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Morte di Eligia, il marito: “Ho subito minacce, avevo paura”

“Ho subito minacce, ho avuto paura”. Christian Leonardi, il marito di Eligia Ardita, l’infermiera deceduta la sera del 19 gennaio 2015 insieme con la figlioletta Giulia, ha sciolto la tensione accumulata in pianto. Per due volte ieri mattina, nel corso del contro esame davanti alla corte d’assise, ha versato lacrime.

Come nella precedente udienza, anche in quella di ieri Leonardi ha continuato a protestare la propria innocenza. “Non sono stato io a uccidere Eligia”, dice frenando a stento le lacrime e prima di descrivere il tipo di rapporto che si era instaurato con la moglie. “Avevamo una relazione serena al punto che abbiamo avuto presto il riscontro della gravidanza. Con i miei suoceri e gli altri familiari di Eligia abbiamo sin da subito instaurato un rapporto cordiale e luminoso. Avevamo comprato casa e stavamo progettando di arredarla in funzione della bambina che stavamo aspettando”.

Leonardi è tornato a parlare della drammatica notte tra il 18 e il 19 settembre 2015 quando, convinto da suo fratello Pierpaolo e dall’avv. Aldo Scuderi, si è costituito al comando provinciale dei carabinieri. “Torno a ripetere che quella notte sono stato costretto a dire che fossi stato io a fare morire mia moglie”, ha detto l’imputato, che ha rimarcato come in quel lungo colloquio col legale e con il fratello, gli era stato detto che se non lo avesse fatto la sua situazione si sarebbe complicata. “Mi avevano detto che i carabinieri del Ris di Messina avevano trovato in casa mia delle tracce sul muro del salone e sul pavimento, che non mi davano scampo e che, quindi, sarebbe stato meglio per me cedere”.

Il racconto di Leonardi si fa sempre più stringente e denota l’isolamento che ha vissuto durante la detenzione. “Da quel momento, di colpo mi sono ritrovato da solo. Avevo tutti contro, persino i miei familiari”. Prim’ancora della confessione, Leonardi ha raccontato di avere vissuto con l’angoscia delle accuse mediatiche: “Giornali e tv mi hanno messo in croce. Non andavo nemmeno al cimitero perché in alcuni messaggi hanno scritto che mi facevano fare ‘a fini do’ surci”.

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