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Siracusa. Zona industriale, lo scenario: scarichi a mare, fumi velenosi e cattiva qualità dell’aria

Nella zona industriale siracusana, sul piano delle battaglie contro l’avvelenamento selvaggio dell’ambiente, c’è sempre stata una linea, morbida, molto sbilanciata nei 70anni di vita del petrolchimico, tra il potere economico delle industrie in connubio con la politica e i coraggiosi pionieri dell’ecologismo. Ma dopo i tanti sussurra e grida, luci e ombre sull’associazionismo ambientale, siamo arrivati alla frutta: non più battaglie vecchia maniera, ma solo proclami sui Social e pubblicazione di quello che succede nel mondo, senza alcuna mossa tattica, un progetto collettivo ma solamente indicazioni individuali verso tante battaglie a macchia di leopardo, nel solo apparire, senza poter contrastare la cruda realtà. Insomma, una sorta di apparizione con toccata e fuga. E questo è grave perché anche le industrie e le istituzioni hanno la percezione che il ruolo delle associazioni in difesa dell’ambiente, è cambiato; si è trasformato in una forte propaganda senza alcun risultato. Certi politici, sindaci, editori a prosseneta istituzionali che si trovano infischiati nel “giro”, agiscono nel senso del proprio personale interesse, alla faccia della puzza, dei miasmi, degli scarichi a mare di idrocarburi, reflui fognari e tutto quello che di velenoso viene fuori dalle fabbriche degli inquinanti che provocano morte e dolore.

È finita l’era in cui gli ambientalisti si battevano contro lo strapotere della lobby della chimica e della raffinazione, con le continue denunce. Anche l’attività della magistratura è condizionata dal ricatto sociale ed economico in difesa del lavoro.

Le industrie del petrolchimico siracusano inquinano tanto da essere considerati fuorilegge; la conferma con il sequestro copioso degli impianti, atti irripetibili da parte della Procura di Siracusa, come l’ultima operazione denominata “No Fly”, fortemente compromessa dai riflessi del Covid-19 per la mancata possibilità di portare avanti controlli a tappeto: infatti, le  industrie continuano a produrre veleni nell’ambiente e ogni giorni ci propinano una quantità di inquinanti attraverso l’aria, la falda acquifera, il mare, la terra. La logica fisica e chimica vuole che è impossibile non inquinare; le raffinerie sono per antonomasia, inquinanti. Cosa fare allora? Chiudere gradatamente.

I cittadini che vivono nei Sin, come la nostra zona industriale e i dintorni, le aree contaminate più pericolose che lo Stato vorrebbe a parole bonificare, sono colpiti da veleni dieci volte in più rispetto alle zone “normali”. Le industrie e i trafficanti di rifiuti tossici e nocivi, commettono clamorose infrazioni; l’Italia è stata condannata parecchie volte dalla Corte di giustizia europea.

Il profitto, dunque, prende il sopravvento e passa prima d’ogni cosa, di tutto; insomma, alla faccia del degrado ambientale, dei danni alla salute e delle sanzioni applicate all’Italia e ai suoi contribuenti. Il petrolchimico siracusano è considerato tra i più impattanti a livello sanitario, alcuni fatti e circostanze sono già noti alle cronache, mentre altri sono rimasti sempre nella semioscurità. È stato e rimane un luogo da tenere sotto osservazione per le emissioni di veleni a più non posso, e nel passato anche di mercurio. Ma lo scenario apocalittico, non cambia, ed anzi, peggiora.

Concetto Alota

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