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Da Imbesi, Verzotto e Foti ad oggi il calcio un’aggregazione sportiva-sociale che deve coinvolgere politica e industrie

Il gioco del calcio è ormai da anni una condizione legata alla nostra vita sociale. Per capire meglio i riflessi del successo di questo sport e la sua diffusione planetaria, bisogna ricordare la sua storia; in particolare la sua espansione in Italia arriva dal dopoguerra con il regime fascista e la nascita della serie A. Da sempre il calcio ha ispirato e influenzato diverse forme di socializzazione di massa come metafora di vita, con la passione dei popoli dal sangue caldo, dove tutti partecipano alla diffusione e al mantenimento di uno sport popolare. Ma se a questo si aggiunge che il gioco del calcio mette in campo la libertà dell’uomo, quella che può fare del suo ideale una realizzazione compiuta nella forma di una convivenza possibile, il discorso si fa ancora più impegnativo. E diventa addirittura arduo se dalla sociologia e dalla filosofia si passa nientemeno che alla teologia, attribuendo al gioco più popolare del mondo una visione magica, dove la partita è vissuta come simbolo della vita sociale e intensa, audace e libera di sognare in una giungla magica per novanta minuti per poi ritornare nella realtà di tutti i giorni.  

Ma per restare a casa nostra, dove i “leoncelli” sono da sempre riportati in auge in periodici fastidiosi tastoni a tempo, mentre in altre realtà non è soltanto un modo per tirare un calcio a una palla e imprimerle una traiettoria imprevista, ma una passione virale, introducendo così una variabile della società che amalgama un sentimento chiamato tifoseria. Abbiamo avuto squadra e uomini a tratti amati e bistrattati, ma è proprio partendo da questa base che dobbiamo fare leva per giungere alla realtà attuale che non fa più la sintesi con il passato glorioso, quando i sogni erano realtà; Pippo Imbesi, Graziano Verzotto e a seguire Luigi Foti, così come tanti altri, contribuirono a fortificare le fondamenta per una squadra dignitosa e lucente, coinvolgendo la società civile e gli imprenditori. E proprio l’imprenditoria siracusana che è rimasta abulica, sorda e lontana dalla realtà sociale che deve coinvolgere la collettività, mentre con la politica è in eterno connubio per gli affari e dorme sogni tranquilli invece per il nobile sport. Abbiamo imprenditori e industrie che potrebbero portarci alle vette del gioco del calcio quale immagine di sport e capacità organizzativa, sognare la grandezza di un tempo della città di Siracusa, gloriosa e combattente e che oggi non riesce a coinvolgere nemmeno l’industria più vicina alla città anche se in territorio melillese e priolese: l’Isab, mentre dobbiamo subirne giocoforza i disturbi. Con la proprietà della famiglia Garrone si stava avvicinando la possibilità di una partecipazione con il Siracusa Calcio, ma l’avvento dei freddi russi ha cancellato ogni speranza. È chiaro che nessuno pretende la luna, ma potrebbe essere un segnale di pace e di buon vicinato, dove, però, anche la nostra classe politica registra il totale fallimento. 

Concetto Alota

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