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Zona industriale siracusana: non solo mercurio, ma il sospetto di altri rifiuti tossici nei fondali marini

Oltre che di mercurio smaltito in maniera illegale, nell’Anno 2000 si parlò di rifiuti tossici e nocivi nella zona industriale siracusana. Fusti sotterrati contenenti scorie e rifiuti pericolosi di provenienza industriali sotterrati o smaltiti in alto mare. Contenitori che non sono eterni e che prima o poi rilasciano il contenuto. IL sospetto che oltre che oltre al mercurio, ci potesse essere cesio, berillio, vanadio, nichel e ferro contaminato.

Nel mese di marzo del 2000 (come dimostrano gli articoli riportati nelle foto) a seguito di una serie d’inchieste giornalistica curate dal sottoscritto sulle pagine del quotidiano di Siracusa “Libertà”, la Procura di Siracusa a seguito di un fascicolo d’indagine aperto dal procuratore Roberto Campisi, titolare dell’inchiesta il Pm Maurzio Musco, scopre una grossa buca nel terreno all’interno della raffineria, in cui erano sotterrati all’interno del cosiddetto “Campo Meloni” (ex Rasiom di Angelo Moratti) di proprietà della Esso Italia, dei sarcofagi di cemento per circa 5000 metri quadrati in cui erano sotterrati scarti di lavorazione e rifiuti proveniente dalla lavorazione del petrolio all’interno di fusti metallici coperti con il cemento. Alla domanda degli inquirenti sui motivi di quella piattaforma, la risposta fu: la realizzazione di una pista di atterraggio per gli elicotteri. Invece si trovarono dei rifiuti ben occultati.

Era la risposta alla domanda: ma dove sono andati a finire le migliaia di tonnellate di rifiuti speciali prodotti nei decenni dagli stabilimenti della zona industriale siracusana?

Secondo quanto raccontato al sottoscritto da “Zio Ciccio” (nome di fantasia ovviamente, per l’impegno che ho preso a suo tempo di non svelare mai la sua vera identità) ex dipendente della Rasiom, e poi della Esso, al sottoscritto, (nel passato lo smaltimento dei rifiuti speciali, velenosi e i dintorni non era ben chiaro), secondo “Zio Ciccio”, molti dei rifiuti ingombranti e delle scorie pericolose prodotte dagli stabilimenti, venivano, in buona parte dei casi, sotterrati nei terreni circostanti la zona industriale, gettati in mare a largo delle coste di Augusta o trasferiti altrove.

In merito ai rifiuti smaltiti in mare, nel mese di febbraio 2020, è intervenuta con un’interrogazione al Ministro dell’Ambiente, la senatrice Margherita Corrado del M5S: “È doveroso e urgente riaprire le indagini condotte a suo tempo dal capitano Natale De Grazia. Per questo ho rivolto una interrogazione al ministro della Giustizia allargandola, però, ai titolari di altri dicasteri (Ambiente, Salute, Politiche Agricole). E questo per truffare le assicurazioni e sbarazzarsi di rifiuti industriali, ma forse anche radioattivi evitando i costi dello smaltimento legale, infatti, nei decenni passati i fondali intorno alle coste del Sud Italia sono stati trasformati in un cimitero di “navi dei veleni” o “navi a perdere”, come dimostrato da recenti inchieste giornalistiche e saggi ben documentati”. Scrive la senatrice 5Stelle: “una mappatura geo-chimica dei fondali territoriali di Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia in grado di indicare la qualità chimica dei sedimenti; servono controlli sugli smaltimenti illeciti di rifiuti nelle acque territoriali ed internazionali, ieri e oggi; servono controlli radio-chimici sul pescato ionico/tirrenico; serve una mappatura degli eventuali spiaggiamenti di contenitori di rifiuti industriali; serve cercare e identificare la posizione di tutte le “navi dei veleni”. E questo potrebbe essere successo anche a largo delle coste del petrolchimico siracusano, così come racconta “Zio Ciccio”.

Insiste poi il fenomeno delle cosiddette “navi a perdere”, di cui si è occupato a lungo la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, che ha avviato una serie di approfondimenti sul fenomeno dell’affondamento delle navi cariche di scorie radioattive. Secondo un dossier di Legambiente gli affondamenti sospetti di navi, tra il 1979 ed il 2000, sarebbero stati ben 88. (doc. 117/30)

L’inferno sulla terra

Nel corso degli anni, il processo di industrializzazione che ha interessato la fascia costiera della zona industriale siracusana, si è intensificato ed oggi nel Polo petrolchimico, compreso nella perimetrazione del Sin Priolo, si registra una massiccia presenza di attività industriali, quali: raffinazione di petrolio greggio; stoccaggio e movimentazione di prodotti petroliferi; produzione di prodotti chimici di base (etilene, propilene, benzene, toluene, produzione di basi lubrificanti; produzione di prodotti derivanti dal petrolio (paraffine, olefine, alchilati, alcoli); produzione di cemento; produzione di gas tecnici; produzione di energia elettrica; il trattamento acque reflue. Una gamma di contaminanti ha provocato il degrado ambientale. Le cause del degrado ambientale dell’area e del rischio per la popolazione che vi abita possono essere sintetizzate in 4 principali problematiche: l’accumulo nei suoli, nei sedimenti marini e nelle acque di diverse sostanze tossiche sia di natura organica che inorganica e la loro possibile mobilitazione verso le altre sfere biogeochimiche; l’elevata presenza di discariche, di cui molte abusive, all’interno e all’esterno dell’area industriale per lo smaltimento dei rifiuti speciali; il depauperamento della falda idrica, a causa dei massicci emungimenti da parte delle aziende del polo petrolifero, che ha causato un forte abbassamento del livello piezometrico.

Concetto Alota

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