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Traffico petrolio Isis: già nel 2016 la Procura di Siracusa indagava sulle petroliere fantasma tra Malta e la Libia

Il reportage pubblicato stamane su Repubblica sulle ipotesi del petrolio dell’Isis che finisce in Italia, fa ritornare indietro il tempo al 2016, quando già la Procura di Siracusa, inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Poalo Giordano, indagava per la prima volta sul traffico di petrolio tra l’Africa e la Sicilia; nella fattispecie ad accendere la miccia delle indagini, la segnalazione delle forze di polizia alla Procura aretusea di un mercantile lungo circa 85metri, con stazza lorda di oltre duemila tonnellate, che da settimane faceva avanti e indietro tra il porto di Augusta e gli ancoraggi al largo di Malta.

Anche i servizi segreti di alcuni Paesi, Italia compresa, la società israeliana Windward che ha ricostruito la vicenda per il Corriere della Sera, s’interessano a fondo della vicenda. L’operazione coinvolse nel totale quattro petroliere di stazza tra le 2000 e le 5000 tonnellate, di cui, però, solo una proseguiva sempre per Augusta.

Fu un’inchiesta riservatissima in collaborazione tra la Procura di Siracusa e organismi internazionali, che, attraverso controlli sulle petroliere che seguono le rotte della Sicilia, confermò il traffico a poche miglia dalla costa nordafricana; risultò che le navi spegnevano il trasponder per non essere intercettati, usando le ore d’invisibilità per approdare nei porti libici, come quello di Zuwara e altri. La stessa area controllata dalle più pericolose bande criminali dedite alla tratta dei migranti, il sospetto, allora come ora, che il traffico di greggio servirebbe ad alimentare le offensive militari e le operazioni terroristiche dell’Isis, e dei gruppi estremisti collegati a due passi dall’Europa, era ed è più che fondato.

Dall’inchiesta emerge che al ritorno le petroliere incrociano i complici al largo di Malta e il petrolio è trasbordato dall’uno all’altro natante, spesso con un successivo passaggio per nascondere le tracce e per confondere gli spostamenti e il porto di origine.

Gli investigatori, spiegano che ci sono parametri per definire a chi appartenga la flotta “fantasma”: compagnie con un solo cargo, rotte senza logica economica, navi di media stazza con gru sul ponte per scambiare i carichi in mare aperto. Mentre la petroliera è all’ancora ad Augusta, i cargo che hanno compiuto lo scambio restano nelle acque attorno a Malta o seguono rotte dispendiose e all’apparenza senza scopo per poi ritornare al punto d’incontro per altre triangolazioni delle navi fantasma.

L’inchiesta della Procura di Siracusa fu avviata allora in gran segreto e così è rimasta, con l’ausilio di organi investigativi su tutto il territorio siciliano, interessando i porti petroliferi di Augusta, Gela, Milazzo. Le operazioni tecniche di travaso nei depositi delle compagnie autorizzate all’utilizzo dell’area di Augusta, in questo e in altri casi, sono seguite con discrezione. Nessun rilievo fu mosso dalla Procura di Siracusa agli acquirenti, considerata la regolarità formale dei documenti in possesso degli intermediari: il greggio ufficialmente era provenire da nazioni come l’Arabia Saudita o il Kuwait. Ecco perché chi acquista (le raffinerie), non commetterebbe reati, considerata la documentazione legale, anche se i dubbi rimasero e ora arriva la conferma.

Secondo l’inchiesta di Repubblica, è gravissimo che il petrolio dell’Isis arriverebbe in Italia a prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato, e la Procura siciliana citata dal quotidiano potrebbe essere proprio quella di Siracusa, ma dal palazzo di giustizia la notizia non è confermata né smentita, anche se le indiscrezioni di poche ore fa, parlerebbero del coinvolgimento anche delle Procure di Trapani, di Messina e di Caltanissetta.

L’inchiesta, considerata molta pericolosa, trova ostacoli non solo per problemi di diritto internazionale, ma anche per le difficoltà con cui si captano le notizie in un’area insidiosa, come quella libica e per una cautela nei rapporti con le autorità maltesi.

Dai pozzi petroliferi dello Stato Islamico si sospetta che il petrolio sia finito in Italia. Quello che dopo l’inchiesta della Procura della Repubblica di Siracusa aperta nel 2016, è stato poco più che un sospetto, oggi è un’ipotesi investigativa credibile ma assai difficile da dimostrare; quello che si sta rafforzando è, infatti, finito in un rapporto riservato del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, nel febbraio 2017, sul terrorismo islamico. “È possibile –scrive Repubblica – ritenere che le importazioni di petrolio da zone sottoposte al controllo delle organizzazioni terroristiche abbiano come terminali anche le principali raffinerie italiane”. E, di conseguenza, “disarticolare ogni possibile frode nel settore degli olii minerali può avere una valenza strategica nel contrasto al finanziamento al terrorismo”.

Concetto Alota

 

 

 

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