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da sinistra, Danilo Riciputo, Stefania Arena e GiuseppeSantanello.

Quando la forza dei sentimenti vince il pregiudizio

Nelle scelte di vita, è preferibile rimanere fedeli a se stessi, lottando, se necessario, per l’affermazione dei propri diritti, oppure perseguire un’apparente ‘normalità’, fondata sull’ipocrisia delle convenzioni sociali?

L’impegnativo dilemma fa da sfondo all’irresistibile comicità de “Il marito di mio figlio”, commedia brillante di Daniele Falleri, rappresentata lo scorso 28 febbraio presso il Cineteatro “Città della Notte” di Augusta dalla locale compagnia di teatro amatoriale “Redicuore”, con regia e adattamento di Patrizia Gula.

L’azione prende le mosse dal momento in cui due giovani ragazzi dai nomi fortemente evocativi-George/ Michael, come il celebre cantante pop, gay dichiarato-, decidono di comunicare ai rispettivi genitori la volontà di unirsi in matrimonio a Madrid (una possibilità negata dal nostro Paese fino a pochi giorni or sono).

Qui, la prospettiva del racconto- secondo quanto suggerisce il titolo stesso della pièce- si sposta sulla reazione dei familiari, ciascuno dei quali appare come bloccato, inchiodato ad incarnare un ruolo indesiderato, assegnatogli dalla sorte: e l’avvincente percorso scenico, dai connotati esilaranti, attraverso i frequenti riferimenti psicanalitici e all’arte recitativa (in particolare al cinema di Almodovar, chiamato addirittura in causa come personaggio nel finale!)  si configura quindi come un progressivo smascheramento delle reciproche e mal tollerate finzioni, al termine del quale ciascuno potrà realizzarsi secondo la propria vera identità, fino all’immancabile lieto fine.

Contribuisce in modo determinante a tale metamorfosi, l’inatteso intervento di chi, della finzione scenica, ha deciso di fare il suo lavoro: Lory, un’ex aspirante psicologa, nonché ex fidanzata di Michael, che, alla (ir)razionalità dei suoi precedenti studi, ha preferito tentare la franca incertezza della carriera da attrice, interpretata con brio e spontaneità da Daniela Morello.

La generazione dei padri, invece, dà il meglio di sé nei frequenti a parte durante i quali tutti i personaggi, a turno, svelano la loro natura più profonda al pubblico.

Tra questi spiccano i pittoreschi coniugi Cavicchi,Meri (Stefania Arena) e Ignazio (Giuseppe Santanello): la prima, con gelido sarcasmo, appare ben compresa nel ruolo di una donna frustrata dalla vicinanza con un marito poco incline alle delicatezze, un rozzo padrone di concerie di pelli di maiale: entrambi risultano inoltre efficaci nel rendere la mentalità di certi piccoli imprenditori, usi a misurare il valore delle persone in base al conto in banca o ai metri quadri di terreno posseduto,  riuscendo a strappare lunghe risate grazie ai modi spicci e alle grevi battute del capofamiglia, emblema dei peggiori difetti dell’uomo ‘maschio’. Anch’egli, quasi per contrappasso, sarà costretto a dar conto della propria condotta e a confrontarsi, seppur per breve tempo, con il suo doppio speculare nella storia: Agostino, un convincente Santo Bonasera, nel ruolo di un ‘marito da salotto’(cui fa da contraltare la- fin troppo esuberante- consorte Amalia/ Milena Arena), avvezzo al passivo adeguamento alle aspettative altrui e per questo destinato a subire la ‘conversione’ più radicale.

Ne emerge, nel complesso, l’ennesima prova di forza di un gruppo consolidato di attori, ben assemblato dalle indicazioni di regia in un lavoro la cui cifra stilistica è data dalla coralità interpretativa, giacché i sette personaggi in scena risultano tutti, del pari, protagonisti; da rilevare, per simpatia e disinvoltura, la new entry di Vanni Petruzzelli, del tutto a suo agio nei panni del ‘promesso sposo’ Michael,  nell’interazione con il suo partner di scena (Danilo Riciputo/ George) ed il resto del cast.

Sullo sfondo, scenografie e coreografie curate in ogni dettaglio e coloratissime, brillanti come la vicenda messa in scena, coronata da un finale travolgente, in un crescendo che unisce attori e pubblico, facendo venir voglia di salire lì, sul palco, per partecipare alla festa: degna conclusione per l’ottimo- e meritatamente fortunato- copione di Daniele Falleri.

Loredana Audibert

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