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“Sistema Siracusa”: la luce nel buio, Amara parla e le Procure indagano

In un’epoca che nega la verità incontrovertibile, il fenomeno dei collaboratori di giustizia ha cambiato la cultura, passando da una condizione omertosa, ad una legalità diffusa. Da allora è stata una vera e propria china verso la scoperta di delitti e fatti criminali che ha cambiato le regole del gioco tra mafia, magistratura e il popolo.

Dalle colonne del quotidiano “Il Giornale” dei giorni scorsi, la conferma che il “Sistema Siracusa”, come sostenuto da sempre dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Siracusa, Francesco Favi, non avrebbe svelato del tutto il malaffare accumulato dall’inchiesta Mare Rosso ad oggi; ci sono ancora tanti inconfessati peccati da scoperchiare e ombre da illuminare, ma forse ancora una volta il tramonto è diventato l’alba. L’Eni al contrattacco contro l’ex legale Amara: “Bugie per screditarci, ora paghi 30 milioni”. Così “Il Giornale” titola la notizia a pochi giorni dall’arresto di Piero Amara il patriarca del Sistema Siracusa. L’Eni si schiera contro l’ex suo legale di fiducia Piero Amara. Il colosso guidato da Descalzi presenta il conto e chiede 30 milioni di euro per danni reputazionali all’avvocato Piero Amara, un tempo utilizzato dall’azienda nelle sue controversie e poi diventato grande accusatore di Descalzi & company. Ora parte la controffensiva: i racconti del legale sarebbero una sorta di fiction, in un intreccio di menzogne, tangenti e trame spionistiche. Ma spunterebbe una luce nel buio; Amara avrebbe potuto cambiare idea e decidere di fare chiarezza sui quei rapporti “stretti” tra le industrie siracusane tra cui Eni e alcune inchieste su incidenti e inquinamento che riempirono le cronache, come l’inchiesta seguita dopo lo scoppio dell’impianto 500 all’Isab in cui fu coinvolto il pm Giancarlo Longo.

Secondo quanto ancora riportato dal quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, da tempo Piero Amara disegna e racconta le presunte manovre del ponte di comando dell’Eni fino a cercare di screditare la procura di Milano che contesta ai vertici dell’azienda petrolifera il pagamento di ingenti mazzette per i giacimenti africani. Il primo processo, per le stecche in Algeria, si è chiuso con un flop, ora pure il secondo, relativo ai presunti versamenti in Nigeria, perde colpi, per le autorevoli smentite alla tesi dell’accusa arrivate inaspettatamente in aula.

La procura si è aggrappata alle rivelazioni di Amara per salvare il salvabile e ha chiesto che fosse sentito su ben 14 punti, in cui c’è di tutto e di più come in un romanzo d’appendice dai troppi colpi di scena: incontri riservati, esposti anonimi, telefonini criptati e tanto altro. «Amara – secondo la procura – seppe che l’Eni ha svolto un’attività di raccolta di informazioni nei confronti dei pubblici ministeri di Milano titolari delle indagini su Eni-Algeria e Opl 245 volta ad acquisire notizie utili a screditare anche attraverso pedinamenti ed intercettazioni ambientali in luoghi d’incontro».

Ma ora spuntano come fantasmi arrivati dal nulla altri filoni dalla Procura di Roma che in questi giorni si sarebbe formalizzata in una serie di richieste di acquisizione di atti e interi fascicoli che riguardano le attività dell’Eni e i rapporti ravvicinati con i pm siracusani e non solo, che riguarderebbero anche archiviazioni e depistaggi, compresi fatti concretizzati nelle fabbriche del colosso del petrolchimico siracusano e altro ancora.    

Dunque l’avvocato Amara, un tempo utilizzato dal gruppo ENI per le sue controversie legali, si ritrova in carcere per scontare una condanna definitiva a 3 anni e 8 mesi come deciso dalla Cassazione che ha chiuso così la vicenda.

Amara era stato arrestato due anni fa, nel febbraio 2018, e aveva raccontato le proprie trame affaristiche in combutta con giudici e avvocati; contemporaneamente aveva aperto il vaso di Pandora dell’Eni, svelando addirittura un complotto gestito dai vertici del colosso petrolifero, a cominciare dall’amministratore delegato Enrico Descalzi, per screditare i magistrati di Milano che inseguivano le tangenti.

Nei mesi scorsi l’azienda di Stato lancia la controffensiva, citando l’avvocato Amara davanti al tribunale civile di Terni e chiedendo 30 milioni di risarcimento per i danni di immagine. Amara incassa il colpo con disinvoltura e aggiunge altro materiale al corpus già fluviale della sua narrazione. Siamo ai giorni scorsi: i pm, in difficoltà nel sostenere le responsabilità dei vertici Eni nel sistema del malaffare, tentano di riportare Amara in aula. Ma il collegio, con il dibattimento ormai ad un passo dalla requisitoria, bolla come «non decisivo» il nuovo round. Amara resta lontano dalle luci della ribalta; ma il peggio arriva dalla Cassazione. L’avvocato va in galera per i traffici obliqui avvenuti nelle aule di giustizia: al Consiglio di Stato, ma anche al Cga in Sicilia e alla Corte dei conti, avvalendosi pure di consulenti tecnici compiacenti. In questo modo sarebbero stati alterati verdetti, decreti e ordinanze per un valore di almeno 400 milioni di euro. Le aquile che finora hanno svolazzato cadono inesorabilmente (e che per la cronaca ora si stanno beccando a vicenda) una dopo l’altra e si spera per non volare mai più nel cielo torbido del malaffare che ha colpito in lungo e in largo la Giustizia italiana nel profondo dell’anima. Ma non è stato del tutto svelato il malaffare che ora appare molto più chiaro e promette sviluppo sconvolgenti. Mancavano all’appello tanti segreti, molti fatti e circostanze gravissimi che ora potrebbero essere chiariti. I ricordi vanno a quando i fascicoli d’indagine si aprivano da soli o si archiviavano con facilità; colpivano onesti cittadini e finanche uomini delle istituzioni, come poliziotti, magistrati, cancellieri, impiegati ma anche avvocati, giornalisti, consiglieri comunali, collaboratori di giustizia, confidenti, pregiudicati e uomini della politica, ma assolvevano gli amici degli amici. Svincolati dalla pressione giudiziaria, e dalle poche verità venute a galla, almeno due Procure starebbero già lavorando per arricchire i nuovi fascicoli e svelare i tanti segreti inedite che potrebbero avere un effetto domino e fare i nomi e i cognomi, fatti e circostanze finora tenute nel cassetto e che a breve potrebbero essere resi pubblici.

E se è vero che a volte la storia si ferma e torna indietro per ripetersi, allo sfondo riappare la logica dei “Veleni al Palazzo” e del “Sistema Siracusa” che lentamente come un romanzo criminale d’altri tempi si ripresenta con tutta la sua prepotenza, come a volere la rivincita. È la madre di tutte le guerre che da quasi vent’anni non lascia spazio alle regole civile, al corso della giustizia degli uomini all’interno del tribunale di Siracusa e non solo, ma anche nella politica in favore degli affari sporchi con mille rivoli processuali a cui non sfuggono gli interessi di gruppi e di lobby sia nei palazzi del potere, ma anche nella zona industriale. E mentre la vicenda assume i contorni di una lotta tra gruppi, la verità, oggi a carte scoperte, conferma, come in una fiaba di onesti e malvagi, che si tratta di un gruppo di buoni e uno di cattivi; questi ultimi hanno approfittato del potere temporale detenuto, mentre i primi volevano solo garantire i diritti della libertà, della democrazia, del semplice vivere e della giustizia. Le ultime inchieste hanno scomodato ben 5 Procure della Repubblica, ma la verità non è stata ancora svelata del tutto. Rimangono tante, troppe, zone d’ombra ancora da chiarire che forse tra poco tempo saranno svelate. E in proposito negli ambienti giudiziari siracusani si parlerebbe di una nuova impronta di fantasmi con lo stemma in fronte del “Sistema Siracusa” nel palazzo di Giustizia siracusano con allo sfondo i tanti possibili colpi di scena; qualcuno avrebbe cercato di capire dove si annidano i tanti possibili delatori, i fantasmi che cercano notte e giorno i possibili segreti ancora da svelare girando in cagnesco. Limiti che potrebbero espandersi con nuove rivelazioni e tanti possibili esplosivi e dirompenti colpi di scena, a partire dall’inchiesta Mare Rosso ancora in parte da chiarire per finire alle tante inchieste contro le industrie del petrolchimico per incidenti, inquinamenti e tanto altro ancora.

Concetto Alota

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