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L’assessore Moscuzza: “Il crocifisso in aula non offende i consiglieri comunali”

L’assessore ai Rapporti con il consiglio comunale, Antonio Moscuzza, interviene sulla questione del crocifisso nell’aula “Elio Vittorini” sollevata dal consigliere Salvo Sorbello. Questa la sua dichiarazione «Sulla interrogazione del consigliere Sorbello in merito alla mancata ricollocazione del crocifisso nell’aula del consiglio comunale, dopo i lavori di restauro eseguiti qualche anno addietro, mi sia consentito sollevare, in prima battuta, la questione della relativa competenza. Pur essendo il sottoscritto titolare della rubrica dei rapporti fra la giunta municipale e  consiglio comunale, si ritiene che, sull’argomento specifico, l’interlocuzione del consigliere non può che essere rivolta al Presidente, o alla valutazione che i rappresentanti della volontà popolare pensassero di dare in base alla propria sensibilità e alla propria coscienza. A supporto di questa mia riflessione mi sorregge il convincimento, tra l’altro, che l’aula in questione rimane, per definizione, di esclusiva gestione degli eletti dai cittadini e solo a quest’ultimi è concesso decidere sulle iniziative da intraprendere.

«Fatta questa premessa, mi sia consentito, a livello esclusivamente personale, intervenire sulla questione sollevata dal consigliere Sorbello. Accertato che non possa trattarsi solo di mera dimenticanza successiva al termine dei lavori, colgo l’occasione per significare che, ove il principio della laicità dello Stato e quindi delle istituzioni che lo rendono presente nell’ambito del territorio dovesse prevalere sulla cultura e sulle ineludibili origini cristiane della città che ci onoriamo di rappresentare e servire, la collocazione del crocifisso nell’aula consiliare, alle spalle dello scranno più alto, non offende né osteggia l’azione politico amministrativa di quanti si prodigano per la collettività.

«Esso, infatti, rappresenta ed esprime, se non l’adesione alla fede, quantomeno la necessità di un impegno costante nella direzione del bene comune che mai si potrà realizzare ove si volesse prescindere dal rispetto dell’uomo in quanto tale. Non una minaccia, dunque, né tantomeno una professione di fede: il crocifisso è l’uomo che soffre, è il siracusano che soffre e che attende risposte. Pertanto, a parere del sottoscritto, ricollocare il crocifisso là dove la storia, la tradizione e la cultura lo hanno sempre posto e visto, non è riempitivo di uno spazio sotto il profilo ornamentale, bensì indicativo di un senso e di un fine ultimo dato dall’uomo, indipendentemente dal colore della pelle, della fede, della cultura e dello stato sociale».

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