Home / Se te lo fossi perso / Attualità / Siracusa. Omicidio Gaetano Zappulla e i tanti misteri tra testimoni e collaboratori di giustizia

Siracusa. Omicidio Gaetano Zappulla e i tanti misteri tra testimoni e collaboratori di giustizia

Il racconto – a cura di Concetto Alota

Saranno affidate al collaboratore di giustizia Francesco Capodieci le sorti giudiziarie dei due imputati Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorino, sotto processo con la pesante accusa di omicidio; sviluppi giudiziari scaturiti a seguito delle indagini sull’uccisione del siracusano Gaetano Zappulla, avvenuto il 4 settembre 2002 all’interno di una sala gioghi nella centralissima piazza Adda. Processo che si sta celebrando con il giudizio abbreviato davanti al gup del tribunale di Catania, Simona Ragazzi. Capodieci, secondo quanto riportato nelle pagine del quotidiano “La Sicilia”, sarà sottoposto ad esame durante la prossima udienza del processo in corso a Catania il 24 maggio prossimo.

Come riporta il quotidiano catanese nella cronaca di Siracusa, Francesco Capodieci, nella veste di collaboratore di giustizia, avrebbe rilasciato ai magistrati della Dda dichiarazioni anche sul fatto di sangue in cui fu ucciso Gaetano Zappulla da due killer. Il Pm Alessandro La Rosa durante l’udienza dei giorni scorsi ha prodotto al gup del tribunale di Catania, Simona Ragazzi, le dichiarazioni di Capodieci. Il giudicante ha ammesso la citazione del Capodieci. Avrebbe riferito ai magistrati inquirenti, che lo hanno interrogato a lungo, di essere stato un testimone oculare di quell’omicidio. Ma i particolari del racconto non sono stati resi noti; da una prima analisi logica avrebbe dichiarato di essersi trovato nei pressi della sala giochi di piazza Adda quando avvenne l’agguato mortale contro Zappulla. L’avvocato difensore dei due accusati, Antonio Lo Iacono, ha preannunciato di voler analizzare a fondo le dichiarazioni del Capodieci nell’udienza programmata per il 24 maggio prossimo.

Spiccano in questa brutta storia di cronaca tante discrepanze fin dall’inizio tra le dichiarazioni dei testimoni e i dei collaboratori di giustizia. L’attesa per la prossima udienza, in cui da parte della difesa saranno sviluppate le necessarie logiche finalizzate a chiarire le tante contraddizioni intervenute.

Tutto si ferma e torna indietro. Ma il dubbio rimane con un vuoto dietro la difficile gestione dei collaboratori di giustizia, in cui diventa importante e che non può essere ignorato. La ripetizione nel contesto territoriale, attrae promesse di benefici ma rischiano di colpire, in modo significativo, i dati acquisiti sulla gestione della collaborazione.

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno convinto di primo acchito il pubblico ministero Alessandro La Rosa a sollecitare al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catania, Simona Ragazzi, a condannare a 30 anni di reclusione i due componenti del clan Attanasio Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorino. Il pubblico ministero ha concluso la requisitoria invocando la condanna a 30 anni di reclusione ciascuno nei confronti di Pasqualino Mazzarella e di Vito Fiorino.

Nell’udienza del 5 ottobre, è toccato all’avvocato Emanuele Lanzafame per la parte civile, e gli avvocati Sebastiano Troia e Antonio Lo Iacono a svolgere le proprie arringhe per i due imputati. Zappulla, ritenuto vicino al clan Santa Panagia, fu ucciso mentre giocava a videopoker con tre colpi di pistola, sparati da un killer entrato in una sala giochi di via Adige (nei pressi di Piazza Adda) mentre giocava a videopoker. Il caso si è riaperto dopo 18 anni a seguito delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Scarrozza, Curcio, Lombardo e Pandolfino.

Gaetano Zappulla, all’epoca dei fatti, aveva 26 anni. La sera del 4 settembre 2002 si trovava all’interno della sala giochi nel circondario di piazza Adda, intento a trascorrere il tempo davanti a un videogioco, quando un killer deciso e improvvisamente gli sparò contro tre colpi di arma da fuoco.

Ma le dichiarazioni a caldo dei testimoni discolpano gli imputati Fiorino e Mazzarella. Durante il processo contro gli imputati, Vito Fiorino e Pasqualino Mazzarella, viene fuori che sono molto più alti della persona descritta dai tre testimoni presenti all’omicidio di Gaetano Zappulla. I testimoni a caldo sostengono di non avere visto alcun “palo” ad attendere il killer in sella al motorino, appena fuori dal locale; e questo succede nell’immediatezza del delitto durante le primissime indagini dagli uomini della Squadra mobile di Siracusa. Secondo il loro racconto fatto agli investigatori, a sparare sarebbe stato un uomo alto circa un metro e 70. Tesi confermata da uno degli avventori che è alto 1,68; a suo dire aveva notato che il sicario aveva più o meno la sua stessa altezza. Anche il medico legale, ha stabilito che la traiettoria dei colpi con cui Zappulla è stato attinto con tre proiettili all’ascella, all’addome e alla nuca, sia stata orizzontale. Perizia del medico legale che, sulla scorta delle ferite della vittima, ha definito che l’altezza del killer è identica a quella della vittima, quindi, ben al di sotto del metro ed ottanta centimetri, considerando che la vittima era alta un metro e settanta centimetri, il legale difensore di Fiorino e Mazzarella deduce che l’altezza del killer sia la medesima.

A questo punto occorre necessariamente, ai fini processuali, scoprire gli elementi caratterizzanti reali, altrimenti inaccessibili senza le dichiarazioni rese da chi ne abbia fatto realmente parte, quindi presente al fatto; ma arriva un’altra verità sostenuta da più persone. Ben quattro testimoni oculari nell’omicidio di Gaetano Zappulla, avvenuto il 3 settembre 2002, smentiscono le accuse contro Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorino, finiti sotto processo e nei loro confronti il Pm Alessandro La Rosa ha chiesto la condanna a 30 anni di reclusione ciascuno. L’arringa chiara e semplice dell’avvocato Antonio Lo Iacono, difensore dei due imputati, ha poggiato la tesi difensiva sulla testimonianza del titolare dell’esercizio pubblico e di 3 clienti, presenti all’interno del bar in cui è piombato un sicario che ha sparato a raffica dei colpi di arma da fuoco letali per Zappulla.

Nella giurisprudenza corrente, la valutazione della prova deve essere sempre presa in considerazione nell’ambito delle indagini preliminari e soprattutto se insistono gravi indizi di colpevolezza. Nel passato la Cassazione ha concretizzato una sorta di compromesso, riconoscendo alla dichiarazione accusatoria la natura di “elemento di prova”, richiedendo, però, “elementi che ne confermino l’attendibilità”, escludendo “che le dichiarazioni del chiamante in correità potessero qualificarsi ex lege come elementi inutilizzabili”.

Il legale difensore ha fatto notare al gup del tribunale di Catania, Simona Ragazzi, le contraddizioni del racconto dei pentiti, principalmente per quanto riguarda l’altezza dell’uomo che, con il volto nascosto da casco integrale da motociclista, è piombato all’interno del locale per freddare Zappulla.

In considerazione della tesi sostenuta dall’avvocato difensore dei due imputati, il Gup ha chiesto a sua volta alla difesa di produrre la fotocopia della carta d’identità dei due imputati, Mazzarella e Fiorino. Cosa che è stata fatta.

Nell’archivio on-line ErroriGiudiziari.com, si contano a centinaia le storie giudiziarie deviate di vittime di errori contro uomini e donne finiti in carcere ingiustamente. Sensazionali il caso di Enzo Tortora e la strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e i 5 uomini della scorta. La Corte d’assise d’appello di Caltanissetta, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati della strage. Condannati anche a dieci anni i “falsi pentiti” Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. I giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato contestato a Vincenzo Scarantino pure lui imputato di calunnia. Il procuratore generale Lia Sava alla fine della requisitoria ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado per i cinque imputati: i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi pentiti Francesco Andriotta, Calogero Pulci e Vincenzo Scarantino. L’ennesimo processo sulla strage di via D’Amelio era nato dopo il pentimento di Gaspare Spatuzza che aveva ricostruito le fasi esecutivo della strage, sbugiardando definitivamente Scarantino. In primo grado il Borsellino quater si era concluso con la condanna all’ergastolo per Madonia e Tutino, mentre Andriotta e Pulci a dieci anni di reclusione per calunnia. Reato prescritto per l’ex pentito Scarantino. “La conferma della sentenza di primo grado dimostra come, nell’ambito dei processi Borsellino uno e bis si sia consumato forse il più grave depistaggio della storia italiana” dicono gli avvocati Vincenzo Greco e Fabio Trizzino, legali dei figli del giudice Paolo Borsellino”.

Informazioni su Redazione

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

RSS
Follow by Email
YouTube