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Operazione “Dirty Oil”, la guardia di finanza arresta a lampedusa il maltese Darren Debono.SiracusaLive | SRlive.it
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Operazione “Dirty Oil”, la guardia di finanza arresta a lampedusa il maltese Darren Debono.

Nell’ambito del prosieguo della indagini dell’operazione “Dirty Oil” della Dda di Catania, i Finanzieri del Comando  Provinciale della  Guardia  di  Finanza di  Catania, grazie alla collaborazione dei colleghi della Brigata di Lampedusa e di quelli della  Sezione  Navale  di  Catania, lì rischierati con una  propria  unità,  nella mattinata odierna hanno tratto in arresto, sull’isola di Malta, Darren Debono  di anni 43,  cittadino  maltese destinatario, nell’ambito dell’operazione “Dirty Oil”, di misura cautelare in carcere emessa dal Tribunale etneo. Il  Darren Debono  nell’indagine  coordinata  dalla  Procura Distrettuale  di Catania   è   emerso   tra   gli organizzatori  dell’associazione   a   delinquere internazionale  dedita  al  riciclaggio  di gasolio  libico  illecitamente  asportato dalla raffineria libica di Zawyia e destinato ad essere immesso nel mercato italiano ed europeo. Il maltese costituiva  il  punto  di  contatto  con  il  libico Fahmi  Mousa  Saleem Ben Khalifa, alias “il Malem” (il capo), capo di una milizia armata stanziata nella zona costiera al confine con la Tunisia, anch’egli destinatario di misura cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione “Dirty Oil”.

L’inchiesta condotta dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ha portato buoni risultati, fino a far scattare l’operazione “Dirty Oil”, che ha portato all’arresto di nove persone accusate di aver messo in piedi un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di carburante, rubato da una raffineria libica a 40 chilometri da Tripoli e destinato al mercato italiano, francese e spagnolo. Sono 50 gli indagati finiti sotto il tiro incrociato della Giustizia; coinvolti italiani, maltesi e libici. Un traffico quello scoperto di milioni di tonnellate di gasolio entrato illegalmente in Italia, che garantiva ingenti profitti.  Per il traffico erano utilizzati pescherecci modificati o piccole navi cisterna, alcune delle quali arrivavano al largo di Malta per trasferire il carburante su imbarcazioni maltesi. Queste ultime trasportavano il gasolio nei porti italiani per conto della Maxcom Bunker Spa attraverso il deposito costiero di Augusta, che lo acquistava a prezzo ribassato fino al 60%, rispetto al valore di mercato, dopo averlo miscelato. Le imbarcazioni spegnevano i trasponder per essere “invisibili” a occhi indiscreti delle forze di polizia. Ma nell’affare petrolio già da tempo si parla dei possibili riflessi della presenza della mafia nel contrabbando tra la Libia e la Sicilia. Il fatto che il greggio libico sia finito illegalmente via mare in Italia, in Turchia, a Malta e via terra in Tunisia, l’hanno già dichiarato gli ispettori dell’Onu poco tempo fa, in occasione dell’ultima risoluzione; ma la loro attività si è fermata al primo passaggio, cioè nelle raffinerie, senza però investigare se gli intermediari siano collegati ai gruppi fondamentalisti in connubio con la mafia.
Il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, sostiene che ci siano due potenziali punti di contatto tra il terrorismo islamico e la mafia, o criminalità organizzata che dir si voglia: la droga e il petrolio. Alcune indagini in varie regioni italiane hanno dimostrato l’interesse delle mafie per l’oro nero. Si creano società fasulle all’estero, con oggetto sociale per la commercializzazione d’idrocarburi; si accreditano, falsamente, come esportatori abituali; vendono direttamente ai gestori di pompe di benzina a prezzi ribassati; chiudono subito dopo la società. Così si raggiungono due obiettivi: evadono l’Iva e riciclano denaro. Un giro di due miliardi lo scorso anno solo in Italia. Inoltre, insistono i sospetti che i clan mafiosi si possano alleare con l’Isis; ipotesi verso cui i servizi segreti di mezzo mondo stanno indagando. Il ricavo dell’Isis nella vendita del petrolio venduto vicino al luogo di produzione – scrivono le Fiamme gialle in un rapporto alla Direzione nazionale antimafia – si aggira sui 20-35 dollari al barile, da ciò gli intermediari possono poi giungere a prezzi di vendita intorno ai 60/90 dollari. E la stima per eccesso della produzione attuale che si attesta sui 50mila barili quotidiani. Sono un milione di euro al giorno. L’ultimo tesoro dello Stato Islamico passa per la nuova mafia che spara di meno, ma guadagna cento volte, prima con gli appalti pubblici in connubio con la politica, e ora con la droga e il petrolio.

Concetto Alota

 

 

 

 

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