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Criminalità. Giovani spregiudicati tentano di soppiantare i vecchi clan

Le giovane leve hanno deciso di mettersi in proprio in concorrenza agli uomini dei vecchi clan in libertà. Le notizie di qualche mese fa sulla possibile condizione giuridica, legata al Covid-19, di far uscire dal carcere gli ergastolani, aveva formato un alone di paura per i giovani delle squadre indipendenti che si sono sganciati dai vecchi sodalizi per formare proprie attività autonome sullo spaccio della droga e altri “lavori” satelliti.

Passato il pericolo, il territorio siracusano è diventato una zona franca per giovanissimi cani sciolti e teste calde che emulano Gomorra. E per territorio s’intende l’intero suolo della Provincia. Gli effetti di questa scissione sono presenti nel capoluogo e nella parte centrale del territorio provinciale e si registrano poco o niente nella zona sud e nella zona nord della Provincia aretusea, dove sono gli storici clan a dettare ancora le regole.

Sono giovanissimi organizzati e armati, hanno messo fine alla chiamata di “patrozzo” o “zio”, e senza regole precise di rispetto come una volta, dei capi clan organizzati e strutturati, con il rischio di far scoppiare una nuova guerra che bolle di nascosto. La regola della vita, vuole che c’è un prima e un dopo, dal punto di vista delittuoso, così come nella vita di tutti i giorni.

Giovani dall’età media di vent’anni che si sono auto dichiarati mafiosi sempre più giovani, violenti e spregiudicati. Si abbassa e di molto l’età di iniziazione della vita malavitosa che, nonostante la forte azione repressiva dello Stato, continua ad attrarre le giovani generazioni verso la lusinga della vita da mafioso, ricco e potente.

È uno degli allarmi lanciato dalla Dia in unaRelazione semestrale al Parlamento, che sottolinea come nell’ultimo quinquennio “non solo ci siano stati casi di “mafiosi” con età compresa tra i 14 e i 18 anni, ma come la fascia tra i 18 e i 40 anni abbia assunto una dimensione considerevole e tale, in alcuni casi, da superare quella della fascia 40-65, di piena maturità criminale”.

La Dia “da una parte pone la questione della successione nella reggenza delle cosche, dall’altra non appare certamente disgiunto da una crisi sociale diffusa che, soprattutto nelle aree meridionali, non sembra offrire ai giovani valide alternative per una emancipazione dalla cultura mafiosa”.


Una sovrapposizione, quella della presenza mafiosa e della mancanza di
opportunità di lavoro, che sembra confermare come la criminalità organizzata, riducendo l’iniziativa imprenditoriale lecita, approfitta dello stato di bisogno di molti giovani e specula sulla manodopera locale, dando la momentanea sensazione di una retribuzione, sempre minima sia nelle imprese lecite, sia con lo spaccio della droga, per generare dipendenza e senza garantire un futuro, ma un tirare a campare. 


La malavita organizzata, avendo necessità di denaro per le famiglie dei detenuti, ha avuto l’esigenza immediata di alimentare il lavoro di lavoro dei gruppi e ha investito ancora di più nel traffico di sostanze stupefacenti. Le numerose operazioni coordinate dalla Dda di Catania e portate a termine da polizia e carabinieri e guardia di finanza nel territorio siracusano, hanno contribuito a costruire questo stato di necessità, ma lo spaccio degli stupefacenti è come l’Araba Fenice, risorge dalle proprie ceneri dopo la morte.


Nel contesto generale, manca il necessario contrasto alla criminalità organizzata. Il risveglio massiccio delle estorsioni con il nuovo sofisticato sistema e la ripresa forte dello spaccio di stupefacenti nel territorio siracusano, hanno creato troppi interessi “nell’orto dorato” della malavita organizzata; e mentre per il pizzo non c’è la prova del reato a causa del coinvolgimento dei soli commercianti all’ingrosso che gestiscono gli affari in solitario, che si estendono in tutto il territorio della provincia di Siracusa e fino all’Isola di Malta, per la spaccio della droga, sono i fatti a parlare; c’è sempre una “piazza di spaccio” vicina dove andare ormai a reperire facilmente stupefacenti, ma la cosa impressionante è che in alcuni di questi posti tutto ciò avviene in concomitanza con il controllo del territorio, in luoghi in cui le forze dell’ordine non entrano per la normale ispezione, ma restano nella vicina strada principale. Si tratta di certo di una tattica. Del resto la presenza di spacciatori nelle varie piazze di spaccio è ben nota da tempo e non è difficile trovarli, a differenza di clienti facoltosi, soprattutto professionisti, che si riforniscono di droga dalla rete di spacciatori agli ordini dei boss, o attraverso uomini dei nuovi gruppi indipendenti.

Ma sui giovani che aspirano a diventare nuovi mafiosi, il procuratore Nicola Gratteri, dichiara: “Le cosiddette nuove leve di Ndrangheta, i più giovani e ‘moderni’ non hanno la stessa tenuta di chi li ha preceduti. Non hanno la stessa ‘ominità’ dei loro predecessori cinquanta anni fa. Non sono corpi rigidi, anche loro mutano e risentono del clima antropologico. Rispetto ai padri e ai nonni, sono più fragili. Risentono di un clima sociale cambiato. Mentre il loro nonno era disposto a stare dieci anni sotto una pietra in attesa di uscire, il figlio non ci riesce. Il figlio non riesce a stare senza telefonino, senza internet o televisore anche se è latitante. E quindi è più fragile e più vulnerabile. Per tutti noi è un vantaggio perché questo li rende più ‘abbattibili’.”Così Nicola Gratteri, intervistato da Klaus Davi a Platania (Cz) in occasione della presentazione del suo libro “Storia segreta della ‘Ndrangheta” scritto in tandem con lo storico Antonio Nicaso.

Concetto Alota

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