferma, come in una fiaba di onesti e malvagi, che si tratta di un gruppo di buoni e uno di cattivi; questi ultimi hanno approfittato del potere temporale detenuto, mentre i primi volevano solo garantire i diritti della libertà, della democrazia, del semplice vivere e della giustizia. Ma anche dopo le ultime inchieste ancora in corso di altre Procure della Repubblica, la verità non è stata svelata del tutto. Rimangono tante, troppe, zone d’ombra ancora da chiarire.

Lo spartiacque e la prova provata dell’avvelenamento della terra e del mare, così come dell’ambiente nel palazzo di Giustizia di Siracusa, l’inchiesta giudiziaria nata per l’errore di un tecnico che voleva pulire con dell’acido la condotta metallica da dove il mercurio proveniente dall’impianto Cloro Soda di proprietà dell’Eni era scaricato in mare che diventò di colore rosso a causa della ruggine che si scioglieva e per questo denominata, “Mare Rosso”.

Dapprima tutto appare come la scoperta, la liberazione degli “inquinatori” che da mezzo secolo erano riusciti a dribblare cittadini e istituzioni, magistratura compresa per la mancanza delle prove. Un impegno notevole per l’Ufficio del pubblico ministero della Procura di Siracusa e per gli investigatori della guardia di finanza che portarono a termine l’inchiesta perfetta, senza pieghe e tante prove schiaccianti. E tutto questo, come dirà a caldo nella conferenza stampa il procuratore capo di allora, Roberto Campisi: “…con grande disprezzo della vita umana nello smaltimento dei rifiuti con tanta arroganza e un’inaccettabile logica”. Tutto comincia nel mese di gennaio del 2003 quando scattò l’operazione, definita una delle più clamorose di mezza Europa, nel triangolo industriale di Priolo, Augusta, Melilli, denominata “Mare Rosso”; portata a termine magistralmente dalla Guardia di finanza al comando dell’allora colonnello Giovanni Monterosso, coordinata dal procuratore capo della Repubblica di Siracusa del tempo Roberto Campisi e condotta dal pm Maurizio Musco. Furono arrestate diciassette persone tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem, che diventa Syndial, tra i quali il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme a un funzionario della Provincia regionale di Siracusa preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.

I vertici dell’Enichem sotto la pressione giudiziaria, nonostante fosse caduta l’accusa delle lesioni per le malformazioni, decisero di corrispondere alle 101 famiglie dei bambini malformati, e alle donne che avevano preferito abortire prima della nascita di un figlio destinato a nascere malformato, un rimborso variabile in base alla gravità della malformazione, tra i quindici mila e un milione di euro, per un totale di ben 11 milioni di euro più le spese legali. Un caso unico, dove una società gravemente accusata, poi prosciolta, decide di risarcire le vittime di un inquinamento senza alcuna richiesta da parte dei danneggiati.

Quando il destino s’innesca con gli interessi e la politica. Secondo qualcuno nelle tematiche legate al caso Enichem-mercurio si troverebbero i primi semi della discordia di alcuni fatti sfociati nel Palazzo di Giustizia di Siracusa e che portarono alla fine al filone d’indagine “Veleni in Procura” e “Attacco alla Procura” per finire (forse) col “Sistema Siracusa”.

LE BONIFICHE E LE PROMESSE NON MANTENUTE

La giustizia penale non fu la sola a occuparsi del triangolo petrolchimico Priolo, Melilli, Augusta. Già la legge 426/98, prima delle varie inchieste aveva dichiarato la rada di Augusta e il territorio del Petrolchimico siracusano “Sito d’interesse nazionale ai fini di bonifica” (SIN Priolo). Restava da capire, però, a chi spettava sborsare i costi necessari per bonificare il territorio e il mare di tutta quell’enorme quantità di veleni. Malformazioni a parte, infatti, l’inquinamento rimane e tutte le società del petrolchimico siracusano vi hanno contribuito notevolmente in mezzo secolo d’industrializzazione selvaggia. Lo Stato voleva fargli pagare il conto salato, ma trova un’opposizione dura e basata sul principio: “poiché non è chiaro quanto ogni società ha inquinato, non si può stabilire in che modo spartire gli oneri della bonifica” e buonanotte ai suonatori.

C’è da chiedersi se mai le bonifiche si faranno, visto che c’è un nuovo problema. Chi tira fuori i soldi; quindi non è detto che si possano fare anche con i finanziamenti aperti da parte dell’Europa perché il danno è enorme. Il dubbio sarebbe stato insinuato dalle stesse società che in origine avrebbero dovuto pagare per ripulire il fondale della Rada di Augusta. La risposta, con questi lustri di luna, è simile a quella scritta nelle cartelle dei condannati all’ergastolo alla voce fine pena: mai.

Dopo la farsa della documentazione smarrita a Palermo e i lunghi silenzi dei palazzi delle istituzioni, ora è il presidente della Regione Musumeci a riaprire le porte alle bonifiche nel Sin Priolo, compresa la bonifica dei fondali della rada di Augusta. Un atteggiamento poco chiaro, con l’impressione che vince ancora una volta la chiacchiera della politica invece dei necessari fatti. Scrive Musumeci, con una scrittura che appare di facciata, fuori dalla realtà, come il costo e le difficoltà tecniche per le bonifiche: “Con la salute umana non si scherza. Non possiamo più permetterci di indugiare sulla definitiva bonifica della rada di Augusta. Da troppo tempo, pur conoscendo lo stato d’inquinamento, che rappresenta un serio problema anche per la fauna ittica, non si è ancora intervenuti”. “Da oggi – ha aggiunto – si cambia percorso: il presidente della Regione parteciperà a tutti i tavoli ministeriali per accelerare l’iter che porti allo sblocco delle risorse a disposizione”. Nello scorso novembre il governo Musumeci ha sollecitato il ministero dell’Ambiente per la definizione della cosiddetta “contabilità speciale”, presupposto indispensabile per procedere con la redazione del progetto di bonifica. Già da adesso, comunque, va affrontato il tema di quale debba essere il futuro del porto di Augusta. Noi abbiamo le idee chiare, dice Musumeci: deve diventare un punto di riferimento per tutto il traffico mercantile che arriva dal Canale di Suez. Su questo progetto avremo modo di confrontarci con il Comune e con l’Autorità portuale e sono certo che arriveremo a una soluzione condivisa che potrà poi essere discussa con il governo nazionale. Ma – ha concluso Musumeci – ogni futura destinazione del porto di Augusta rimane subordinata alla bonifica del suo mare”. Sogni ad occhi aperti, da chi non ha studiato la lezione prima di parlare.

Il problema, scrivono i giudici amministrativi, è che sul fondo del mare c’è tanto di quel mercurio che se si prova a rimuoverlo, si rischia di rimetterlo in circolo e spargerlo ancora di più a causa delle correnti. Fu questa la motivazione tecnica giuridica dei magistrati del Tar chiamati in causa. La soluzione, secondo questa teoria, sarebbe più deleteria del male stesso. La cosa molto interessante, che si creda, oppure no, l’ipotesi del rimescolamento, è che il Tar ci ha creduto davvero; nella sentenza 1254 del 20 luglio 2007 si legge che la tipologia e le modalità degli interventi come imposti dal Ministero, sarebbero affidate a tecniche non efficienti, non efficaci e/o comunque irrealizzabili e come tali anche pericolosi per l’ambiente e per la salute umana. Ma non è proprio così. Peccato che nella Rada di Augusta ci siano ancora depositati i veleni nei fondali marini di quello specchio di mare dall’apparenza pulita, dove giace invece una montagna di veleni di ben 18 milioni di metri cubi, e non è ancora chiara a tutti la vera portata del danno che hanno provocato le industrie in più di mezzo secolo d’inquinamento selvaggio, di traccheggi politici e di giochetti giudiziari in danno alla vita umana, alla flora, alla fauna e all’Ambiente in generale. Ora quelle bonifiche, con tutta la buona volontà, sono difficili da eseguire.

I tanti segreti. Tutti hanno taciuto che la rada di Augusta fu dragata diverse volte: negli Anni Settanta in maniera totale in occasione della crisi del Canale di Suez; per far entrare nel porto megarese le super petroliere sono state scavate il fondale a quota meno 22, e poi negli Anni Novanta altre volte eliminare degli scranni rocciosi e per fare un favore alle industrie dragando a ridosso dei rispettivi pontili di Esso e Agip, oltre ad abbassare i fondali nei pressi dell’imboccatura di Scirocco, su richiesta, formalmente, fatta dai Piloti del porto e per i lavori della nuova Darsena. I fanghi dragati misti a idrocarburi, veleni d’ogni genere e natura sommarono (stimati al ribasso) oltre 85 milioni di metri cubi nel totale che furono smaltiti a poche miglia dall’imboccatura principale della rada di Augusta, oltre agli oltre 18 milioni ancora nei fondali del porto megarese, per un totale tra dentro e fuori la rada di circa tra i 100 e i 120 milioni di metri cubi di fanghi contaminati. Questa è la Storia, quella vera. Da sempre si è registrato l’inquinamento selvaggio nel mare circostante il territorio del petrolchimico siracusano e mentre le discariche a terra insistono nel territorio tra Melilli, Priolo, Augusta e Villasmundo, che bene o male si può quantificare, oltre le abusive che sono circa un centinaio, ci troviamo di fronte ad un fatto compito, ad uno dei maggiori disastri ambientali non nucleari d’Europa.

Un diritto per le popolazioni delle zone è di poter contare su una vita normale; ma questo qui, nell’inferno sulla terra, è negato e non sarà possibile. Nella regola della corruzione tra gli uomini, vince la potenza del dio denaro e non l’interesse generale.

Concetto Alota

 

 

 

 

 

 

 

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