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Sicilia: depuratori che non depurano e il collasso del “sistema”

di Concetto Alota –

Il caso Ias, la società che gestisce il depuratore consortile nel petrolchimico siracusano, preoccupa le organizzazioni sindacali, ma ancor di più i dipendenti. Il tutto s’incrocia nello schema sciagurato della depurazione in tutta la Sicilia. L’allarme è verso l’importanza dell’impianto di depurazione di Priolo, ma nel passato in tanti sapevano e tacevano. La politica e gli affaristi del comparto rimangono i responsabile di questo sciagura per aver taciuto e favorito gli “equilibri”.    

Tante le Procure italiane, di cui almeno 4/5 in Sicilia, Siracusa compresa, che indagano da sempre sullo smaltimento illegale dei rifiuti al fine di conseguire un ingiusto profitto. Inquinare non è stato mai così facile come al giorno d’oggi, per via della norme che hanno aperto la strada verso uno smaltimento più semplice. Un modo per incrementare il volume soft attraverso lo smaltimento a mare dei liquidi, i fanghi nei terreni, fatture false e bolle di accompagnamento dal giro vizioso tra le società coinvolte in lavori mai eseguiti, oltre allo smaltimento di rifiuti speciali e fanghi di risulta mediante operazioni non consentite dal titolo autorizzativo e non ricompresi nell’autorizzazione posseduta, con ingenti risparmi e forti guadagni derivanti a costi meno onerosi rispetto al dovuto; il tutto in relazione al trasporto e successivo conferimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi con le modalità illecite anche di fanghi di depurazione abbandonati illecitamente sui terreni.

Le indagini in corso nel territorio in tutta la Sicilia (per il caso Ias la Procura di Siracusa ha chiesto la proroga),riflettono un sistema organizzato a tavolino in cui già risultano indagati a vario titolo tanti addetti a i lavori e amministratori. L’ultima fase giudiziaria prende forma a seguito della delega della Procura della di Siracusa a Carabinieri, Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Siracusa, unitamente al Noe di Catania e al Nictas dell’Asp di Siracusa, con sequestri preventivo emessi a suo tempo dal Gip presso il Tribunale di Siracusa. Le indagini hanno consentito di accertare come nel periodo intersecato negli anni precedenti negli impianti sotto accusa siano da ricondursi emissioni in atmosfera di natura inquinante e molesta, oltre alla depurazione sospetta con il dubbio dello smaltimento di fanghi diluiti direttamente in mare e alcuni fascicoli d’indagine ancora aperti che ai avviano verso la conclusione.

Le attività investigative coordinate dalla Procura di Siracusa, scaturiscono da una serie di esposti e denunce pervenuti, nel tempo, all’ufficio del pubblico ministero, alle forze di polizia e ad altri organi, a seguito dei quali un collegio di consulenti tecnici nominati dalla Procura ha accertato la natura inquinante e molesta, sotto il profilo odorigeno, delle immissioni aeree degli stabilimenti e depuratori del petrolchimico siracusano e non solo; emissioni e cattivi odori che hanno continuato malgrado le inchieste in corso.

I dati di analisi raccolti dai consulenti tecnici hanno, nella buona sostanza, consentito rilevamenti di concentrazioni stabilmente elevate delle sostanze effettuati presso le centraline di San Cusumano, Ciapi e Priolo centro; ripetuti eventi di picchi elevati di concentrazioni delle sostanze prese in considerazione presso le centraline di Melilli, Siracusa e Augusta; mancata utilizzazione delle “migliori tecniche disponibili” da parte dei responsabili degli stabilimenti.

In sintesi, gli stessi consulenti tecnici hanno altresì evidenziato di avere raccolto elementi che “inducono a ritenere che la qualità dell’aria nel territorio interessato si sia fortemente degradata”…… rilevando come “nei comuni di Priolo Gargallo, Augusta e in parte Melilli si registra una qualità dell’aria nettamente inferiore a quella degli altri Comuni della provincia, avuto riguardo ai vari inquinanti presi in considerazione”.

Nella generalità dei casi, il traffico dei rifiuti è un fenomeno fuori controllo; il più diffuso è lo smaltimento illegale dei fanghi e del percolato che arrivano dai depuratori e dalle discariche senza alcun trattamento e finiscono a mare e nei terreni agricoli con tutto il carico di veleni. 

Contro l’Italia insistono diverse procedure di infrazioni europee per le inadempienze sul fronte della depurazione delle acque, con il maggior numero di centri abitati, irregolari situati in Sicilia. Molti comuni, come Augusta, scaricano direttamente in mare in tanti altri casi non c’è neanche la rete fognaria, in altri ancora l’impianto di depurazione è presente ma non funzionante, oppure manca l’autorizzazione allo scarico.

Ma nello scenario della depurazione insiste l’interesse diretto della mafia dei rifiuti che si muove come una vera e propria holding con forti agganci economici e istituzionali nello smaltimento del percolato prodotto dalle discariche dell’immondizia e dei rifiuti industriali dell’intera Sicilia e di cui si sono interessate diverse Procure distrettuali, come Trapani, Palermo, Messina, Catania e Siracusa. Percolato dirottato a forza verso la Calabria o altre destinazioni, che potrebbe essere smaltito benissimo in impianti della Sicilia. Invece no. Infatti, questa è una delle leve verso lo smaltimento illegale dei rifiuti o il semplice cambio del codice con il giro bolle e fatture “vuote” senza smaltimento e aspettando che la pioggia faccia il lavoro sporco verso il mare. Evidenze venute fuori in varie inchieste giudiziarie in Sicilia e in Calabria e di cui ha parlato spesse volte il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri. Ritorna così d’attualità e apre un interrogativo di chi avrebbe deciso qualche anno fa d’interrompere il conferimento, la depurazione e lo smaltimento del percolato e dei rifiuti provenienti dalla molitura delle olive, dei pozzi neri, delle officine meccaniche e tanto altro, nei depuratori della Sicilia, compreso quello della zona industriale Le industrie e i gestori privati delle discariche smaltiscono solo sulla carta; mancano i controlli e il personale preposto è quasi a zero rispetto ai reati che ogni giorno si consumano contro l’ambiente, la vita umana.

Siffatta condizione già svelata in alcune inchieste da varie Procure siciliane e calabresi per capire chi è stato a organizzare il sistema di smaltire fuori dalla Sicilia i tanti milioni di metri cubi l’anno di percolato e reflui velenosi trasportato in Calabria e smaltito con tariffe obbligate che produce una montagna di euro con l’esorbitante rialzo fin dalla partenza, attraverso una viziata filiera che conformerebbe il connubio tra mediatori, trasportatori e gli impianti di trattamento in Calabria e in altre regioni oltre lo Stretto. Tematiche arrivate sui tavoli dei magistrati catanesi della Dda dal Noe dei carabinieri che hanno consegnato il frutto di un’indagine-gemella all’operazione “Piramidi” sugli intrecci fra mafia, imprenditoria e pubblica amministrazione nel settore dei rifiuti e i dintorni in tutta la Sicilia.

La Sicilia è prigioniera dei rifiuti, molti i depuratori che non depurano e l’inquinamento è fuori controllo; il comparto dei rifiuti è in mano alla mafia. L’inquinamento è fuori controllo. La depurazione delle acque si trova in uno stato spaventoso; il 95% degli impianti si trova con le autorizzazioni scadute e la depurazione avviene con il cattivo funzionamento dei siti di smaltimento che non sono a norma.

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