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La storia. La mafia a Siracusa, i clan dei catanesi, l’allarme sociale e la politica mafiosa…

La mafia nella provincia di Siracusa è stata una meteora passata velocemente sul finire degli Anni Settanta e fino alla fine agli Anni Novanta. Le notizie che nei mesi passati hanno percorso velocemente la cronaca nazionale, parlando di una possibile recrudescenza mafiosa in tutta la Sicilia, non trovano alcun riscontro nella nostra realtà locale, così com’è stato affermato recentemente dal Questore di Siracusa, Dott. Mario Gaggegi, parlando del fenomeno delle estorsioni nel territorio siracusano che è quasi sparito, rimanendo la sparuta condotta della richiesta di pochi euro e che il più delle volte riesce.

Il riferimento temporale è della Dia, Direzione Investigativa Antimafia, che poco tempo fa ha consegnato un lungo e articolato rapporto al Parlamento, e che vuole identificare l’ipotesi di una massiccia ripresa dell’attività mafiosa in tutta la Sicilia, come in tutte le altre zone dello Stivale, dopo un pericoloso e prolungato silenzio. L’allarme messo in campo riguarda la capacità e la potenzialità organizzativa di “Cosa Nostra”, attraverso la corruzione praticata sistematicamente, capace di frenare la crescita dell’Intero Paese, riversando i costi sull’intera collettività, mentre i profitti sono occultati all’estero o riciclanti; il passo segnato si riferisce allo stato sociale della nuova mafia, arrivata attraverso un percorso scientificamente studiato nella società moderna, a tutti i livelli, e con un’ampia disponibilità di denaro, con grande capacità di scalare aziende in difficoltà economica, specie alla presenza della crisi profonda che sta attraversando l’intera Europa e buona parte del mondo.

Quel rapporto della DIA, esposto alla Camera dall’on. Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, è confermato dalla preoccupante capacità del potere mafioso, con l’allarme a mantenere alto il livello di guardia, specie nella capacità d’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e negli appalti, al sud come al nord. “Le cosche mafiose, afferma l’on. Rosy Bindi, sono impegnate nel tentativo di riconvalidare la propria struttura a cominciare da una catena di comando, che da qualche tempo ha perso compattezza, libertà d’azione e potere di condizionamento ambientale.”

Conferma tale ipotesi, la scarcerazione in breve tempo, di numerosi elementi di spicco e le minacce ai magistrati, come ad altre figure di riferimento delle istituzioni; segnali che “sembrano propendere verso derive di scontro ancora da ben decifrare”. Nella lunga relazione, il presidente della Commissione nazionale Antimafia, elenca l’attività intelligente e minuziosa della DIA, che ha confiscato complessivamente oltre un miliardo di euro: 812 alla mafia, 120 alla ndrangheta e cinquantatré alla camorra.

La mafia da sempre è stata in rapporto ravvicinato con la politica specie in Sicilia (le cronache confermano tale siffatta condizione), utilizzando le relazioni interconnesse con il Palazzo del potere, con la cosa pubblica, intervenendo e proponendo direttive politiche che influenzano fortemente il rapporto sociale tra la collettività.

Lo sviluppo temporale della mafia nella realtà urbana, come potere ampiamente indipendente, trova un nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituirne una vera industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità, estende la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, condizionando perfino l’attività politica dall’interno delle istituzioni, la speculazione edilizia, controlli dei mercati, gli appalti delle opere pubbliche, e fuori dalle mura della gestione della cosa pubblica nel cuore della collettività attraverso il crescente mercato della droga, l’estorsione, il gigantesco giro del gioco d’azzardo a tutti i livelli, la prostituzione, l’usura e via dicendo.

Rimanendo nel nostro ambito territoriale, Siracusa non è stata mai una zona di mafia sul vero senso del termine; il fondatore della criminalità organizzata di tipo mafioso a Siracusa, si può considerare certamente Agostino Urso, inteso “u prufissuri”, che dopo un periodo di detenzione, per l’accoltellamento di un tunisino ad Augusta, e dopo la lettura ispiratrice del libro, “La mano nera”, sul finire degli Anni Settanta, decide di fondare l’omonimo clan. Insieme al fratello Carmelo, al cugino Carmelo Urso, detto “scacciata”, e altri personaggi storici della malavita siracusana, tra cui Totuccio Schiavone, Nunzio Rizza, Salvatore Silvestri, Salvatore Belfiore, detto “u cinisi” e tanti altri ancora della stessa risma e statura, quasi tutti detenuti in quel periodo e definiti gli uomini d’onore della malavita organizzata siracusana dell’epoca, diventando un autentico gruppo mafioso. Nasce così un clan con tutti i crismi per gestire in piena autonomia la totalità delle attività illecite in città, estendendo tale potere nel breve tempo all’intera provincia. La gestione del crimine organizzato e di tutte le attività illecite, alla stregua dei clan della mafia di vecchio stampo e antica memoria, è il lavoro quotidiano. Ma nel 1981 i già precari equilibri sono scardinati con la scissione di due distinti gruppi autonomi: Rizza e Schiavone. Da lì a poco il controllo delle attività illecite passa di mano in mano; il clan Urso perde l’egemonia, e i tre nuovi gruppi decidono di spartirsi il territorio, nella logica mafiosa di cui i riferimenti palermitani e catanesi erano l’ispirazione. Urso controlla l’isola di Ortigia, il mercato ittico e quello ortofrutticolo, a Rizza e Schiavone rimane tutta l’altra parte della città, tranne alcuni spicchi di quartieri assestanti e a macchia di leopardo, che rimangono nella disponibilità del gruppo Urso.

Gli accordi della spartizione non bastarono a calmare gli animi degli attori; le faide presero il sopravvento e la prima scusa diventò l’occasione per iniziare una lunga e spietata guerra che porterà negli anni alla fine dei clan mafiosi siracusani, con tanti morti ammazzati e feriti, con un ritmo impressionante, di boss e gregari. Nel volgere di appena un mese, ben quaranta ordigni furono fatte esplodere nel capoluogo e in alcuni paesi viciniori, contro attività commerciali e imprenditoriali a tutti i livelli; uomini politici delle istituzioni sono presi di mira con bombe ad alto potenziale fatte esplodere sia nelle loro abitazioni sia nelle segreterie politiche private, compreso le minacce ai diretti interessati.

All’inizio degli Anni Ottanta, la mafia siracusana decide d’intimorire il giudice istruttore, Francesco Fabiano; con un ordigno di grosso potenziale la sua autovettura fu quasi disintegrata mentre era parcheggiata sotto casa; pochi giorni dopo nel cortile del Tribunale di Siracusa nella vecchia sede di Piazza Della Repubblica, un altro ordigno fu fatto esplodere mentre i magistrati si erano riuniti per esprimere la loro solidarietà al collega Francesco Fabiano, che stava proprio in quei giorni istruendo dei processi su alcuni fatti criminosi e contro elementi di spicco della mafia siracusana. Il giorno dopo l’attentato presso il cortile del Tribunale di Siracusa in piazza della Repubblica. Gli uomini dei clan, rinchiusi nel vecchio carcere giudiziario di via Vittorio Veneto, furono tutti trasferiti e divisi tra loro in diverse strutture carcerarie dell’Isola e oltre lo Stretto, al fine di evitare i contatti con gli uomini che si trovavano in libertà e che eseguivano gli ordini impartite da dietro le sbarre dai loro capi per tentare di allentare il terrore che in città come del resto della provincia aveva raggiunto i limiti di guardia. Ma dopo un tempo relativamente breve, i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Siracusa (fatto appurato e scoperto dall’allora brigadiere Bartolo Giliberto ora in pensione con il grado di luogotenente), informarono il sostituto procuratore della Repubblica, Dolcino Favi, rafforzandogli nel frattempo le misure di sicurezza, della preparazione di un commando armato per le dinamiche di un attentato nei suoi confronti presso la sua casa di campagna da parte della mafia siracusana, che imperava ben organizzata e con un solo e unico clan già nel territorio. Stessa sorte era stata destinata a due penalisti siracusani. L’intervento della magistratura con una ventina di ordini di cattura fermò quel programma delittuoso.

Dopo i relativi processi per quei morti ammazzati e il riassetto organizzativo delle cosche ormai decimato, l’attività criminale riprende lentamente; i superstiti si riorganizzano in tanti piccoli clan, oltre a quelli di nuova genitura e che nel frattempo si erano affacciati nello scenario criminale, invadendo così quasi tutti i territori da sfruttare nell’intera provincia di Siracusa. Ormai in città la paura collettiva per la gente era un ricordo lontano, così come gli atti criminali nella pubblica via stile Palermo; ma i segnali di un tentativo di ripresa erano fin troppo chiari. La risposta dello Stato fu forte. Con uno spiegamento massiccio di forze di polizia, a livello giudiziario e investigativo, fece terra bruciata alla nascente nuova mafia a Siracusa. Nel mese di luglio del 2007, con un’operazione di polizia, coordinata dalla DIA di Catania, le forze rimaste in campo furono decimate e il nascente clan detto di “Santa Panagia”, riorganizzato dai suoi esponenti di spicco da poco scarcerati dopo una lunga detenzione, con ambiziosi progetti e mire espansionistiche senza limiti, fu disintegrato quella notte. È la fine storica dell’ultima traccia di mafia a Siracusa.

In tutto quel periodo storico vi furono anche altri clan malavitosi in attività nella zona nord di Siracusa, Lentini, Francofonte, Augusta, Villasmundo, con riferimenti chiari e in rapporti d’affari con la mafia catanese dei clan Santapaola e Laudani (“i mussi i ficurinia”) altri, così come nella zona di Floridia-Solarino, Avola, Noto e Pachino, con uomini altrettanto decisi e spietati, che in contrapposizioni si scontrò in quegli negli anni, con una violenta guerra tra clan con tanti altri morti ammazzati e feriti.

Negli Anni Ottanta arrivò persino l’attenzione del Ministro degli Interni dell’epoca, Oscar Luigi Scalfato, che in un rapporto alle Camere, decreta lo status di territorio mafioso anche per Siracusa, citando espressamente il clan Urso-Bottaro, come emergente e con pericolose e diretti rapporti con uomini di spicco della mafia catanese e palermitana. La guerra tra i clan, durata dall’inizio degli Anni Ottanta e fino agli Anni Novanta, portò allo sterminio di quasi tutti gli uomini d’onore, spegnendo così definitivamente i sogni di una gloria sinistra e ogni segnale di attività mafiosa a Siracusa.

Quello che rimane oggi a Siracusa, a parte i rapporti storici e conclamati tra la malavita organizzata e gli uomini della politica (vedi la cronaca della mafia politica siracusana), è la delinquenza spicciola, semi-organizzata, se proprio vogliamo forzare i termini, ma di mafia vera e propria non si può davvero più parlare. Rispecchia fortemente nella società, invece, l’attività criminosa minorile, con la formazione di vere bande dedite allo spaccio della droga, ai furti in genere, agli scippi e ai tanti reati cosiddetti minori, che con impressionante crescendo diventa il vero pericolo da tenere sotto controllo. Questo fatto si spinge oltre ogni limite sociale, poiché le leggi in materia sono ancora troppo permissive nei confronti dei minori; ecco perché i maggiorenni delegano i compiti operativi ai loro “picciotti”, ragazzi minorenni, per limitare i danni causati dalla lunga carcerazione. Rimangono caldi alcuni settori di attività criminosa, di delinquenza comune a titolo individuale, o al massimo attraverso la formazione di una squadretta, limitatamente all’attività dello spaccio di stupefacenti in forte ascesa, alle minacce semplici per estorcere del denaro nella misura di poche decine di euro, come un semplice accattonaggio che un vero atto delinquenziale; ma l’attività illecita, forse a causa della crisi economica, sembra essere in timida ascesa, nonostante l’impegno investigativo e senza sosta delle forze dell’ordine con tanti arresti e tante denunce.

Quello che rimane un fatto di allarme sociale è la mafia-politica da tenere da conto. Proprio a Siracusa con i fascicoli denominati “Veleni alla Procura” e “Attacco alla Procura”, è diventato un caso nazionale e un segnale diretto, maligno e sinistro, in cui oggi la società moderna si sente seriamente minacciata. Un fenomeno che non è nuovo in Sicilia, ma che a Siracusa appare oggi evidenziato come uno dei pericoli diretti al cuore delle Istituzioni democratiche per la violenza con cui è praticato.

Concetto Alota    

 

 

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Un commento

  1. Concetto complimenti, chiaramente, ciao Enzo Privitera.

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