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Siracusa. Petrolchimico: manca un piano di sviluppo, mentre la magistratura chiude le inchieste sull’inquinamento

La riflessione di ferragosto

Ci lamentiamo spesso che le tematiche ambientali del Petrolchimico siracusano non siano tra le priorità nell’agenda politica del governo. Una carenza d’interesse, sintomo della endemica mancanza di una rappresentanza politica capace e di cui soffre il territorio siracusano. Ma il problema non è solo politico. Mancano le politiche di sviluppo. La nostra attuale classe dirigente in generale è incapace di programmare uno sviluppo sostenibile in difesa di tutto il territorio siciliano, che rimane senza un piano valido di rilancio economico, oltre che sociale. Di contro ci troviamo circondati da mille interessi. In special modo sull’inquinamento della zona industriale, sempre difesa dai poteri forti. È stata incessantemente una sorta di zona franca, terra di nessuno, in cui la magistratura, specie quella amministrativa, è stata quasi sempre generosa nelle sentenze sulle tematiche che hanno avvolto l’ambiente e non solo. Ma ora la musica sarebbe cambiata; infatti, negli ambienti del palazzo di giustizia di viale Santa Panagia, si confermerebbe l’imminente chiusura delle diverse inchieste che interessano le industrie del petrolchimico, con i tanti possibili sviluppi giudiziari sulle tematiche inquinamento, depurazione, smaltimento dei rifiuti, appalti e interessi diffusi a partire dagli anni che sono fuori dallo spazio della prescrizione, specie nel comparto della depurazione e lo smaltimento dei rifiuti, del percolato, e tanto altro ancora.  

La crisi economica che attanaglia da troppo tempo il territorio siracusano e della quale ancora non si vede la fine, impone a tutti i rappresentanti della politica, maggioranza di governo e opposizione a tutti i livelli, un impegno straordinario a proposito del rigore e dei fabbisogni della popolazione abbandonata al destino dei vinti, con risposte immediate e comportamenti coerente. Il dibattito deve integrarsi sulla sostenibilità del sistema economico e sociale locale, e non invece sulla sterile e confusa e indecorosa polemica, che ormai va avanti da troppo tempo. La gente non sopporta più il sentire di una cantilena provocatoria che parla solamente d’inchieste, di denunce e di querele, di chi vorrebbe aizzare le piazze ormai vuote contro i nemici politici; la gente è stanca di sentire sempre la stessa litania, senza alcuna proposta valida.

Occorre un’opposizione costruttiva e buon governo. Si appuntisce con questa domanda un nesso virtuoso fra minor ricchezza che insiste per la crisi profonda e l’allentamento dei diritti dei cittadini in termini di tutela e la promozione della nuova economia di cui Siracusa e tutta la provincia ha davvero bisogno, ora più che mai. E non può essere messa in discussione in tempi di crisi economica, allineando meccanicamente ad altri fattori di polemicuccia nella gestione della pubblica amministrazione e magari cogliendo l’occasione per accusare l’avversario senza alcun utile per la collettività. Quello che serve sono le buone intenzioni e del buon governo, del programma di uno sviluppo economico capace di farci uscire dal tunnel dell’immobilismo: attrarre investimenti privati è la strada maestra, ma occorre sgombrare il campo dall’interesse personale e di gruppo, dalle lobby della politica e degli affari.

Ma rimanendo in campo minato con questa classe politica mediocre, tutto rimane fermo a binario morto. Non tutti i politici siracusani a più livelli hanno fatto la loro parte; è evidente come si espone la politica nella vita sociale della collettività; questo serve per non disperdere fra l’altro il processo d’integrazione; non siamo stati in grado di rispondere alle nuove domande delle esigenze della comunità e al contempo di spendere al meglio, risparmiando i soldi pubblici. Il dibattito negli ultimi tempi è stato feroce e a tratti incivile, con i temi caldi e di grande attualità che hanno interessato i cittadini e le istituzioni a tutti i livelli, il mondo del lavoro, le organizzazioni sindacali, le associazioni di categoria e altro ancora, ma con un’importante assenza: quella dei consiglieri comunali, dei parlamentari regionali e nazionali. Per questo si avverte la necessità di un coordinamento fra tutti gli ex consiglieri comunali “auto-ghigliottinati”, i deputati all’Ars, alla Camera e la Senato, in primis quelli che sono al governo della Sicilia, che si devono occupare dei problemi reali di tutto il territorio seriamente; occorre far crescere la consapevolezza che al governo simbolico delle città non può essere lasciato un ruolo annichilante di esecutore di decisioni prese altrove e da altri, tanto più in situazioni difficili come quella attuale, nella quale è evocata continuamente e spesso e senza ragione la necessità di agire in emergenza.

In Sicilia, l’ultima vera fase di elaborazione strategica in materia di politiche regionali risale alla fine degli anni Novanta, quando si avviò la Nuova Programmazione, in discontinuità con l’impostazione precedente; si propose un approccio basato sulla partecipazione di più soggetti pubblici e privati, diretto a migliorare l’ambiente socioeconomico della Sicilia. Per la Nuova programmazione capace di favorire lo sviluppo locale, è necessario agire sui fattori sociali, culturali e istituzionali, prima che su quelli economici. In coerenza con gli indirizzi europei sulla concorrenza, le politiche industriali rimangono ancora una volta ai margini di quella strategia.

Concetto Alota

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