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Quel filo rosso della corruzione che collega la mafia alla politica

Il 27 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha deliberato, su proposta dell’attuale Ministro degli Interni, Matteo Salvini, lo scioglimento del consiglio comunale del comune di Vittoria in provincia di Ragusa.

Quando un consiglio comunale viene sciolto, c’è sempre un filo rosso che collega la mafia alla politica attraverso “l’elegante signora” chiamata corruzione. Nella società moderna, così come in politica, la putrefazione della struttura sociale è in crescita; questo attraverso una metodologia originale, che censisce ogni scambio illecito che coinvolge direttamente uomini politici anche all’interno di altri reati, come il concorso esterno in associazione mafiosa, il voto di scambio, ma anche in un quadro della corruzione ad ogni azione nei consigli comunali, regionali, alla Camera e al Senato, oltre che nelle cariche di sottogoverno; tutto si rivela con dettagli interessanti, come la crescita esponenziale di vicende di corruzione in presenza della criminalità organizzata soprattutto al sud, dove si registra un forte aumento dei reati associativi in cui si annidano vicende di corruzione.

Le alleanze tra la mafia e la politica s’intrecciano ogni giorno e non dipende solo da una diversa strategia repressiva degli organi di contrasto, ma dalla natura stessa della corruzione, che si presenta sempre più organizzata e variegata con altre forme di criminalità, ramificandosi nella società attuale come fosse una regola istituzionale della democrazia.

Il ricambio generazionale, sta affermando un numero sempre maggiore di imprenditori, mentre crescono le figure di liberi professionisti del malaffare. I processi di globalizzazione economica e culturale, si sono estese e diffuse su larga scala. Siamo di fronte ad una perversa operazione di criminalizzazione della vita quotidiana, che si avvale di molteplici strumenti e meccanismi economici, sociali, politici, legislativi, così come il regime proibizionista vigente in materia dell’uso della droga, del gioco d’azzardo e via dicendo.

Oggi il confine tra legalità e illegalità è inesistente tra economia reale e la cosiddetta mafia capitalista, inserita nei circuiti finanziari istituzionali in connubio con la politica e la criminalità mafiosa intesa come potere, e niente può fermarla, nemmeno il voto di protesta massiccio; occorre cambiare mentalità e debellare la corruzione e il malaffare. Ma sarà davvero difficile ritornare nei canoni della civiltà e della legalità, dopo aver assaporato facilmente il guadagno dei soldi, il piacere del sesso e del potere, che sono ormai le carte da gioco rimaste sul tavolo del popolo vittima delle lobby del potere che decidono cosa dobbiamo mangiare, fumare, leggere sui giornali o ascoltare in Tv.

Chi partecipa alla vita pubblica del governo del popolo è scelto su base maggioritaria, con votazioni libere e democratiche, secondo la propria capacità e competenza, oltre che del grado di onestà, attraverso i partiti politici organizzati, secondo la Carta Costituzione. Se invece riportiamo la descrizione di che cosa è la mafia e confrontiamo la relazione diretta con la politica, pensiamo subito come tutti i punti si accomunino. La scienza e l’arte del governo, con oggetto la capacità della costituzione e l’amministrazione di un soggetto, legale o fuori dalla legge, che si può chiamare stato o associazione “cosa nostra”, “camorra” o “ndrangheta”, lobby, con lo scopo di raggiungere determinati traguardi e obiettivi in favore della comunità che si amministra, sono esattamente uguali. Nei fatti pratici e nella buona sostanza, si tratta di una semplice interpretazione: la politica deve amministrare i beni dei cittadini con il necessario sviluppo sociale, politico, economico che deve garantire trasparenza e onestà, così come la mafia deve conciliare gli aspetti di ogni azione capace di apportare benefici ai suoi fedeli “associati”, senza l’impegno dell’onestà, ma del solo onore verso i propri “fratelli” di avventura.

Le differenze sono sempre vicine. La politica dovrebbe agire con schemi legalizzati dallo stato di diritto democratico, dietro la delega del popolo, mentre la mafia per raggiungere gli obiettivi utilizza la violenza, il condizionamento attraverso la paura della morte, con la naturale tendenza a sostituirsi alla legge dello stato democratico, con l’azione violenta e il prestigio personale dei mafiosi. Organizzati in mandamento, squadra, decina, clan, con la possibilità di diventare partiti politici, mischiando i buoni e i cattivi per confondere le idee alla pubblica opinione. Ecco allora la logica. Con i mezzi disponibili si possono raggiungono gli scopi desiderati. Esattamente quello che fa la politica, quindi i politicanti, quando nel chiedere il voto, promettono un posto di lavoro, una licenza commerciale prima negata, o minacciano di colpire nel caso del diniego, la stessa cosa per la provvista del denaro necessario all’attività del gruppo. Il politico, si corrompe e quindi ruba al popolo il pubblico denaro, ricatta e agisce contro o in favore di qualcuno e di qualcosa per un tornaconto personale o di partito o della lobby d’appartenenza, il mafioso con lo stesso identico modo e sistema ottiene lo stesso risultato, estorcendo e ricattando. Si tratta di capire chi per primo ha copiato l’altro, considerato che già nell’Ottocento si faceva buon uso della corruzione e dell’appropriazione indebita del pubblico denaro da parte degli eletti.

Non esiste nessuna differenza nell’organizzare la costruzione di un centro commerciale per speculare sul prezzo del petrolio ad ogni costo, o la per la realizzazione di un gruppo di villette e per raggiungere l’obiettivo si corrompe e si organizza, coinvolgendo pezzi delle istituzioni dello Stato democratico, tradendo la fiducia di amici e compari; o come realizzare il nuovo ospedale su un terreno dove si vuole speculare, pilotando l’appalto verso una società amica degli amici della politica; così come per la realizzazione del nuovo cimitero cittadino, oppure gestire al limite delle leggi l’appalto della raccolta dei rifiuti urbani, la gestione degli asili nido, o pilotare la gara per lo smaltimento dei rifiuti, la gara per il nuovo appalto della gestione idrica e fognante, dell’illuminazione pubblica della città e del sistema semaforico, oppure per la concessione del servizio dei parcheggi pubblici o strisce blu ad amici che contribuiscono alle spese della politica, o come altro vi pare, con l’attività dell’organizzazione di tipo mafiosa al fine di conseguire illeciti guadagni. In entrambi i casi, l’obiettivo è sempre lo stesso, con la differenza che la mafia-politica rischia molto meno in quanto si trova in vantaggio rispetto alla delinquenza organizzata, che agisce senza la copertura, la connivenza, dell’attività cosiddetta politica dall’interno del Palazzo. Ecco perchè i consigli comunali a maggioranza di corrotti trovano facilmente i corruttori, mafiosi o anche imprenditori dalla fedina penale integra.

È la logica del controllo del potere che la mafia-politica ha da sempre operato, nella sinottica della scienza sociale di riferimento, con l’applicazione dell’oligarchia nel territorio, fuori dagli schemi di partito o di corrente, ma organizzati come a dei veri clan o cricche che dir si voglia. Oggi lo scenario non è cambiato di molto; si vuole condizionare l’intera attività amministrativa per mettere le mani sui miliardi degli appalti, anche con la violenza, che si distingue dalla ragione, ma che soffoca ogni atto democratico e imprime nel pensiero dell’esecutore la visibilità nascosta, perdendo la necessaria lucidità, come se dopo l’intimidazione, l’obiettivo è stato raggiunto, in una logica disperata che cerca di realizzare con la violenza ciò che si chiama vita democratica, politica.

Ogni cambiamento è un rischio senza le idee di ricerca; conserva chi ha da perdere, ma la critica è l’idea politica degli altri, la rivoluzione è di tutti. È nessuna soluzione rivoluzionaria è senza un passato, un presente e un futuro. Gli schiavi periranno se non si ribelleranno. È chiaro che nessuno vuole accettare questa tesi estrema, ma la logica non è una favola, che anzi vuole guadagnare la posizione che merita nella graduatoria del linguaggio universale nell’era cosiddetta moderna. Nessuno accetterà mai tale siffatta condizione, poiché insiste il naturale coinvolgimento di una buona parte dello Stato democratico con i sui molteplici pilastri istituzionali, obiettando che così ogni istituzione potrebbe essere dichiarata mafiosa. In fondo alla fine forse è proprio così.

Su tutta la delicata materia, da parte delle istituzioni, dopo la ricerca sul campo e nel clima generale, sono stati ravvisati profili di rischio elevatissimi per la democrazia; diventa una sfida nel momento in cui uomini eletti dalla volontà popolare nella maniera inversa diventano mafiosi. Emerge una crescente insofferenza da parte della mafia-politica per l’impegno con cui la magistratura inquirente porta avanti i profili investigativi contro molti rappresentati istituzionali sospettati di fare il “doppio gioco”, compreso il prestanome di turno. Una pariglia che si configura come un’alleanza con la mafia, la ndrangheta e la camorra, la lobby della politica organizzata, per gli aspetti silenti in cui appare relegata in maniera sospetta. Il terreno di gioco si sposta sul piano apertamente politico istituzionale, con la concussione diretta di buona parte di dirigenti, tecnici e impiegati della pubblica amministrazione, dove è identificata l’enorme fetta di corruzione denunciata da qualche tempo dalla magistratura contabile oltre che da quella inquirente. Oggi la mafia-politica è, nei fatti pratici, la più potente delle lobby in campo per il controllo del potere economico, politico e sociale; inoltre gode della fiducia popolare e ha costruito il suo impero all’ombra della legalità, dall’interno del Palazzo del potere, alterando il tessuto sociale e culturale, divenendo a sua volta sub-cultura per l’intera pubblica opinione, specie in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Campania. Ma Roma rimane la sede naturale, la capitale, oltre che dell’Italia democratica, anche della mafia-politica.

L’attacco alla magistratura è stato da sempre sviluppato convenientemente dai capi dei partiti politici e dai propri uomini più fidati; questi ultimi più per prosseneta condizione che per mera attività politica, e come una cassa di risonanza si è amplificata fino a farla diventare apparentemente veritiera (acculturamento di massa), riuscendo a convincere buona parte della pubblica opinione, specie tra quelli che hanno qualche pendenza con la giustizia penale o civile, fino a diventare un tormentone nazionale, e alla progressiva metastasi in tutte le regioni d’Italia e finanche all’estero.

La magistratura a volte non ha reagito nei termini politici in cui la risposta è il campo naturale, come nel “Caso Siracusa” avvolgendo e trattando caso per caso, come se non fosse una diffusione del fenomeno a livello generalizzato ma bensì isolato. Per fortuna non tutta la politica è lì a reggere questo sinistro gioco. Si trova una buona maggioranza dei politici nel fronte diametralmente opposto; quindi non tutta la politica è corrotta, ma il condizionamento dell’appartenenza alla “casta” è ancora forte.

L’importanza del coraggio su tutti i fronti è necessaria nel momento in cui si vuole annientare il fenomeno mafioso, anche con il cambiamento delle regole del gioco al massacro, registrato più volte e a tutti i livelli istituzionali. Il coinvolgimento di uomini della politica in appalti e nel controllo di settori vitali di una buona parte della società economica italiana, sono fattori di rischio da non sottovalutare. I politici condannati per l’attività del concorso esterno in associazione mafiosa, sono diventati davvero tanti, troppi, e tutti di primo piano nello scenario politico sia meridionale e sia settentrionale. La Sicilia rimane, purtroppo, al primo posto nella graduatoria. Tanti quelli scoperti e condannati, ma molti di più sono quelli che rimangono in attività e con tanta forza di potere politico-mafioso ancora in mano. Il fenomeno della mafia-politica rimane un reale pericolo per le istituzioni democratiche. Si tratta di capire chi deve essere il giudice terzo tra due poteri forti delle istituzioni: la politica e la magistratura.

Il conflitto è sempre più emergente per le competenze e i poteri istituzionali messi in discussione da parte di chi attraverso l’organizzazione della mafia politica controlla il potere per rubare il pubblico denaro. Ma l’antimafia è un’altra cosa. Ovviamente, quella vera!

Concetto Alota

 

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