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Bruno Contrada, la Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni

contrada

La Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni inflitta all’ex n. 3 del Sisde Bruno Contrada, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici romani hanno accolto il ricorso del legale di Contrada, Stefano Giordano, che aveva impugnato il provvedimento con cui la Corte d’appello di Palermo aveva dichiarato inammissibile la sua richiesta d’incidente di esecuzione. La Cassazione ha così dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”. C’è voluto il richiamo della giustizia di Strasburgo per ricordare l’esistenza di un principio basilare: un uomo non può essere processato per un reato che non esiste. Nessuno se n’è accorto in oltre un decennio di indagini e processi, celebrati in lunghissimi gradi di giudizio. Fra il 1979 e il 1988, anni in cui, secondo la pubblica accusa, l’ex numero 3 del Sisde aveva contribuito ad agevolare il potere di Cosa nostra, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non “era sufficientemente chiaro”.

Bruno Contrada, per anni poliziotto in prima linea contro la mafia a Palermo, fu arrestato con l’accusa di concorso in associazione mafiosa il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in appello e il funzionario fu assolto. L’ennesimo colpo di scena ci fu in Cassazione, quando l’assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d’appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermò la condanna a 10 anni. La sentenza divenne definitiva nel 2007.

Sono seguiti diversi ricorsi, tutti respinti. L’ultimo tentativo, quello dell’incidente di esecuzione, è stato fatto dall’avvocato Stefano Giordano che ha chiesto alla corte d’appello di Palermo, l’anno scorso, proprio alla luce della sentenza europea, di revocare la condanna sostenendo che prima del ’94, spartiacque temporale fissato dalla Cedu, non fosse possibile condannare per il reato di concorso in associazione mafiosa. La corte dichiarò inammissibile il ricorso. Oggi la Cassazione, a cui Giordano si è rivolto, gli ha dato ragione e la condanna è stata revocata.
“Dopo 25 anni di sofferenza, mezzo secolo di dolore sapendo di essere innocente e di avere servito con onore lo Stato, le Istituzioni e la Patria arriva finalmente l’assoluzione, dall’Italia e dall’Europa”. Questo è il primo commento all’Ansa di Bruno Contrada, “con voce provata e commossa”. “Ho sofferto molto e molto più di me – aggiunge – ha sofferto la mia famiglia. Il mio pensiero va a tutti loro, che mi sono sempre stati sempre vicini. Il mio onore? Non l’ho perduto mai, ho sempre camminato a testa alta perché ho sempre e solo fatto il mio dovere”.

“Finalmente giustizia è fatta. La corte di Cassazione, in maniera coraggiosa e libera, ha dato esecuzione alla sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo eliminando ogni macchia nei confronti di un grande servitore dello Stato”. Così l’avvocato Stefano Giordano, legale di Bruno Contrada, ha commentato la decisione della Cassazione. La Cassazione, con un provvedimento ora definitivo e non più impugnabile, ha dichiarato «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza di condanna interamente scontata dall’imputato. Non sono ancora note le motivazioni della decisione della Suprema Corte che saranno depositate nei prossimi mesi.

Un uomo fedele ai valori della Giustizia e attaccato alla sua idea di poliziotto che deve fare il proprio sempre, anche in presenza di difficoltà indotte dall’alto. Bruno Contrada è nato a Napoli; ex agente segreto ed ex poliziotto; è stato dirigente generale della Polizia di Stato nonché dirigente del Sisde, capo della Mobile a Palermo e capo della sezione siciliana della Criminapol.

Dichiara a Repubblica Bruno Contrada qualche anno fa: “Nel 1992 avevo un’indicazione importante per catturare uno dei due latitanti più pericolosi di Cosa nostra: Bernardo Provenzano. Una fonte mi aveva passato i numeri di cellulare di alcune persone vicinissime al boss. D’intesa con il capo della polizia Vincenzo Parisi era stato creato un gruppo di lavoro misto, con elementi della Criminalpol e dei Servizi. Ma all’improvviso quel gruppo venne smantellato nonostante le ottime possibilità di arrivare all’obiettivo. E qualche settimana dopo io fui arrestato”.

Una Storia senza fine

Bruno Contrada è Napoletano, ma tutta la carriera l’ha svolta a Palermo. Grande viver, “Contrada era un poliziotto all’americana, uno di quelli che non arrestava alla maniera di “Ultimo”. Ad esempio, lui Mutolo lo prese a pistolettate”. Un “poliziotto” che a Palermo chiamavano “il dottore”; diventò capo della Crimnalpol, e poi numero 3 del Sisde, il servizio segreto civile. La “discussa” vita di Contrada si può dividere in due fasi: prima degli anni Ottanta e dopo gli anni Ottanta. Dal maggio del 1980 cominciarono ad aleggiare una serie di sospetti nei riguardi del “poliziotto scaltro”, che aveva lavorato a fianco di uomini giusti come Boris Giuliano. Da una parte le diffidenze di Giovanni Falcone, dall’altra le “intemperanze” di giovanissimi poliziotti come Ninni Cassarà e Beppe Montana. Ma la carriera di Contrada “era ormai un passo indietro. E gli altri – Cassarà, Montana, Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Caponnetto – sempre un passo avanti”.

Alla vigilia di Natale del 1992, nell’anno delle grandi Stragi a Falcone e Borsellino, per Contrada arrivò il diluvio: venne incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa e descritto come un traditore del fronte antimafia. Diversi pentiti lo accusarono di favori agli esattori Salvo, della soffiata per la fuga di Riina, di aver dato la patente a Bontade, il porto d’armi ad un altro boss e così via. E per “il dottore” iniziarono vent’anni di inferno. Nel 1996 il Tribunale di Palermo lo dichiarava colpevole condannandolo a 10 anni di reclusione e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Nel corso del processo di primo grado venivano sentiti nella qualità di imputati in reati connessi, tra gli altri, Giuseppe Marchese, Rosario Spatola, Salvatore Cancemi, Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia.

Nel 2001 la Corte di Appello di Palermo, ribaltando l’esito della sentenza di primo grado, assolveva Contrada perché il fatto non sussisteva. A quel punto il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo proponeva ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza di appello. Ricorso accolto nel 2002 quando la Corte Cassazione dispose che fosse celebrato un nuovo processo davanti ad una diversa sezione della Corte di Appello di Palermo. Quest’ultima, dopo 31 ore di camera di consiglio confermò la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Palermo nel 1996. E nel 2007 anche la Corte di Cassazione confermò che Contrada era colpevole dei reati “ascrittigli” e il dottore venne rinchiuso nel carcere nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il 15 gennaio del 2012 il Tribunale di Sorveglianza di Palermo decise che avrebbe scontato il resto della sua condanna a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa a casa per il suo grave stato di saluto.

Al vecchio, onesto e sincero amico Bruno Contrada, i migliori auguri e i complimenti all’avvocato Stefano Giordano per aver risolto uno dei più intricati casi di malagiustizia italiana. Invidia, poteri occulti e carriera o che cosa dietro il giallo? L’interrogativo rimane.

Concetto Alota

 

 

 

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