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Da sinistra,il comandante dei carabinieri Luigi Grasso,il procuratore capo Francesco Giordano, l'aggiunto Fabio Scavone

Siracusa, quell’inchieste dall’azione giudiziaria obbligatoria e le responsabilità diffuse

Sul “Caso Siracusa”, le dodici inchieste giudiziarie messi a “bollire” da parte della Procura della Repubblica per l’obbligatorietà dell’azione giudiziaria, molti rischiano di essere “revisionate” o “archiviate” per una serie di fatti e circostanze che fin dall’inizio hanno conformato caratteri critici su prove e avvenimenti. E per certi aspetti hanno, di fatto, solo sortito l’effetto scandalo attraverso l’informazione alla pubblica opinione. Perciò la questione rimane aperta da chi voleva approfittare dell’azione giudiziaria per mandare a casa la maggioranza del Vermexio, dapprima innervata in una condizione politica tutta interna al Pd siracusano, per poi sfuggire di mano e attraversare il deserto della polemica e dello scandalo a buon mercato e che ora rischia di fallire gli obiettivi sperati in una guerra senza regole, dove minoranza e maggioranza azzardano alla pari. Peraltro, gli effetti mediatici non sono stati sempre tradotti in fatti coerenti con la realtà; ma ciò spiega, forse, anche la genericità delle notizie diffuse sulle intercettazioni, che sembrano una pistola puntata al cuore della politica siracusana più che del diritto di cronaca sempre pronta a far fuoco. Si spiega così la demagogia delle dosi dispensate all’unanimità, nonché l’enfasi eccessiva sulla disastrosa battaglia, in particolare delle indagini, dietro la quale si nasconde l’immancabile diffidenza verso i magistrati.

In tal senso si registra la fermezza, l’equilibrio e la garanzia da parte del procuratore della Repubblica Francesco Paolo Giordano per le parti in causa, che come una linea di demarcazione è stato separato l’ordine delle cose, senza affrettare e mai limitare l’azione giudiziaria. Versanti che stagnano la logica sulla durata delle indagini, che fissano pressioni e paletti alla Procura per lumi e chiarimenti ad ogni rinvio a giudizio o archiviazione, per controbattere circostanze e obblighi già esistenti, ma che, di fatto, alla luce di nuovi elementi si vuole rendere più accostanti e non senza conseguenze le azioni di difesa e accusa. Purtuttavia, insistono nell’acquisizione delle notizie di reato e la contestuale iscrizione nel modello ventuno, regole certe, altrimenti il Pm ne risponde disciplinarmente. Insomma, alla fine abbiamo ogni giorno questo scenario disagiato, dove la Giustizia appare una formulazione burocratica che, per evitare sanzioni disciplinari e polemiche, tutti corrono a iscrivere chiunque nel registro degli indagati. Non è il caso di Siracusa, è bene chiarirlo a scanso di equivoci, ma di tutte le procure d’Italia. Uomini delle istituzioni, della politica, personaggi pubblici, imprenditori, indagati, sulla base alla necessaria denuncia o di un esposto. Si contesta ai giornalisti che i danni sarebbero limitati se la stampa fosse più seria e prudente. Ma poiché ci viene ripetuto che tutto rimane nel mondo effettivo, dove bisogna fare bene i conti, forse vale la pena riflettere sulle conseguenze e sul fatto che una notizia di reato è materia di cronaca, spesso pragmatica, che richiede un’attenta valutazione in primis del denunciante e solo dopo del magistrato, dal quale si pretendono poi professionalità e responsabilità nella gestione burocratica del proprio compito istituzionale. Il resto sarà ancora tanta emozionante cronaca. Ma i giornalisti fanno il loro semplice mestiere d’informare.

Concetto Alota

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