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Crisi della raffinazione e futuro incerto: il presidente De Vita aveva lanciato l’allarme

  • di Concetto Alota

Roma – (Adnkronos/Ign) Qualche anno fa il presidente dell’Unione petrolifera De Vita, dichiarava: ”Il settore della raffinazione è in crisi a causa dei consumi in calo e della competizione dei nuovi Paesi che operano in questo settore, come la Cina, e dei Paesi produttori”. Al Governo ”chiediamo regole più semplici possibili, regole ambientali in linea con gli altri Paesi e un quadro normativo di riferimento fermo e certo nel tempo”. Anche l’appello del Papa affrontava la crisi del lavoro in generale: “Lavoro dignitoso per tutti”.

E ancora. Il settore della raffinazione “è in crisi”. È probabile che per far fronte alla situazione sarà necessario “ridurre la consistenza del sistema industriale” e quindi la chiusura di 4 o 5 raffinerie sulle 16 attualmente attive in Italia. A rischio sono fino a 7.500 posti di lavoro, considerando i lavoratori che lavorano nell’impianto (in media 500) e quelli che lavorano nell’indotto. A causare la crisi del settore “sono i consumi in calo nel mondo ma che in Europa e in Italia nel prossimo futuro cresceranno molto poco se non scenderanno” ma anche i problemi alle esportazioni a causa “della competizione dei Paesi produttori e dei nuovi Paesi che operano nel settore della raffinazione come la Cina”, sottolineava De Vita già da tempo. Al Governo, rileva il presidente di Up, “chiediamo regole più semplici possibili, regole ambientali in linea con gli altri Paesi e un quadro normativo di riferimento fermo e certo nel tempo”. Richieste queste che saranno avanzate dagli operatori del settore in occasione dei tavoli che sono stati aperti al ministero: quello della logistica partirà domani mentre venerdì toccherà a quello sulla raffinazione. Quanto al prezzo del petrolio nel 2010, secondo De Vita, potrebbe aggirarsi “intorno ai 70-80 dollari al barile”. “A differenza di tante materie prime il petrolio non risponde solo alle leggi del mercato” anche a causa di decisioni e orientamenti da parte dei Paesi produttori”.

UNA CRISI SENZA SOLUZIONE E LA PREOCCUPAZIONE DEI VERTICI SINDACALI E DEI LAVORATORI

Una forte preoccupazione insiste da parte dei lavoratori e dei vertici sindacali del settore della chimica e della raffinazione. Apprensione che non è affatto infondata. Infatti, i segretari dei sindacati di settore Amato, Tripoli e Bottaro, accusano già da tempo forti timori per una crisi senza controllo nel “gioco” della compravendita degli impianti in atto e di conseguenza per le maestranze nell’intera zona industriale siracusana.

Nel petrolchimico siracusano abbiamo già assistito all’abbandono del territorio industriale, con un’immagine negativa di cui sono ancora in piedi gli “scheletri” abbandonati, come la vecchia Sincat. Zona industriale da sempre associata ad un luogo di sofferenza, quando si lavorava in condizioni pietose: polveri di concimi nell’aria, mercurio in libera uscita in mare, cielo, mare e terra inquinati, segnati negativamente dal loro carattere di marginalità urbana e sociale, molto spesso animati solo da degrado e abbandono.

In Italia circa il 3% del territorio è occupato da aree industriali dismesse, e tutte con problemi di inquinamento e rischio per la salute, così come il triangolo industriale siracusano con il beneplacito di certa politica. Gli interessi delle industrie e le bonifiche non vanno a braccetto, ma, per fortuna, ci sono dei casi in cui è stato possibile conciliare con soluzioni più idonee la valorizzazione dell’ambiente. Una semplice questione di onestà e buon senso politico da parte di una piccola minoranza.

I tumori sono la prima causa di morte connessa al lavoro nell’Unione europea. Il 53% circa delle morti collegate al lavoro è dovuto a tumori, il 28% a malattie cardiovascolari e il 6% a disturbi respiratori. A causa del contatto con sostanze cancerogene, i lavoratori di alcuni settori sono particolarmente a rischio. Fra i più colpiti troviamo il settore delle costruzioni, l’industria petrolchimica, automobilistica e quella manifatturiera, tessile e quella della trasformazione alimentare, il settore del legno e sanitario.

A parole si parla da decenni di bonificare i luoghi contaminati, elaborando programmi di rivitalizzazione della zona industriale siracusana, ma finora solo una piccola parte risulta bonificata dalle industrie per propria convenienza.

Ma ora il pericolo di abbandono delle attività industriale arriva dal settore della raffinazione, che sta attraversando un momento di difficoltà. In tanti sostengono che tra qualche anno gli impianti della raffinazione scompariranno, per far posto a tanti parchi serbatoi d’idrocarburi. Nei fatti pratici, si sta concretizzando una riduzione della produzione, con la conseguente chiusure degli impianti ormai vecchi e obsoleti, con l’avvio di percorsi di chiusura totale o riconversione (forse) del settore ai biocarburanti. Per il petrolchimico siracusano si parla ormai da anni della chiusura graduale delle raffinerie. E se è vero che la Storia di ripete, ecco che i rischi sono già in agguato.

Dopo anni tra luci e ombre, per i sindacati è arrivata l’ora di avviare un serrato confronto serio e senza la classica volpe sotto l’ascella, con i massimi livelli istituzionali, per dare risposte concrete alla popolazione che vive nel triangolo industriale. Reclamano la coerenza con gli impegni intrapresi, evitando, in tal modo, di generare irrequietezza tra il personale in attività, sia nel diretto che nell’indotto, ma anche nelle altre realtà della zona industriale siracusana già in allarme. Quello che non si potranno cambiare sono i conti economici e nemmeno procedere con le bonifiche delle tante discariche tra interessi e connubi, ammiccamenti, grida, sussurra e pochi soldi a disposizione.

Le raffinerie situate in zone industrializzate come quella siracusana, sono in calo, mentre nuove costruzioni crescono in paesi in via di sviluppo. Lo scenario appare completamente diverso, sebbene l’idea di raffineria, verticalmente integrata, sia ancora un elemento chiave del panorama settoriale, con accordi commerciali, nuove strutture, strategica ubicazioni e innovazioni tecnologiche che stanno estendendo l’attività di raffinazione a luoghi e contesti finora sconosciuti. Molte compagnie petrolifere internazionali hanno gradualmente abbandonato il settore della raffinazione. La costruzione di nuovi impianti si sta espandendo, non solo nelle zone di produzione del petrolio, ma anche nei Paesi consumatori fuori dell’Unione europea, dove le norme antinquinamento sono molto permissive.

Per l’Italia, la capacità di raffinazione collocata soffre e cerca nuovi orizzonti per uno sviluppo naturale dell’attività. A causa delle normative di tutela dell’ambiente sempre più severe, le raffinerie non hanno avuto altra scelta, se non diventare più “verdi” con costi che non possono sostenere, o chiudere. In particolare, la causa delle rigorose norme nazionali sull’inquinamento e il controllo delle emissioni hanno innescato un ciclo di profondi cambiamenti. Così come gli impianti di cogenerazione sono molto meno inquinanti delle tradizionali centrali elettriche, ma la redditività è comunque in forte crisi. Appare inevitabile che gli sforzi per costruire raffinerie petrolifere eco-compatibili si scontrino con la realtà dei fatti: il mercato è crollato e il petrolio di scarsa qualità disponibile per la raffinazione è più inquinante.

Ed ecco la necessità di ridurre i costi per compensare la contrazione dei margini di profitto, unitamente all’inasprimento dei requisiti ambientali e alle nuove opportunità offerte dalle tecnologie di ultima generazione, ha spinto al rialzo l’efficienza media delle raffinerie. Una prova evidente è senza dubbio l’utilizzo più proficuo dell’energia, ma il mercato non consente di fare progetti a lungo termine. La crisi stavolta appare grave e davvero dietro l’angolo.

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