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Storia & Mafia: 29 luglio 1983 l’assassinio di Rocco Chinnici, eroe e padre indiscusso del pool antimafia

“Addio alla vita. La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici, di continuare a lavorare”.

Rocco Chinnici costringe i banchieri a tirar fuori i movimenti di denaro sospetti dai cassetti segreti; assegni, bonifici e moneta contante. Fu il padre indiscusso del pool antimafia. Fu assassinato dalla mafia il 29 luglio 1983, di fronte a casa sua, nel cuore di Palermo. Rocco Chinnici si preparava a uscire di casa, per andare al lavoro; da lì a breve un massacro con quattro morti e diciassette feriti, in via Federico Pipitone. Pochi minuti dopo le otto, Chinnici si affaccia all’ingresso dello stabile. Saluta il portiere, Stefano Li Sacchi, e comincia ad attraversare la strada. Al centro, ad aspettarlo, ci sono la sua scorta e l’Alfetta blindata, pronta a partire per raggiungere il palazzo di giustizia. Una Fiat 127, parcheggiata proprio davanti alla sua abitazione. Non troppo distante un commando di killer della mafia, del quale faceva parte Pino Greco, detto “Scarpuzzedda”. Il pulsante del telecomando è premuto e un attimo dopo l’esplosivo con il quale è stato riempito il bagagliaio della 127 trasforma il luogo in un inferno. L’esplosione solleva l’asfalto, scuote le facciate dei palazzi e fa ripiombare sulla strada un fiume di frammenti e calcinacci. Chinnici il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile, Li Sacchi. Moriva a 58 anni il capo dell’ufficio istruzione di Palermo; il suo progetto sarà portato avanti dal suo successore, Antonino Caponnetto. Chinnici arrivò all’ufficio istruzione di Palermo nel 1979. Trovò una città in guerra. Il 25 settembre dello stesso anno era stato ammazzato Cesare Terranova, a colpi di pistola, assieme al maresciallo di pubblica sicurezza Lenin Mancuso: era il giudice del quale Chinnici prenderà il posto. Il 6 gennaio del 1980 Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica Sergio, viene crivellato di colpi in via della Libertà. Il 4 maggio è la volta del capitano dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, mentre con la figlia e la moglie aspetta i fuochi d’artificio per la festa del Santissimo Crocifisso nella cittadina arroccata nell’entroterra palermitano. Un sicario della mafia gli spara alle spalle e scappa. Il 6 agosto, muore il procuratore capo del tribunale di Palermo, Gaetano Costa, anche lui colpito alla schiena da un colpo di pistola mentre sfogliava un libro su una bancarella.

Rocco Chinnici, pose le basi del maxi-processo alla mafia. È in questo contesto che Chinnici, assieme ai suoi collaboratori, avviò l’iter, con il pool antimafia, per istruire il maxi-processo. Un capolavoro giudiziario che rappresenterà per sempre il più duro colpo alla mafia: 460 imputati, 200 avvocati difensori, quasi sei anni di lavoro. Processo terminato con 19 ergastoli e pene per un totale di 2.665 anni di reclusione. Chinnici risultati, in particolare, nella lotta a cosa nostra; l’Fbi americana parlò in quegli anni della procura di Palermo come di un “centro nevralgico della battaglia contro la droga” nel mondo. Nutriva grande fiducia nelle nuove generazioni e per questo volle divulgare in innumerevoli congressi e convegni la cultura della legalità. “Quando si dice che a Palermo – affermò Chinnici – buona parte dell’economia si fonda sulla droga, non si esagera. È una realtà incontrovertibile. La mafia è una potenza imprenditoriale ed economica”. I killer di Rocco Chinnici furono condannati in primo e secondo grado, ma poi la sentenza fu riformata in Cassazione. A pronunciare il verdetto, in appello, fu il giudice. Nel 2014 la figlia Caterina, anche lei magistrato, ha pubblicato un libro di ricordi dal titolo: “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”. Seguirà una sequela di morti ammazzati che continuerà fino all’arresto del “massacratore”, Totò Riina, detto “ ‘u curtu”.

 

Nel 2014 la figlia di Rocco Chinnici, Caterina Chinnici, scrisse un libro di ricordi dal titolo ‘È così lieve il tuo bacio sulla fronte’ sul quale si è basato Michele Soavi per girare la fiction che Rai1 mandò in onda in prima serata. Protagonista è Sergio Castellitto, che presta il volto all’ideatore del pool antimafia. Cristiana Dell’Anna dà il volto alla figlia. E’ la storia di un padre in lotta contro la mafia raccontata dal punto di vista privilegiato di una figlia. Non c’è dunque soltanto la storia professionale di Chinnici, ma della sua famiglia e del suo rapporto con la figlia. “Ho voluto scrivere il libro facendo anche violenza su me stessa. L’ho fatto perché volevo che il mio papà vivesse almeno ancora una volta e con questo film si realizza il mio desiderio”, è il commento di Caterina Chinnici. “Per un figlio non è semplice accettare una morte così ma ci siamo convinti che il sacrificio di mio padre ha avuto un senso così come gli altri, che purtroppo sono stati tanti”, spiega ancora parlando del contrasto alla mafia. “Certamente non è sconfitta – dice la figlia del magistrato – ma mio padre con la creazione del pool ha cambiato la cultura del lavoro giudiziario”. Foto chinnici Rocco Chinnici. Medaglia d’oro al valor civile. “Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato, in un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni”.

Concetto Alota

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