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Società & Politica: infiltrazione mafiosa nelle istituzioni tra scioglimenti e accertamenti controversi

Rimane d’attualità lo scioglimento per infiltrazione della criminalità organizzata, o mafiosa che dir si voglia, negli Enti locali e del livello di condizionamento per il possibile connubio tra la politica e il malaffare; sciolte in maniera pilotata, così come i comuni che non vengono invece sciolti, in presenza di dubbi, ma rimane valida la logica delle statistiche.

La domanda sorge spontanea nel momento in cui si scopre il connubio tra la magistratura e la politica; quando di vuole barattare a chi affidare il potere giudiziario in un determinato territorio, specie quando nello sfondo appaiono interessi milionari, come la semplice condizione dei lavori in appalti della pubblica amministrazione, o quando si usa il denaro pubblico per condizionare il voto successivo. E così fino a fondo pagina con la politica corrotta, unica protagonista dell’attuale dramma sociale.     

La nomina della Commissione d’indagine per accertare la presenza in consiglio comunale o meno di condizionamento mafioso da parte dei Prefetti, è un atto dovuto. Regolato dalla legge dello Stato ma appare di primo acchito una condanna per le parti politiche avverse; sacrosanto, umano e per certi aspetti accettato nel gioco delle parti nella nostra sub-cultura frenata dal carattere di un popolo del territorio siracusano in cui insiste una forte ampiezza abulica. Questo comporta, per logica deduzione, che i pochi che spiccano in politica siano alla fine premiati con una carriera fatta di potere e ben remunerata, se non s’incappa, però, nelle maglie della Giustizia, obbligatoriamente, a torto o a ragione. È questo il primo rigagnolo che fa scivolare nel fango, della calunnia al solo passa parola e della regola degli aspetti di una democrazia moderna, avanzata. Tutto questo succede per il cambio della strategia della mafia con la recente esplosione dell’epidemia del sospetto d’infiltrazione mafiosa nei Comuni italiani, nelle Regioni, nel Parlamento, ma come espansione territoriale e nuovi equilibri di forza della mafia, spinge oggi i governi al solo controllo preventivo di elementi mafiosi all’interno dell’istituzione di base, cioè, i Comuni, tralasciando troppo spesso le altre istituzioni elettive.

Lo scioglimento dei consigli comunali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso, è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 1991, con il decreto-legge n. 164, interamente abrogato, in uno dei momenti più difficili della lotta tra Stato e mafia; ha subito numerose modifiche nel corso degli anni, disciplinato ora dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, artt. 143-146 del decreto legislativo numero 267 del 2000.

Si tratta di una misura che non ha natura di provvedimento di tipo sanzionatorio ma preventivo, di carattere straordinario, che ha come diretti destinatari gli organi elettivi nel loro ampio ventaglio e non i singoli amministratori, come invece disciplinato dall’art. 142, che prevede la rimozione in caso di “atti contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge o per gravi motivi di ordine pubblico”: ciò incide, in maniera rilevante sull’autonomia degli enti locali. La logica dello scioglimento degli organi elettivi è quella che si vuole interrompere un rapporto di correità e di sottomissione dell’amministrazione comunale nei confronti dei clan mafiosi, in grado di condizionare le scelte degli amministratori pro-tempore attraverso il ricorso al metodo mafioso a largo raggio o per singola azione conveniente.

Una scelta di alta amministrazione, contraddistinta da una larga discrezionalità. Per arrivare allo scioglimento non è indispensabile che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, essendo sufficiente che emerga una probabile soggezione, anche minima, degli amministratori verso la criminalità organizzata. Ma non è sempre così. Capita che anche in presenza fatti eloquenti o di indizi raccolti che devono essere sempre dimostrati e stabilenti tra loro per provare l’influenza del crimine organizzato sull’amministrazione, da poggiare sempre sulla prova rigorosa dell’accertata volontà degli amministratori d’assecondare le richieste della criminalità. L’attività d’indagine può avere risultati scaturenti al solo comportamento dell’apparato amministrativo, segretario comunale, dirigenti, dipendenti, nelle rilevanti attribuzioni e facoltà, e non solo degli eletti, consiglieri e sindaco. Ma anche esattamente il contrario, come dimostrato dalla cronaca nel merito negli ultimi anni.  

Nella tesi in cui non sussistono gli ipotizzati precedenti per lo scioglimento del consiglio comunale, oppure l’adozione di altri provvedimenti, ma siano state registrate comportamenti tali da determinare la compromissione del buon andamento dell’amministrazione, il Prefetto ha il potere di determinare gli interventi di risanamento e i conseguenti atti adeguati da assumere, e in caso di reiterato inadempimento, e si sostituisce, di fatto, all’amministrazione inosservante per il tramite di un commissario ad acta.

C’è comunque sempre un filo rosso che collega la mafia alla politica attraverso “l’elegante signora” chiamata corruzione. Nella società moderna, così come in politica, la putrefazione della struttura sociale è in crescita; questo attraverso una metodologia originale, che censisce ogni scambio illecito che coinvolge direttamente uomini politici anche all’interno di altri reati, come il concorso esterno in associazione mafiosa, il voto di scambio, ma anche in un quadro della corruzione ad ogni azione nei consigli comunali, regionali, alla Camera e al Senato, oltre che nelle cariche di sottogoverno; tutto si rivela con dettagli interessanti, come la crescita esponenziale di vicende di corruzione in presenza della criminalità organizzata soprattutto al sud, dove si registra un forte aumento dei reati associativi in cui si annidano vicende di corruzione.

Le alleanze tra la mafia e la politica s’intrecciano ogni giorno e non dipende solo da una diversa strategia repressiva degli organi di contrasto, ma dalla natura stessa della corruzione, che si presenta sempre più organizzata e variegata con altre forme di criminalità, ramificandosi nella società attuale come fosse una regola istituzionale della democrazia.

Il ricambio generazionale, sta affermando un numero sempre maggiore d’imprenditori, mentre crescono le figure di liberi professionisti del malaffare. I processi di globalizzazione economica e culturale, si sono estese e diffuse su larga scala. Siamo di fronte ad una perversa operazione di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti e meccanismi economici, sociali, politici, legislativi, così come il regime proibizionista vigente in materia dell’uso della droga, del gioco d’azzardo e via dicendo.

Oggi il confine tra legalità e illegalità è inesistente tra economia reale e la cosiddetta mafia capitalista, inserita nei circuiti finanziari istituzionali in connubio con la politica e la criminalità mafiosa intesa come potere, e niente può fermarla, nemmeno il voto di protesta massiccio; occorre cambiare mentalità e debellare la corruzione e il malaffare. Sarà davvero difficile ritornare nei canoni della civiltà e della legalità, dopo aver assaporato facilmente il guadagno dei soldi, il piacere del sesso e del potere, che sono ormai le carte da gioco rimaste sul tavolo del popolo vittima delle lobby del potere che decidono cosa dobbiamo mangiare, fumare, leggere sui giornali o ascoltare in Tv.

Chi partecipa alla vita pubblica del governo del popolo è scelto su base maggioritaria, con votazioni libere e democratiche, secondo la propria capacità e competenza, oltre che del grado di onestà, attraverso i partiti politici organizzati, secondo la Carta Costituzione. Se invece riportiamo la descrizione di che cosa è la mafia e confrontiamo la relazione diretta con la politica, pensiamo subito come tutti i punti si accomunino. La scienza e l’arte del governo, con oggetto la capacità della costituzione e l’amministrazione di un soggetto, legale o fuori dalla legge, che si può chiamare stato o associazione “cosa nostra”, “camorra” o “ndrangheta”, lobby, con lo scopo di raggiungere determinati traguardi e obiettivi in favore della comunità che si amministra, sono esattamente uguali. Nei fatti pratici e nella buona sostanza, si tratta di una semplice interpretazione: la politica deve amministrare i beni dei cittadini con il necessario sviluppo sociale, politico, economico che deve garantire trasparenza e onestà, così come la mafia deve conciliare gli aspetti di ogni azione capace di apportare benefici ai suoi fedeli “associati”, senza l’impegno dell’onestà, ma del solo onore verso i propri “fratelli” di avventura.

Nella società moderna, la criminalità cambia pelle e si riorganizza. Si pensa che dopo la morte di Totò Riina e degli altri corleonesi la mafia stragista, almeno in teoria, si sia ridimensionata. Ma il vecchio quanto valido fenomeno della mafia nella forma organizzata ritorna più potente e pericolosa di prima, in questa nostra moderna società corrotta quasi a tappeto. Lo Stato con nuove leggi sul controllo dei flussi di denaro tenta di arginare il fenomeno criminale, ma le organizzazioni delinquenziali si riorganizzano. È quello degli affari in apparenza leciti, attraverso prestanome messi a capo di aziende e società pulite. In primis troviamo le infiltrazioni negli appalti pubblici, o delle imprese edili nel campo delle ristrutturazioni collegate, di solito a studi di avvocati e commercialisti che rappresentano il principale canale per recuperare risorse da parte della nuova strategia criminale. Sentenze pilotate, processi aggiustati, espropri di terreni, appartamenti, società, con inganni e raggiri giuridici, truffe nella pubblica amministrazione, raccomandazioni a pagamento in cui menti raffinati travestiti da rispettabili liberi professionisti chiamati un tempo faccendieri, ora “facilitatori”, i nuovi colletti bianchi, si sono organizzate per controllare le istituzioni dello Stato, che non si può più definire, “democratico”.

Per rimanere nel nostro brodo locale, dopo lo scardinamento di sodalizi criminali creato da vecchi colletti bianchi di cui, secondo fonti giudiziari qualificati, sarebbero rimasti ancora tanti lati oscuri, nella provincia di Siracusa rimane il sospetto che siano numerosi i contatti tra i “facilitatori” con i galloni delegati da menti raffinati in connubio con la politica a più livelli istituzionali. Anche se non si può parlare di mafia nel termine con cui lo stereotipo collettivo definisce il fenomeno, estirpare la mafia, meglio dire il modo di pensare mafioso, è difficile se non impossibile perché fa parte della struttura sociale e culturale del popolo siciliano, come la ’ndrangheta lo è per quello calabrese e la camorra di quello napoletano. Nel tempo il legame tra politica e mafia è divenuto un aspetto essenziale del controllo e della gestione di appalti e dei fondi pubblici. Sfruttando la leva di complicità e omertà, in molti territori dell’Italia corrotta le scelte politiche avvengono spesso per convenienze “mafiose”.

Sono migliaia i casi di consulenti nominati senza alcun motivo, ruolo o necessità, di appalti pilotati in favore di società controllate da appartenenti alla mafia, o da delinquenti abituali, di speculazioni legati ai piani regolatori comunali, di leggi regionali a favore di talune categorie e via così fino a fondo pagina. Per questo motivo sono sorte alcune leggi antimafia volte a limitare le collusioni, queste leggi provocano ogni anno lo scioglimento di diversi consigli comunali sparsi nel territorio Italiano per infiltrazione mafiosa, ma sono state superate dalla nuova strategia dettata dalla corruzione dilagante. Fatta la legge, trovato l’inganno. L’infiltrazione mafiosa avviene grazie al consenso dei cittadini ignari, sfruttando la leva della disoccupazione e della necessità. In molte aree è tacitamente sfruttato il voto di scambio, senza un’apparente mobilitazione da parte dello Stato, e il territorio siracusano non è immune da questo fenomeno latente.

Il quadro delle presenze criminali mafiose e dei loro collegamenti è più che preoccupante. E accanto alle forme criminali estreme, collegate con le associazioni principi, vi è una criminalità locale meno pubblicizzata e conosciuta la quale, tuttavia, è forte e attiva e rivendica una propria autonomia, una propria soggettività, una capacità operativa con settori d’intervento a ventaglio.

Un pericolo che avanza in silenzio e che a volte non si vuole vedere. La cultura istituzionale parte dal concetto che è l’uomo, il pericolo e non la sua attività. Spesso i tentativi di penetrazione sono molto subdoli, invisibili, e per questo occorre vigilare con la regolare denuncia e tangibilità verso il grave problema sociale, politico, economico.

La mafia, in connubio con la politica, è molto attiva in territori nei quali circolano flussi enormi di denaro, possibilità d’investimento e della depurazione del denaro sporco, di coperture, di mimetizzazione dei movimenti con allo sfondo il crimine organizzato, perché effettivamente è nel ricco e florido mondo degli appalti pubblici che la mafia fa i suoi soldi, gli affari, con una copertura a prova di bomba tra connubi e alleanze.

Le differenze sono sempre vicine. La politica dovrebbe agire con schemi legalizzati dallo stato di diritto democratico, dietro la delega del popolo, mentre la mafia per raggiungere gli obiettivi utilizza la violenza, il condizionamento attraverso la paura della morte, con la naturale tendenza a sostituirsi alla legge dello stato democratico, con l’azione violenta e il prestigio personale dei mafiosi. Organizzati in mandamento, squadra, decina, clan, con la possibilità di diventare partiti politici, mischiando i buoni e i cattivi per confondere le idee alla pubblica opinione. Ecco allora la logica. Con i mezzi disponibili si possono raggiungono gli scopi desiderati. Esattamente quello che fa la politica, quindi i politicanti, quando nel chiedere il voto, promettono un posto di lavoro, una licenza commerciale prima negata, o minacciano di colpire nel caso del diniego, la stessa cosa per la provvista del denaro necessario all’attività del gruppo. Il politico, si corrompe e quindi ruba al popolo il pubblico denaro, ricatta e agisce contro o in favore di qualcuno e di qualcosa per un tornaconto personale o di partito o della lobby d’appartenenza, il mafioso con lo stesso identico modo e sistema ottiene lo stesso risultato, estorcendo e ricattando. Si tratta di capire chi per primo ha copiato l’altro, considerato che già nell’Ottocento si faceva buon uso della corruzione e dell’appropriazione indebita del pubblico denaro da parte degli eletti.

Non esiste nessuna differenza nell’organizzare la costruzione di un centro commerciale per speculare sul prezzo del petrolio ad ogni costo, o la per la realizzazione di un gruppo di villette e per raggiungere l’obiettivo si corrompe e si organizza, coinvolgendo pezzi delle istituzioni dello Stato democratico, tradendo la fiducia di amici e compari; o come realizzare il nuovo ospedale su un terreno dove si vuole speculare, pilotando l’appalto verso una società amica degli amici della politica; così come per la realizzazione una costruzione pubblica, oppure gestire al limite delle leggi l’appalto della raccolta dei rifiuti urbani, la gestione degli asili nido, o pilotare la gara per lo smaltimento dei rifiuti, la gara per il nuovo appalto della gestione idrica e fognante, dell’illuminazione pubblica della città e del sistema semaforico, oppure per la concessione del servizio dei parcheggi pubblici o strisce blu ad amici che contribuiscono alle spese della politica, o come altro vi pare, con l’attività dell’organizzazione di tipo mafiosa al fine di conseguire illeciti guadagni. In entrambi i casi, l’obiettivo è sempre lo stesso, con la differenza che la mafia-politica rischia molto meno in quanto si trova in vantaggio rispetto alla delinquenza organizzata, che agisce senza la copertura, la connivenza, dell’attività cosiddetta politica dall’interno del Palazzo. Ecco perché i consigli comunali a maggioranza di corrotti trovano facilmente i corruttori, mafiosi o anche imprenditori dalla fedina penale integra.

È la logica del controllo del potere che la mafia-politica ha da sempre operato, nella sinottica della scienza sociale di riferimento, con l’applicazione dell’oligarchia nel territorio, fuori dagli schemi di partito o di corrente, ma organizzati come a dei veri clan o cricche che dir si voglia. Oggi lo scenario non è cambiato di molto; si vuole condizionare l’intera attività amministrativa per mettere le mani sui miliardi degli appalti, anche con la violenza, che si distingue dalla ragione, ma che soffoca ogni atto democratico e imprime nel pensiero dell’esecutore la visibilità nascosta, perdendo la necessaria lucidità, come se dopo l’intimidazione, l’obiettivo è stato raggiunto, in una logica disperata che cerca di realizzare con la violenza ciò che si chiama vita democratica, politica.

Ogni cambiamento è un rischio senza le idee di ricerca; conserva chi ha da perdere, ma la critica è l’idea politica degli altri, la rivoluzione è di tutti. È nessuna soluzione rivoluzionaria è senza un passato, un presente e un futuro. Gli schiavi periranno se non si ribelleranno. È chiaro che nessuno vuole accettare questa tesi estrema, ma la logica non è una favola, che anzi vuole guadagnare la posizione che merita nella graduatoria del linguaggio universale nell’era cosiddetta moderna. Nessuno accetterà mai tale siffatta condizione, poiché insiste il naturale coinvolgimento di una buona parte dello Stato democratico con i sui molteplici pilastri istituzionali, obiettando che così ogni istituzione potrebbe essere dichiarata mafiosa. In fondo alla fine forse è proprio così.

Su tutta la delicata materia, da parte delle istituzioni, dopo la ricerca sul campo e nel clima generale, sono stati ravvisati profili di rischio elevatissimi per la democrazia; diventa una sfida nel momento in cui uomini eletti dalla volontà popolare nella maniera inversa diventano mafiosi. Emerge una crescente insofferenza da parte della mafia-politica per l’impegno con cui la magistratura inquirente porta avanti i profili investigativi contro molti rappresentati istituzionali sospettati di fare il “doppio gioco”, compreso il prestanome di turno. Una pariglia che si configura come un’alleanza con la mafia, la ndrangheta e la camorra, la lobby della politica organizzata, per gli aspetti silenti in cui appare relegata in maniera sospetta. Il terreno di gioco si sposta sul piano apertamente politico istituzionale, con la concussione diretta di buona parte di dirigenti, tecnici e impiegati della pubblica amministrazione, dove è identificata l’enorme fetta di corruzione denunciata da qualche tempo dalla magistratura contabile oltre che da quella inquirente. Oggi la mafia-politica è, nei fatti pratici, la più potente delle lobby in campo per il controllo del potere economico, politico e sociale; inoltre gode della fiducia popolare e ha costruito il suo impero all’ombra della legalità, dall’interno del Palazzo del potere, alterando il tessuto sociale e culturale, divenendo a sua volta sub-cultura per l’intera pubblica opinione, specie in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Campania. Ma Roma rimane la sede naturale, la capitale, oltre che dell’Italia democratica, anche della mafia-politica.

La risposta è il campo naturale, come nel “Caso Siracusa”, avvolgendo e trattando caso per caso, come se non fosse una diffusione del fenomeno a livello generalizzato ma bensì isolato. Per fortuna non tutta la politica è lì a reggere questo sinistro gioco. Si trova una buona maggioranza dei politici nel fronte diametralmente opposto; quindi non tutta la politica è corrotta, ma il condizionamento dell’appartenenza alla “casta” è ancora forte.

L’importanza del coraggio su tutti i fronti è necessaria nel momento in cui si vuole annientare il fenomeno politico-mafioso, anche con il cambiamento delle regole del gioco al massacro, registrato più volte e a tutti i livelli istituzionali. Il coinvolgimento di uomini della politica in appalti e nel controllo di settori vitali di una buona parte della società economica italiana, sono fattori di rischio da non sottovalutare. I politici condannati per l’attività del concorso esterno in associazione mafiosa, sono diventati davvero tanti, troppi, e tutti di primo piano nello scenario politico sia meridionale e sia settentrionale. La Sicilia rimane, purtroppo, al primo posto nella graduatoria. Tanti quelli scoperti e condannati, ma molti di più sono quelli che rimangono in attività e con tanta forza di potere politico-mafioso ancora in mano. Il fenomeno della mafia-politica rimane un reale pericolo per le istituzioni democratiche. Si tratta di capire chi deve essere il giudice terzo tra due poteri forti delle istituzioni: la politica e la magistratura.

Il conflitto è sempre più emergente per le competenze e i poteri istituzionali messi in discussione da parte di chi attraverso l’organizzazione della mafia politica controlla il potere per rubare il pubblico denaro. Ma l’antimafia è un’altra cosa. Ovviamente, quella vera!

La corruzione nella società moderna così come in politica è in crescita, attraverso una metodologia originale, che censisce ogni scambio illecito che coinvolge direttamente uomini politici anche all’interno di altri reati, come il concorso esterno in associazione mafiosa, il voto di scambio, ma anche in un quadro della corruzione ad ogni azione nei consigli comunali, regionali, alla Camera e al Senato, oltre che nelle cariche di sottogoverno; tutto si rivela con dettagli interessanti, come la crescita esponenziale di vicende di corruzione in presenza della criminalità organizzata soprattutto al sud, dove si registra un forte aumento dei reati associativi in cui si annidano vicende di corruzione.

Le alleanze tra la mafia e la politica s’intrecciano ogni giorno e non dipende solo da una diversa strategia repressiva degli organi di contrasto, ma dalla natura stessa della corruzione, che si presenta sempre più organizzata e variegata con altre forme di criminalità, ramificandosi nella società moderna come fosse una regola istituzionale della democrazia moderna. Il ricambio generazionale, sta affermando un numero sempre maggiore di imprenditori, mentre crescono le figure di liberi professionisti del malaffare. I processi di globalizzazione economica e culturale, si sono estese e diffuse su larga scala. Siamo di fronte ad una perversa operazione di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti e meccanismi economici, sociali, politici, legislativi, tra i quali figura anche il regime proibizionista vigente in materia dell’uso della droga. Sul piano economico e politico gli stupefacenti sono pienamente funzionale a un sistema basato sul dominio e sulla criminalità di classe. Dal punto di vista economico, benché chi faccia uso di droghe non costituisca una forza di lavoro valida, secondo i canoni tradizionali, pronti a tutto a costruire il mercato nero che produce reddito illegale. Anche sul versante politico, gli assuntori di droghe, non solo cessano di opporsi attivamente al sistema malato, ma diventano un terreno assai fertile per la repressione e la provocazione contro i movimenti di lotta e di protesta politica e sindacale, mentre il Paese reale affonda.

Oggi il confine tra legalità e illegalità è inesistente tra economia il legale e l’illegale, la cosiddetta mafia capitalista, inserita nei circuiti finanziari istituzionali in connubio con la politica e la criminalità mafiosa intesa come potere, e niente può fermarla, nemmeno il voto di protesta massiccio; occorre cambiare mentalità e debellare la corruzione e il malaffare. Ma sarà davvero difficile ritornare nei canoni della civiltà e della legalità, dopo aver assaporato facilmente il guadagno dei soldi, il piacere, sesso e del potere, che sono ormai le carte da gioco rimaste sul tavolo del popolo vittima delle lobby del potere che decidono cosa dobbiamo mangiare, fumare, leggere sui giornali o ascoltare in Tv.

Ma agli aspetti negativi sono legati alla politica nelle sue mille sfaccettature criminali; nata come scienza e arte del governo, della teoria e la pratica con oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica; l’attività svolta per il governo di uno stato, il modo di governare. L’insieme dei provvedimenti con cui si cerca di raggiungere determinati fini in favore della comunità che si amministra, invece diventa, giocoforza, alleata della mafia. Il governo della vita politica, sociale e gli indirizzi generali per il positivo risultato a favore dei cittadini che si governano, compreso tutte le misure necessarie a evitare crisi d’ogni genere e natura. Chi partecipa alla vita pubblica del governo del popolo è scelto su base maggioritaria, con votazioni libere e democratiche, secondo la propria capacità e competenza, oltre che del grado di onestà, attraverso i partiti politici organizzati, secondo la Carta Costituzione. Se invece riportiamo la descrizione di che cosa è la mafia e confrontiamo la relazione diretta con la politica, pensiamo subito come tutti i punti si accomunino. La scienza e l’arte del governo, con oggetto la capacità della costituzione e l’amministrazione di un soggetto, legale o fuori dalla legge, che si può chiamare stato o associazione “cosa nostra”, “camorra” o “ndrangheta”, lobby, con lo scopo di raggiungere determinati traguardi e obiettivi in favore della comunità che si amministra, sono esattamente uguali. Nei fatti pratici e nella buona sostanza, si tratta di una semplice interpretazione: la politica deve amministrare i beni dei cittadini con il necessario risvolto sociale, politico, economico che deve garantire trasparenza e onestà, così come la mafia deve conciliare gli aspetti di ogni azione capace di apportare benefici ai suoi fedeli “associati”, senza l’impegno dell’onestà, ma del solo onore verso i propri “fratelli” di avventura. Le differenze sono vicine, dove la politica dovrebbe agire con schemi legalizzati dallo stato di diritto democratico, dietro la delega del popolo, la mafia per raggiungere gli obiettivi utilizza la violenza, il condizionamento attraverso la paura della morte.

Si combina la naturale tendenza a sostituirsi alla legge dello stato democratico, con l’azione violenta e il prestigio personale dei mafiosi, organizzandosi in mandamenti, squadre, decine, clan e via dicendo, o anche con la possibilità di essere partiti politici mischiando, nel caso, buoni e cattivi per confondere le idee alla pubblica opinione. Ecco allora la logica. Con i mezzi disponibili si possono raggiungono gli scopi desiderati. Esattamente quello che fa la politica, quindi i politicanti, quando nel chiedere il voto, promettono un posto di lavoro, una licenza prima negata, o minacciano di colpire nel caso del diniego, la stessa cosa per la provvista del denaro necessario all’attività del gruppo. Il politico, si corrompe e quindi ruba al popolo il pubblico denaro, ricatta e agisce contro o in favore di qualcuno e di qualcosa per un tornaconto personale o di partito o della lobby d’appartenenza, il mafioso con lo stesso identico modo e sistema ottiene lo stesso risultato, estorcendo e ricattando. Si tratta di capire chi per primo ha copiato l’altro, considerato che già nell’Ottocento si faceva buon uso della corruzione e dell’appropriazione indebita del pubblico denaro da parte degli eletti.

Oggi lo scenario non è cambiato di molto; ora come allora, si vuole condizionare l’intera attività amministrativa per mettere le mani sui miliardi degli appalti, anche non più con violenza, ma con l’intimidazione e il condizionamento, che si distingue dalla ragione, che soffoca ogni atto democratico e imprime nel pensiero dell’esecutore la visibilità nascosta, perdendo la necessaria lucidità, come se dopo l’intimidazione, l’obiettivo è stato raggiunto, in una logica disperata che cerca di realizzare con la violenza ciò che si chiama vita democratica, politica.  Ogni cambiamento è un rischio senza le idee di ricerca; conserva chi ha da perdere, ma la critica è l’idea politica degli altri, la rivoluzione è di tutti. È nessuna soluzione rivoluzionaria è senza un passato, un presente e un futuro. Gli schiavi periranno se non si ribelleranno.

È chiaro che nessuno vuole accettare questa tesi estrema, ma la logica non è una favola, che anzi vuole guadagnare la posizione che merita nella graduatoria del linguaggio universale nell’era cosiddetta moderna. Nessuno accetterà mai tale siffatta condizione, poiché insiste il naturale coinvolgimento di una buona parte dello Stato democratico con i sui molteplici pilastri istituzionali, obiettando che così ogni istituzione potrebbe essere dichiarata mafiosa. In fondo alla fine forse è proprio così.

Su tutta la delicata materia, da parte delle istituzioni, dopo la ricerca sul campo e nel clima generale, sono stati ravvisati profili di rischio elevatissimi per la democrazia; diventa una sfida nel momento in cui uomini eletti dalla volontà popolare nella maniera inversa diventano mafiosi. Emerge una crescente insofferenza da parte della mafia-politica per l’impegno con cui la magistratura inquirente porta avanti i profili investigativi contro molti rappresentati istituzionali sospettati di fare il “doppio gioco”, compreso il prestanome di turno. Una pariglia che si configura come un’alleanza con la mafia, la ndrangheta e la camorra, la lobby della politica organizzata, per gli aspetti silenti in cui appare relegata in maniera sospetta. Il terreno di gioco si sposta sul piano apertamente politico istituzionale, con la concussione diretta di buona parte di dirigenti, tecnici e impiegati della pubblica amministrazione, dove è identificata l’enorme fetta di corruzione denunciata da qualche tempo dalla magistratura contabile, oltre che da quella inquirente.

Concetto Alota

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