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L’attentato a Simona Princiotta, la strategia mafiosa e il possibile depistaggio…

Passano le ore e la formulazione degli investigatori dei fatti accaduti appare nello scenario identico a quello del 12 agosto del 2014, quando l’auto in uso al figlio della consigliera Simona Princitta fu data alle fiamme; la sola variante è che stavolta c’è un testimone involontario (o forse più di uno) che ha visto la scena del crimine e gli autori in un lampo dei fari della sua auto. La scelta dell’automobile anche stavolta è identica: non quella in uso alla consigliera comunale, ma quella del figlio, come a voler depistare nella stessa logica della volta scorsa le indagini verso altri fronti personali del ragazzo. E se la regola vale sempre la pietanza mal servita, gli esecutori dell’atto intimidatorio hanno anche stavolta apposto il sigillo indelebile della direzione da cui proviene la desiderata: la corruzione nella pubblica amministrazione.

Ma al di là di ogni reazione a caldo, il fatto di cronaca potrebbe sembrare un incendio nella norma, come quelli che ogni notte i cittadini di questa città, un tempo considerata “babba”, devono subire, senza che le forze di polizia riescono più a fermare il grave fenomeno che a tratti si appiglia ad una condizione mafiosa o paragonabile a tale e strana siffatta condizione. Alla fine così non è, per il semplice fatto che si tratta della replica del primo atto intimidatorio contro la famiglia della Princiotta, e se per l’originario si aprì la strada alla vicenda giudiziaria che si è chiusa con l’archiviazione di uno dei tronconi dell’attentato dove non c’erano colpevoli, ma sospettati senza volto, come disposto il 14 marzo dallo stesso giudice per le indagini preliminari del tribunale di Siracusa. Ed ecco la differenza e la conferma che le indagini sono andate nel verso sbagliato, imboccando quello dell’apparire e non quello dell’essere; regola che di norma insiste nella logica di chi vuole depistare i fatti. Nel motivare la richiesta di archiviazione, il pubblico ministero ha rilevato che “pur apparendo lecito ipotizzare, alla luce delle numerose aree tematiche interessate dalle iniziative, anche di moralizzazione, portate avanti dalla consigliera Simona Princiotta, che l’incendio del 12 agosto 2014 possa essere collegato a risentimenti maturati nell’ambiente politico, tuttavia il materiale probatorio, raccolto dalla Digos della Questura di Siracusa, non contiene elementi che rendano dimostrabile nel dibattimento un qualche collegamento tra l’azione delittuosa e i consiglieri. Né, peraltro, sono pervenuti alla Princiotta, dopo l’incendio, segnali o confidenze circa la responsabilità di costoro”. Ed è proprio questo che fa allarmare e costringe la pubblica opinione a riflettere sulla portata dell’evento.

Si vuole adesso con la ripetizione dell’attentato, a poche ore della pubblicazione nei giornali, confermare che quello fu un attentato autentico e non un incendio scoppiato per cause accidentali, magari causato dalla batteria che esplode o da un’autoaccensione in parti sensibili del cofano. Questa riflessione è vera e ci porta lontano con l’immaginazione; ma nessuno sapeva prima di leggere i giornali di ieri che l’incendio era scoppiato “ufficialmente” per cause non connesse al dolo, quindi nella siffatta condizione la regola andava confermata: questa logica vuole che non ci fosse stata la volontà di colpire un soggetto politico che denunciava, ma si trattava di altra cosa, così come scrive il giudice terzo. Ora l’altra riflessione vuole dire: perché la Princiotta dovrebbe sospendere la sua corsa verso le denunce contro il malaffare se nessuna l’ha mai minacciata? Quest’occasione diventa la prova del nove della giusta direzione da dove arrivano i “segnali di fumo”; gli investigatori devono forzare la mano e trovare elementi certi e utili per eliminare ogni dubbio, in un senso o nell’altro, senza alcuna possibilità di vuoto, o criticità, che può essere rilanciato al mittente. La logica appartiene ai numeri, ma anche alla politica di chi vuole a tutti i costi inviare dei messaggi per riceverne un tornaconto. E se Machiavelli vuole i nemici vezzeggiati o soppressi, qualcuno o più di uno non vuole anche che la Princiotta disturbi i propri “affari”. E non stiamo parlando di pochi spiccioli; tutti messi insieme, quelli già liquidati e a quelli in programma da appaltare, assommano negli anni a venire ad oltre trecento milioni di euro.

Gli aspetti di alcuni esponenti della politica rappresentativa nazionale e regionale hanno già formalizzato a caldo la volontà della richiesta dell’intervento della Commissione Nazionale Antimafia, nonché di quella regionale, mentre per l’evidenza investigativa le stesse fonti parlano apertamente dell’eventualità dell’interesse della procura distrettuale antimafia, compresa la possibilità dello scioglimento del consiglio comunale per la difficile situazione connessa a tutte le inchieste chiuse, aperte e in sofferenze, per la speciosa condizione similare e para-mafiosa.

Concetto Alota

 

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