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Siracusa. Si torna a sparare per strada: manca l’intervento della politica e del governo nel territorio

La cronaca ci porta in una centralissima strada di Avola con un agguato ”vecchio stile’contro un giovane di 25 anni. Un’imboscata dallo stile mafioso, in piena regola; verso le 2 della notte Andrea Pace ha trovato la morte davanti la sua casa in via Nighelli. Il giovane è morto qualche minuto dopo. I killer si erano appostati vicino il portone di casa. Per gli assassini è stato un facile bersaglio. In passato era stato denunciato per stalking nei confronti della sua ex moglie. Indagano i carabinieri della Compagnia di Noto che seguono diverse piste.

Già da parecchi anni la provincia di Siracusa è passata da zona tranquilla, considerata addirittura “babba”, a pericolosa alla pari con le altre zone ad alto rischio mafioso della Sicilia. La continua e costante lotta anticrimine di polizia, carabinieri e guardia di finanza con arresti e sequestri di droga e armi, compreso gli ultimi blitz contro i clan della zona che si estende da Avola a Noto, Pachino e Rosolini, eseguito dalle forze di polizia e coordinate dalla Dda di Catania ha fatto scattare l’esecuzione di una serie di ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di soggetti accusati a vario titolo dei reati di associazione finalizzata al traffico di droga, tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, porto e detenzione illegale di armi ed estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare la malavita organizzata insieme ai continui fatti di cronaca nera e giudiziaria che ogni giorno ci deliziano con arresti, blitz, ferimenti e omicidi, traffico di droga, furti, estorsioni e tanti altri reati contro la legalità allarma la popolazione. E mentre l’analisi di come i fenomeni di criminalità organizzata si sono evoluti nel quadro criminale fortemente anche nel territorio siracusano, stenta a conformarsi per vivere nella speranza che si possa trattare di una fugace condizione concomitante e non di una radicalizzazione del malaffare.

Si scopre così la ripresa dell’attività delittuosa e la conferma che i clan malavitosi si sono riorganizzati. Operosità che si può definire “sommersa” o “invisibile”; non fosse altro perché non ci sono notizie certe su tutte le altre attività svolte dagli uomini dei clan che si sono ristrutturati. Oggi ci sono i giovanissimi boss che studiano la storia della mafia, i comportamenti e il modus operanti, collaborati da manovali e gregari selezionati con cura, con la ripresa forte delle estorsioni, il controllo del gioco d’azzardo, del traffico della droga in grande stile, oltre ogni immaginazione, del pizzo limitato a pochi euro ma a tappeto e senza denunce. Insomma, una sorta di controllo del territorio; dunque, la ripresa dell’approccio tradizionale dei vecchi clan mafiosi con la società liquida, con l’economia sommersa, segnala che sta cambiando qualcosa; sta entrando nelle istituzioni dello Stato. La qualità organizzativa è strutturata e ben organizzata; le tecnologie sono in uso continuo e diffuso. Videocamere e vedette, sistemi nuovi di trasporto nello spaccio della droga. Si trovano anche tante tracce all’interno della pubblica amministrazione. Uomini delle istituzioni entrati in connubio con pezzi della malavita organizzata.

Ma più di tutte le cose, fa paura la nuova frontiera delle organizzazioni mafiose postmoderne, dove sono sempre di più coinvolti magistrati, giudici, funzionari pubblici, avvocati, uomini della politica. La nuova mafia fa sempre più leva sul sistema della corruzione coinvolgendo dall’imprenditore al politico, mostrando il radicamento nel tessuto sociale e nelle amministrazioni.

Il traffico di droga rappresenta l’affare del secolo per le organizzazioni criminali ed è un fenomeno che agisce in grande profondità. La droga si nutre in gran parte della disperazione della gente, così come il gioco d’azzardo, con la crudele conseguenza di lasciare le vittime in stato di bisogno e incapaci di trovare una liberazione. Da queste considerazioni che le forze di polizia stanno cercando di combattere un fenomeno che facilmente si rigenera e che andrebbe preso prima che si evolva troppo, al contrario delle azioni di lotta, che molte volte sono portate avanti con pochi uomini, strumenti e mezzi. Ma quello che manca è l’intervento della politica, di questa politica, proiettata verso l’apparire e non dell’essere. Manca il governo del territorio.

La Storia. All’inizio degli Anni Ottanta, la mafia siracusana, feroce e violenta, decide d’intimorire il giudice istruttore, Francesco Fabiano e di eliminare il sostituto procuratore Dolcino Favi. Con un ordigno di grosso potenziale l’autovettura del giudice Fabiano fu disintegrata mentre era parcheggiata sotto casa; pochi giorni dopo nel cortile del Tribunale di Siracusa nella vecchia sede di Piazza Della Repubblica, un altro ordigno fu fatto esplodere mentre i magistrati siracusani si erano riuniti per esprimere la loro solidarietà al collega Fabiano, che stava proprio in quei giorni istruendo dei processi su alcuni fatti criminosi e contro elementi di spicco della mafia siracusana. Il giorno dopo l’attentato presso il cortile del Tribunale di Siracusa in piazza della Repubblica, gli uomini dei clan, rinchiusi nel vecchio carcere giudiziario di via Vittorio Veneto, furono tutti trasferiti e divisi tra loro in diverse strutture carcerarie dell’Isola e oltre lo Stretto, al fine di evitare i contatti con gli uomini che si trovavano in libertà e che eseguivano gli ordini impartite da dietro le sbarre dai loro capi per tentare di allentare il terrore che in città come del resto della provincia aveva raggiunto i limiti di guardia. Ma dopo un tempo relativamente breve, i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Siracusa, informarono il sostituto procuratore della Repubblica, Dolcino Favi, rafforzandogli nel frattempo le misure di sicurezza della preparazione di un commando armato per le dinamiche di un attentato nei suoi confronti presso la sua casa di campagna da parte della mafia siracusana, che imperava ben organizzata e con un solo e unico clan già nel territorio. Stessa sorte era stata destinata a due noti penalisti siracusani. L’intervento della magistratura con una ventina di ordini di cattura fermò quel programma delittuoso.

Dopo i relativi processi per quei morti ammazzati e il riassetto organizzativo delle cosche ormai decimato, l’attività criminale riprende lentamente; i superstiti si riorganizzano in tanti piccoli clan, oltre a quelli di nuova genitura e che nel frattempo si erano affacciati nello scenario criminale, invadendo così quasi tutti i territori da sfruttare nell’intera provincia di Siracusa. Ormai in città la paura collettiva per la gente era un ricordo lontano, così come gli atti criminali nella pubblica via stile Palermo; ma i segnali di un tentativo di ripresa erano fin troppo chiari. La risposta dello Stato fu forte. Con uno spiegamento massiccio di forze di polizia, a livello giudiziario e investigativo, fece terra bruciata alla nascente nuova mafia a Siracusa. Nel mese di luglio del 2007, con un’operazione di polizia, coordinata dalla Dia di Catania, le forze rimaste in campo furono decimate e il nascente clan detto di “Santa Panagia”, riorganizzato dai suoi esponenti di spicco da poco scarcerati dopo una lunga detenzione, con ambiziosi progetti e mire espansionistiche senza limiti, fu disintegrato quella notte. È la fine storica dell’ultima traccia di vecchia mafia a Siracusa.

In tutto quel periodo storico vi furono anche altri clan malavitosi in attività nella zona nord di Siracusa, Lentini, Francofonte, Augusta, Villasmundo, con riferimenti chiari e in rapporti d’affari con la mafia catanese dei clan Santapaola e Laudani (“i mussi i ficurinia”) altri, così come nella zona di Floridia-Solarino, Avola, Noto e Pachino, con uomini altrettanto decisi e spietati che in contrapposizioni si scontrò negli anni con una violenta guerra tra clan con tanti altri morti ammazzati e feriti.

Intimidazioni con 30 bombe esplose in appena 40 giorni in abitazioni di politici, commercianti, imprenditori e privati cittadini. Decine di morti ammazzati per strada o in locali pubblici. Negli Anni Ottanta arrivò persino l’attenzione del Ministro degli Interni dell’epoca, Oscar Luigi Scalfato, che in un rapporto alle Camere, decreta lo status di territorio mafioso anche per Siracusa, citando espressamente il clan Urso-Bottaro, come emergente e con pericolose e diretti rapporti con uomini di spicco della mafia catanese e palermitana. La guerra tra i clan, durata dall’inizio degli Anni Ottanta e fino agli Anni Novanta, portò allo sterminio di quasi tutti gli uomini d’onore, spegnendo così definitivamente i sogni di gloria di una carriera mafiosa ma ora l’escalation criminale nel territorio siracusano è stata confermata dalla magistratura inquirente e dalle forze di polizia. Sotto accusa i flussi di denaro in cui sarebbero coinvolti i colletti bianchi che rappresentano i poteri forti nel territorio siciliano, tra la città di Augusta e il resto del mondo, così come nei grandi appalti pubblici. E se è vero che la storia si ripete, eccone la prova.

A Siracusa nella parte finale del 2017 e l’inizio del 2018 si è intensificata la recrudescenza del fenomeno estorsioni e del traffico della droga, anche se le forze di polizia hanno portato a termine ben tre operazioni con tanti arresti e il sequestro di stupefacenti, registrando nel frattempo anche una seria di attentati gravi a diverse attività commerciali a pochi giorni di distanza; fenomeno che non si è fermato, con le tante attività imprenditoriali colpite a ventaglio e duramente. La conferma nel rapporto della DIA per tutto il territorio di Siracusa con la presenza di una pace silente mafiosa che consente per il momento il mantenimento dei traffici di stupefacenti, delle estorsioni e in altri settori, specie in quello agroalimentari, ma anche della ripresa criminale in atto, considerata grave e pericolosa.

Concetto Alota

 

 

 

 

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