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Il 27 dicembre dell’anno del Signore 537 nasce Hagìa Sophìa

a cura di Giovanni Intravaia – Presidente della Società di Studi Storici e Politici  – Federico II di Svevia ” Immutator Mirabilis “
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Il 27 dicembre 537 d.C. l’imperatore bizantino Giustiniano, insieme al Patriarca di Costantinopoli Eutichio, inaugurava sfarzosamente la costruzione più importante dell’epoca: la basilica di Hagìa Sophìa.
La chiesa venne edificata sui resti dell’antica basilica teodosiana, inaugurata nel 415 e distrutta ad opera di un incendio nel 532, durante la rivolta di Nika. L’imperatore, sedati i tumulti, decise di edificare una nuova basilica, il cui progetto venne affidato agli architetti Antèmio di Tràlles e Isidoro di Mileto. Per la sua costruzione Giustiniano non badò a spese. Fece affluire nella capitale un’enorme quantità di materiale da ogni parte dell’impero, tra cui alcune colonne del tempio di Giove di Baalbek (nell’attuale Libano) e, secondo alcuni, dei marmi del tempio efesino di Artemide. Migliaia di persone vennero impiegate nel cantiere di quella che, in breve tempo, venne riconosciuta come la più grande basilica della cristianità (e lo rimase almeno fino all’edificazione della cattedrale di Siviglia, iniziata nel 1401).
L’edificio venne intitolato alla Divina Sapienza, e venne scelto come sede del Patriarcato di Costantinopoli – la massima autorità religiosa della Chiesa orientale – nonchè come luogo deputato alle cerimonie ufficiali dei regnanti bizantini, come i matrimoni e le incoronazioni (1).
Nel 558 la sua cupola originale andò distrutta a causa di un terremoto. La nuova cupola, di dimensioni maggiori, venne completata nel 562 come testimoniato da Paolo Silenziario, che si riferisce alla basilica chiamandola “tempio immortale” a dimostrazione dell’importanza che Santa Sofia ebbe acquisito sin dalle sue origini.
Quando, nel 1204, Costantinopoli fu invasa dai crociati occidentali la basilica venne saccheggiata di ogni suo tesoro. Secondo il cronista Niceta, che riuscì a salvarsi grazie all’amicizia di un mercante veneziano “[Nella basilica di Santa Sofia] spezzarono l’altare, tutto fatto di materiali preziosi, oggetto di ammirazione di tutti i popoli, e si divisero tutto ciò che c’era di più prezioso. Fecero entrare nella basilica muli e cavalli per portar via l’argento cesellato e l’oro strappato dal trono, dal pergamo e dalle porte…; poichè alcuni animali erano caduti sul pavimento scivoloso, li trafissero con le spade e insozzarono la chiesa del loro sangue e del loro sudiciume. Una prostituta, bottega ambulante di sortilegi e d’incanti, sedette sul trono del patriarca, intonò una canzone oscena e ballò in chiesa.” (2). La basilica fu quindi trasformata in chiesa cattolica, e tale rimase fino al 1261, quando Michele VIII Paleologo riconquistò la città, riportandola ad essere capitale dell’impero bizantino.
Nel maggio 1453, quando Costantinopoli cadde nelle mani degli ottomani di Mehmet II, la chiesa venne depredata nuovamente dei suoi tesori, e trasformata in una moschea. Gran parte dei mosaici e degli arredi sacri vennero distrutti, e sostituiti da decorazioni islamiche. Fra il 1481 e il 1573 la struttura venne dotata di minareti, che tutt’ora incorniciano il perimetro dell’antica basilica.
Il primo restauro moderno del complesso venne effettuato nel 1847, sotto la supervisione di Gaspare e Giuseppe Fossati, incaricati direttamente dal sultano Abdul Mejid.
Infine, nel 1935, il primo presidente della Repubblica turca, Mustafà Kemal Atatürk, trasformò l’edificio in un museo. I tappeti che coprivano la pavimentazione marmorea e gli stucchi che coprivano i mosaici sopravvissuti vennero rimossi, permettendo di ammirare un’ombra dell’antica basilica.
Oggi, nonostante le pressioni di alcuni gruppi religiosi, è severamente proibito utilizzare Ayasofya come edificio di culto.


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