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Storia. “Come nasce una mafia”: il libro dell’ex capo della Mobile Angelo Migliore e i retroscena politico-mafioso

 

Nella foto: l’ex capo della Mobile di Siracusa – 

La storia si ferma e torna indietro. Per capire il fenomeno mafioso nella provincia di Siracusa basta leggere tutto di un fiato il libro dell’ex commissario di polizia, Angelo Migliore, che negli anni a cavallo dal 1979 al 1990 prestò servizio presso la Questura di Siracusa a dirigere la Squadra Mobile durante la cruenta guerra di piombo tra i clan malavitosi siracusani. Le sue memorie diventano la Storia della mafia a Siracusa inimmaginabile. Con oltre 350 pagine il libro “Come nasce una mafia”, entra nella breve ma violenta quanto dinamica guerra dei clan mafiosi nella provincia “babba”. Un viaggio nei segreti della criminalità organizzata siracusana, dalla fine degli anni ’70 agli inizi dei ’90, che dimostra chiaramente come e perché ha avuto origine il fenomeno della criminalità organizzata in un territorio che fino a quella data era considerato tranquillo, per ricevere il cartellino rosso di “mafioso”.

Un racconto breve ma intenso, in cui la scrittura diventa immagine viva, dove s’incontrano i destini di tanti uomini che decidono di delinquere, ma anche di tanti onesti servitori dello Stato coinvolti nella lotta contro il crimine organizzato. Per il parallelismo con l’attività della capitale della mafia nel mondo, Palermo, il libro entra nei meandri dei segreti reconditi di fatti che la storia ci racconta nei particolari costrutti, legati alle indagini di omicidi eccellenti, come quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la Strage della Circonvallazione, in cui furono coinvolti diversi “picciotti” siracusani, insieme a uomini del clan catanese Santapaola.

Una guerra di mafia che inizia nel 1981 con tanti morti ammazzati e la prova che Siracusa cambia volto. Considerata la provincia meno mafiosa della Sicilia, è colpita all’improvviso da una violenta guerra senza esclusione di colpi. Ma il germoglio di quel periodo di fuoco criminale, assume aspetti che fino a quel tempo, erano per Siracusa impensabili. Una guerra che scoppiò per i legami che legano la politica siracusana ai clan che cercano altri spazi economici quasi nell’indifferenza generale. E questo oltre le attività malavitose, anche attraverso gli appalti e tanti posti di lavoro nel ventaglio dell’economia fiorente in quel tempo, specie nei lavori pubblici che compongono l’arrivo nel territorio siracusano di circa 400 miliardi l’anno per appalti in opere pubbliche da parte della Cassa per il Mezzogiorno. Ecco che il tutto si raffronta con la mafia palermitana e di cui sono piene le cronache, come la storia dell’ex sindaco di Palermo Ciancimino. Insomma, tutto nasce per la ricerca delle alleanze tra clan e potere politico, ma l’errore di scegliere con chi stare e a chi finanziare, crea una separazione che nell’ambiente mafioso non lascia spazi alla diplomazia, preferendo la guerra con morti senza feriti.

I tempi cambiano ma i guasti restano. Un breve viaggio tra i vicolo ciechi di una condizione socioculturale dalla difficile uscita. Secondo il rapporto sul fenomeno mafioso nel secondo semestre del 2017della Dia, nella provincia di Siracusa l’operatività delle organizzazioni siracusane, per quanto ridimensionata dalle recenti attività di contrasto da parte delle forze di polizia, continua a svolgersi nell’ambito di una strategia di pace mafiosa tra i sodalizi della provincia, e di salde alleanze con le consorterie catanesi.

Nella provincia aretusea, il traffico e lo spaccio di stupefacenti rimangono settori essenziali nelle strategie criminali. La particolarità evidenziatasi, nello specifico settore criminale, nel periodo all’esame, è data dalla ricorrenza di arresti effettuati nei confronti di soggetti talora incensurati o, comunque, apparentemente non affiliati alla criminalità organizzata, coinvolti nella detenzione, nel confezionamento e, in particolare, nel trasporto di sostanze stupefacenti. La frequenza degli episodi e la rilevanza dei sequestri rendono improbabile la ricorrenza di eventi casuali, deponendo, invece, per una strategia di coinvolgimento, nelle fasi più critiche dell’attività, di soggetti non associabili alle consorterie.

Nella decimazione dei clan mafiosi sono i collaboratori di giustizia i veri protagonisti della lotta alla malavita organizzata. Senza il pentimento, nessun risultato contro la piovra mafiosa.

Tanti i sodalizi scoperti e tanti i tentativi falliti dell’evoluzione naturale dei gruppi che nel corso degli anni si sono affrancati dal clan mafioso Bottaro-Attanasio e che avevano iniziato ad operare in piena autonomia nei doversi quartieri della città capoluogo, ma con diramazioni in diversi comuni della Provincia aretuesa. Poco lo spazio e il territorio a disposizione per gestire un’economia che non riesce ormai da sola a mantenere le piccole aziende commerciali e artigianali insistenti nei quartieri. Le denunce non sono più copiose come per il passato. Si tratta, in pratica, di piccole richieste di denaro tra “amici” e “conoscenti”. Piccole somme, per far girare lo spaccio della droga e a tratti l’estorsione, almeno per quel che riguarda il capoluogo. Già nel passato i vari questori di Siracusa che si sono succeduti nel tempo hanno più volte affermato che le estorsioni nel modo classico sono per fortuna un vecchio ricordo, sempre riferito a Siracusa città. Ma non è dato sapere se è scomparso come fenomeno o sono i commercianti a non denunciare più i reati in una sorta di omertosa condizione.

E comunque, il reato dell’estorsione a Siracusa è ormai ridotto ai minimi termini. Pochi euro per tirare a campare tra commercianti e imprenditori amici degli amici, in una sorta di gioco del passato che non ha retto alla lunga la pazienza trasformata in collera di qualche commerciante. Infatti, l’attività preminente dei gruppi malavitosi era quella della richiesta a tappeto del pizzo ai commercianti e del reinvestimento dei capitali recuperati nel traffico degli stupefacenti e o in altre attività illecite di poco conto penale per mantenere le famiglie dei carcerati; ma non si è capito se solo in favore dei soli congiunti del sodalizio, oppure anche se allargato ai componenti delle famiglie dei clan storici.

Il racconto alla rovescia ci porta nell’attuale situazione immersa nella storia. La mafia siracusana vantava un numero di clan abbastanza variegato, che negli Anni Novanta si era contratto in pochi gruppi. Nel territorio a nord del capoluogo da sempre il predominio del gruppo Nardo, vicino al clan catanese di Santapaola, che operava nei comuni di Augusta, Carlentini, Francofonte, Lentini e Villasmundo; nel capoluogo la ressa era molto più affollata. Infatti, troviamo il clan Urso-Bottaro-Attanasio, il gruppo Aparo-Trigila, e lo storico clan di Santa Panagia.

Gli Anni Novanta si caratterizzarono con la sola resistenza del reggente del clan Urso, Totuccio Schiavone, fino alla sua latitanza quando interviene la fusione del clan Bottaro retto dall’omonimo, Salvatore Bottaro. Le due cosche presero il nome di Urso-Bottaro, con mano il controllo della quasi totalità del territorio siracusano. Ma una faida violenta tra i gruppi contrapposti provocò tanti morti ammazzati.

Nel finire degli Anni Novanta e l’entrata del nuovo millennio, di cui si fa riferimento in quel periodo nelle indagini investigative della Direzione Distrettuale Antimafia, proprio su una dozzina di delitti rimasti impuniti nel territorio siracusano, i gruppi storici, denominati Bottaro e Santa Panagia, s’incontrano e decidono di sommare le proprie forze per operare in gruppo, monopolizzando i settori delle estorsioni e del traffico degli stupefacenti, sia nel capoluogo, così come in tutti i comuni limitrofi, Floridia, Solarino, Avola, Cassibile e con puntate fugaci fin nel territorio di Pachino, Rosolini, Avola e Noto, mentre rimane fuori la zona nord che nel frattempo era diventata contigua ai clan catanesi.

Nell’Anno 2005, una sola realtà mafiosa potente della città di Siracusa e dell’intera provincia, spinge i tentacoli anche fuori dal territorio siracusano. Ma una serie di operazioni di polizia contro la malavita organizzata, portati a termine grazie ad alcuni collaboratori di giustizia che scamparono in diversi agguati da sicura morte, ridimensionò quasi del tutto i gruppi malavitosi, stravolgendo la mappa criminale nel territorio siracusano, con una sequela di arresti. Nel 2007, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, la stessa, che scava nei ricordi e nelle confessioni dei nuovi pentiti su tutti gli omicidi di mafia rimasti impuniti, il nascente e numeroso gruppo di Santa Panagia, rivitalizzato dalla presenza di alcuni esponenti e vecchi capi da poco scarcerati, fu smantellato in toto (furono coinvolte per lo più le “famiglie” Attanasio-Bottaro). Un colpo finale. La cosca aveva ripreso pericolosamente l’attività criminale molto più agguerrita di prima e capace d’incidere sulla pacifica convivenza della comunità siracusana. Fu l’ultima spettacolare e possente operazione antimafia siracusana con settanta arresti, portata a termine il 13 novembre del 2007 dalla Dia, con carabinieri, polizia di Stato e guardia di finanza, in un’operazione antimafia congiunta e coordinata dalla Dda della Procura di Catania, nei confronti di settanta presunti appartenenti alla cosca Bottaro-Attanasio. Per tutti gli indagati, il giudice per le indagini preliminari aveva emesso un ordine di custodia cautelare, sia in carcere, sia in stato di libertà, che ipotizzava a vario titolo i reati di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione e usura. Nell’ambito della stessa inchiesta gli investigatori eseguirono il sequestro di tante attività commerciali, beni immobili e mobili che secondo l’accusa sarebbero stati acquisiti con il riciclaggio di proventi di attività illecite. Nel corso delle indagini sulla cosca Bottaro-Attanasio furono complessivamente sequestrati 200 chilogrammi di droga e parecchie armi. L’inchiesta fu coordinata dal procuratore aggiunto di Catania, Ugo Rossi, e dai sostituti della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, Pasquale Pacifico, Andrea Ursino e Danilo De Simone.

I collaboratori di giustizia in Italia, per la cronaca, sono circa 1.100 uomini di cui circa sessanta le donne. Nel fenomeno del pentitismo di mafia in Sicilia, che a noi interessa da vicino, sono circa 280 uomini e circa dieci donne i collaboranti della giustizia.

Un salto nella Storia. La mafia nella provincia di Siracusa è stata una meteora passata velocemente sul finire degli Anni Settanta e fino alla fine agli Anni Novanta e di cui ragguaglia a fondo il libro scritto dall’ex capo della Mobile di Siracusa, Angelo Migliore. Ma le notizie degli ultimi tempi che hanno percorso velocemente la cronaca nazionale, parlando di una possibile recrudescenza mafiosa in tutta la Sicilia, non trovano ormai alcun riscontro nella nostra realtà locale e del fenomeno più fastidioso per la società delle estorsioni nel territorio siracusano che è quasi sparito, rimanendo la sparuta condotta della richiesta di pochi euro e che il più delle volte riesce.

Il riferimento temporale è sempre della Dia, Direzione Investigativa Antimafia che qualche anno fa ha consegnato un lungo e articolato rapporto al Parlamento, e che vuole identificare l’ipotesi di una massiccia ripresa dell’attività mafiosa in tutta la Sicilia, come in tutte le altre zone dello Stivale, dopo un pericoloso e prolungato silenzio. L’allarme messo in campo riguarda la capacità e la potenzialità organizzativa di “Cosa Nostra”, attraverso la corruzione praticata sistematicamente, capace di frenare la crescita dell’Intero Paese, riversando i costi sull’intera collettività, mentre i profitti sono occultati all’estero o riciclanti; il passo segnato si riferisce allo stato sociale della nuova mafia, arrivata attraverso un percorso scientificamente studiato nella società moderna, a tutti i livelli, e con un’ampia disponibilità di denaro, con grande capacità di scalare aziende in difficoltà economica, specie alla presenza della crisi profonda che sta attraversando l’intera Europa e buona parte del mondo.

Quel rapporto della Dia, esposto alla Camera dall’on. Rosy Bindi, all’epoca presidente della Commissione Nazionale Antimafia, è confermato dalla preoccupante capacità del potere mafioso, con l’allarme a mantenere alto il livello di guardia, specie nella capacità d’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e negli appalti, al sud come al nord. “Le cosche mafiose, afferma l’on. Rosy Bindi, sono impegnate nel tentativo di riconvalidare la propria struttura a cominciare da una catena di comando, che da qualche tempo ha perso compattezza, libertà d’azione e potere di condizionamento ambientale.” Conferma tale ipotesi, la scarcerazione in breve tempo, di numerosi elementi di spicco e le minacce ai magistrati, come ad altre figure di riferimento delle istituzioni; segnali che “sembrano propendere verso derive di scontro ancora da ben decifrare”.

La mafia da sempre è stata in rapporto ravvicinato con la politica specie in Sicilia (le cronache confermano tale siffatta condizione), utilizzando le relazioni interconnesse con il Palazzo del potere, con la cosa pubblica, intervenendo e proponendo direttive politiche che influenzano fortemente il rapporto sociale tra la collettività.

Lo sviluppo temporale della mafia nella realtà urbana di molti territori della Sicilia, come potere ampiamente indipendente, trova un nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituirne una vera industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità, estende la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, condizionando perfino l’attività politica dall’interno delle istituzioni, la speculazione edilizia, controlli dei mercati, gli appalti delle opere pubbliche, e fuori dalle mura della gestione della cosa pubblica nel cuore della collettività attraverso il crescente mercato della droga, l’estorsione, il gigantesco giro del gioco d’azzardo a tutti i livelli, la prostituzione, l’usura e via dicendo.

Rimanendo nel nostro ambito territoriale, Siracusa non è stata mai una zona di mafia sul vero senso del termine; il fondatore della criminalità organizzata di tipo mafioso a Siracusa, si può considerare certamente Agostino Urso, inteso “u prufissuri”, che dopo un periodo di detenzione, per l’accoltellamento di un tunisino ad Augusta, e dopo la lettura ispiratrice del libro, “La mano nera”, sul finire degli Anni Settanta, decide di fondare l’omonimo clan, con tanti altri, quasi tutti detenuti in quel periodo e definiti gli uomini d’onore della malavita organizzata siracusana dell’epoca, diventando un autentico gruppo mafioso. Nasce così un clan con tutti i crismi per gestire in piena autonomia la totalità delle attività illecite in città, estendendo tale potere nel breve tempo all’intera provincia. La gestione del crimine organizzato e di tutte le attività illecite, alla stregua dei clan della mafia di vecchio stampo e antica memoria, è il lavoro quotidiano. Ma nel 1981 i già precari equilibri sono scardinati con la scissione di due distinti gruppi autonomi. Da lì a poco il controllo delle attività illecite passa di mano in mano; il clan Urso perde l’egemonia, e i tre nuovi gruppi decidono di spartirsi il territorio, nella logica mafiosa di cui i riferimenti palermitani e catanesi erano l’ispirazione.

Gli accordi della spartizione non bastarono a calmare gli animi degli attorie dei registi; le faide presero il sopravvento e la prima scusa diventò l’occasione per iniziare una lunga e spietata guerra che porterà negli anni alla fine dei clan mafiosi siracusani, con tanti morti ammazzati e feriti, con un ritmo impressionante, di boss e gregari. Nel volgere di appena un mese, ben quaranta ordigni furono fatti esplodere nel capoluogo e in alcuni paesi viciniori, contro attività imprenditoriali a tutti i livelli; uomini politici delle istituzioni sono presi di mira con bombe ad alte potenziali fatte esplodere sia nelle loro abitazioni sia nelle segreterie politiche private, compreso le minacce ai diretti interessati.

All’inizio degli Anni Ottanta la mafia siracusana decide d’intimorire il giudice istruttore Francesco Fabiano. Con un ordigno di grosso potenziale la sua autovettura fu quasi disintegrata mentre era parcheggiata sotto casa; pochi giorni dopo nel cortile del Tribunale di Siracusa nella vecchia sede di Piazza Della Repubblica, un altro ordigno fu fatto esplodere mentre i magistrati si erano riuniti per esprimere la loro solidarietà al collega Francesco Fabiano, che stava proprio in quei giorni istruendo dei processi su alcuni fatti criminosi e contro elementi di spicco della mafia siracusana.

Gli uomini dei clan, rinchiusi nel vecchio carcere giudiziario di via Vittorio Veneto, furono tutti trasferiti e divisi tra loro in diverse strutture carcerarie dell’Isola e oltre lo Stretto, al fine di evitare i contatti con gli uomini che si trovavano in libertà e che eseguivano gli ordini impartite da dietro le sbarre dai loro capi per tentare di allentare il terrore che in città, come nel resto della provincia, aveva raggiunto i limiti di guardia. Ma dopo un tempo relativamente breve, i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Siracusa (fatto appurato e scoperto dall’allora brigadiere Bartolo Giliberto ora in pensione con il grado di luogotenente), informarono il sostituto procuratore della Repubblica, Dolcino Favi, rafforzandogli nel frattempo le misure di sicurezza, della preparazione di un commando armato per le dinamiche di un attentato nei suoi confronti presso la sua casa di campagna da parte della mafia siracusana, che imperava ben organizzata e con un solo e unico clan già nel territorio. Stessa sorte era stata destinata a due penalisti siracusani e un manager. L’intervento della magistratura con una ventina di ordini di cattura fermò quel programma delittuoso.

Dopo i relativi processi per quei morti ammazzati e il riassetto organizzativo delle cosche ormai decimato, l’attività criminale riprende lentamente; i superstiti si riorganizzano in tanti piccoli clan, oltre a quelli di nuova genitura e che nel frattempo si erano affacciati nello scenario criminale, invadendo così quasi tutti i territori da sfruttare nell’intera provincia di Siracusa. Ormai in città la paura collettiva per la gente era un ricordo lontano, così come gli atti criminali nella pubblica via stile Palermo; ma i segnali di un tentativo di ripresa erano fin troppo chiari. La risposta dello Stato fu forte. Con uno spiegamento massiccio di forze di polizia, a livello giudiziario e investigativo, fece terra bruciata alla nascente nuova mafia a Siracusa. Nel mese di luglio del 2007, con un’operazione di polizia, coordinata dalla Dia di Catania, le forze rimaste in campo furono decimate e il nascente clan detto di “Santa Panagia”, riorganizzato dai suoi esponenti di spicco da poco scarcerati dopo una lunga detenzione, con ambiziosi progetti e mire espansionistiche senza limiti, fu disintegrato quella notte. È la fine storica dell’ultima traccia di mafia a Siracusa.

In tutto quel periodo storico vi furono anche altri clan malavitosi in attività nella zona nord di Siracusa, Lentini, Francofonte, Augusta, Villasmundo, con riferimenti chiari e in rapporti d’affari con la mafia catanese dei clan Santapaola e Laudani (“i mussi i ficurinia”) altri, così come nella zona di Floridia-Solarino, Avola, Noto e Pachino, con uomini altrettanto decisi e spietati, che in contrapposizioni si scontrò in quegli negli anni, con una violenta guerra tra clan con tanti altri morti ammazzati e feriti.

Negli Anni Ottanta arrivò persino l’attenzione del Ministro degli Interni dell’epoca, Oscar Luigi Scalfato, che in un rapporto alle Camere, decreta lo status di territorio mafioso anche per Siracusa, citando espressamente il clan Urso-Bottaro, come emergente e con pericolose e diretti rapporti con uomini di spicco della mafia catanese e palermitana. La guerra tra i clan, durata dall’inizio degli Anni Ottanta e fino agli Anni Novanta, portò allo sterminio di quasi tutti gli uomini d’onore, spegnendo così definitivamente i sogni di una gloria sinistra e ogni segnale di attività mafiosa a Siracusa.

Quello che rimane oggi a Siracusa, a parte i rapporti storici e conclamati tra la malavita organizzata e gli uomini della politica (vedi la cronaca della mafia politica siracusana), è la delinquenza spicciola, semi-organizzata, se proprio vogliamo forzare i termini, ma di mafia vera e propria non si può davvero più parlare. Rispecchia fortemente nella società, invece, l’attività criminosa minorile, con la formazione di vere bande dedite allo spaccio della droga, ai furti in genere, agli scippi e ai tanti reati cosiddetti minori, che con impressionante crescendo diventa il vero pericolo da tenere sotto controllo. Questo fatto si spinge oltre ogni limite sociale, poiché le leggi in materia sono ancora troppo permissive nei confronti dei minori; ecco perché i maggiorenni delegano i compiti operativi ai loro “picciotti”, ragazzi minorenni, per limitare i danni causati dalla lunga carcerazione. Rimangono caldi alcuni settori di attività criminosa, di delinquenza comune a titolo individuale, o al massimo attraverso la formazione di una squadretta, limitatamente all’attività dello spaccio di stupefacenti in forte ascesa, alle minacce semplici per estorcere del denaro nella misura di poche decine di euro, come un semplice vivere che un vero atto delinquenziale; ma l’attività illecita, forse a causa della crisi economica, sembra essere in timida ascesa, nonostante l’impegno investigativo e senza sosta delle forze dell’ordine con tanti arresti e tante denunce.

Quello che rimane un fatto di allarme sociale è la mafia-politica da tenere da conto. Proprio a Siracusa con i fascicoli denominati “Veleni alla Procura”, “Attacco alla Procura” e per ultimo “Sistema Siracusa”, diventano un caso nazionale e un segnale diretto, maligno e sinistro, in cui oggi la società moderna si sente seriamente minacciata. Un fenomeno che non è nuovo in Sicilia, ma a Siracusa appare oggi evidenziato come uno dei pericoli diretti al cuore delle Istituzioni democratiche per la violenza con cui è praticato.

Concetto Alota    

 

 

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