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Noto, il teatro siciliano ed i suoi grandi interpreti protagonisti al “Tina Di Lorenzo”

Il tempo sembra proprio non passare per certe opere della nostra tradizione di inizio Novecento, e il merito è soprattutto di chi le interpreta e, in questo caso, le dirige. Sabato sera al Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto è stata portata in scena la prima opera teatrale di Antonino Russo Giusti “L’eredità dello zio canonico” con la regia di Pippo Pattavina, che ne è anche interprete principale. La storia è semplice e non fosse per alcuni marcati tratti che ci riportano alla Sicilia dell’inizio del secolo scorso (gli amori osteggiati, la Chiesa e i suoi prelati visti come opulenza smisurata, ingiustificata e soprattutto cieca ai bisogni dei “fratelli”) ci sembrerebbe una vicenda dei giorni nostri.

Chi non ha nella propria famiglia parenti invidiosi? Chi non mira oggi come oggi ad un insperato colpo di fortuna, che sia gratta e vinci o eredità poco importa? Nella modesta famiglia Favazza c’è questo e tanto altro ma la commedia gioca principalmente sui suoi interpreti, sulle caratterizzazioni capaci di raccontarci con un gesto, una mimica, una cantata e persino dei cari e vecchi modi di dire (“tirittuppiti”, n.d.r.) la nostra Sicilia. E Pippo Pattavina, grandissima figura del nostro Teatro, è abile nocchiero sulla scena e fuori, proponendoci un cast che si muove sul palco come l’ingranaggio di un orologio, capace di tenergli testa anche nei più difficili scambi di battute.

Il risultato è uno spettacolo divertentissimo, soprattutto nel primo e nel secondo atto (l’opera consta di tre parti, n.d.r.) ed il merito va a Claudia Bazzano, Cosimo Coltraro, Santo Santonocito, Marilina Licciardello, Aldo Toscano, Davide Sbrogiò, Carlo Ferreri, Ramona Polizzi e Salvo Scuderi. Tutto ruota intorno al testamento dello “zio canonico” che indica tra gli eredi Antonio Favazza, che vive in affitto con moglie e figlia nell’umile casa del cavaliere Amore ( e in ritardo con il pagamento degli affitti da due anni), Mario Favazza, scapolo innamorato di Agatina figlia di Antonio e invalido di guerra, e Maddalena Favazza sposata con il rissoso Santo e perfida nella sua smania di ricchezze. Ma l’apertura del testamento è un’amara sorpresa perché lo zio filantropo lascia le agognate terre ad un ospedale e lo splendido palazzo di via Garibaldi alle suore. E’ tragedia e soprattutto dall’essere amato lo zio diventa il peggiore dei nemici con Antonio che addirittura si vuole suicidare per il “piacere” di andare ad affrontare lo zio nell’aldilà. Non tutto, però, è come sembra ed in effetti una sorpresa alla fine (dei libretti al portatore con complessive 400 mila lire, tantissimi soldi all’epoca) riporterà giustizia e felicità per tutti. Meritato il lungo applauso finale ma riteniamo che il gradimento del pubblico sia stato manifestato nel corso dell’intera rappresentazione, con le risate risuonate in platea e tra i palchi, pieni in ogni ordine di posto.

Emanuela Volcan

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