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Il depistaggio Eni corre sulla linea Trani-Siracusa

Dopo Messina, Roma, Milano, Siracusa e Perugia, a indagare sull’avvocato Piero Amara adesso c’è anche la Procura di Potenza. Per i pubblici ministeri potentini è stato “soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari sia a Trani che a Taranto”. Amara, tornato in carcere dopo a distanza di tre anni, avrebbe intrattenuto rapporti con l’ex procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo . Questi è accusato, quando era Procuratore a Trani, di aver accreditato all’Eni Amara come “legale intraneo agli ambienti giudiziari tranesi in grado di interloquire direttamente con i vertici della Procura”. 

Non solo la questione Ilva in questa nuova ordinanza, ma anche la vicenda giudiziaria passata alla storia come depistaggio all’Eni, che riguarda più da vicino la nostra città, luogo in cui cinque anni fa si è consumato uno dei passaggi fondamentali per l’inchiesta.  

La Procura di Potenza sostiene che con esposti anonimi, redatti da Amara, servivano «per accreditarsi presso i vertici Eni quale soggetto in grado di interloquire su tali procedimenti, veniva prospettata la fantasiosa esistenza di un preteso (ed in realtà inesistente) progetto criminoso – che risultava, in modo ovviamente artificioso, concepito in Barletta, affinché il fatto fosse di competenza della Procura di Trani – che mirava a destabilizzare i vertici dell’Eni ed in particolare a determinare la sostituzione dell’amministratore delegato De Scalzi».  

Si faceva apparire De Scalzi «come vittima di un complotto ordito da soggetti che avevano rilasciato presso la Procura di Milano dichiarazioni indizianti a suo carico». E la circostanza che il primo di tali esposti fosse pervenuto alla Procura di Trani in modo sospetto ed apparentemente inspiegabile, recapitato a mano, pur essendo anonimo, direttamente presso l’Ufficio ricezione atti senza.  

I fatti per i quali i fascicoli dell’indagine da Trani finiscono alla Procura di Siracusa sono noti perché confluiti nell’inchiesta denominata “Sistema Siracusa” e che qui ricordiamo anche perché, in parte, rappresentano alcuni capi d’imputazione al processo in corso di svolgimento dinanzi al tribunale di Messina. Com’è noto, il 14 agosto 2015 è stata depositata una denuncia alla Procura aretusea a firma di Alessandro Ferraro (imputato a Messina) a carico di ignoti. Dichiarava di essere stato vittima di un sequestro di persona ad opera di tre uomini armati, “due di colore e un italiano con accento milanese” che, dietro minaccia, gli avevano intimato di riferire informazioni sul deposito illecito di rifiuti radioattivi nel territorio del comune di Melilli. All’allora pm Giancarlo Longo, che aveva racconto la sua deposizione, Ferraro aveva riferito di avere collegato quel gesto a quanto da egli appreso a Milano da un cittadino nigeriano, dell’esistenza di un’organizzazione criminale finalizzata a destabilizzare il management di alcuni gruppi imprenditoriali italiani, tra i quali l’Eni, la cui base logistica era nel territorio siracusano. Il pubblico ministero Longo, dopo diversi interrogatori, il 30 marzo 2016 ha inoltrato una mail all’allora procuratore di Trani, Carlo Capristo a cui ha chiesto di trasmettere il procedimento che era pendente in quella Procura per vicende analoghe con l’intento di acquisirlo. In coda alla mail, Longo, sottolineando la delicatezza delle indagini, raccomandava al procuratore Capristo di depositare il fascicolo direttamente alla sua attenzione. 

Ricevuta la mail, l’ex procuratore di Trani ha chiesto ai sostituti Savasta e Pesce, assegnatari dell’indagine, di riferirne lo stato. Il 22 aprile 2016 i due sostituti hanno segnalato che negli uffici della Procura erano pervenuti degli esposti anonimi il cui contenuto era analogo alla denuncia presentata da Ferraro anche sotto il profilo della competenza territoriale. Dopo avere svolto un’articolata attività d’indagine con esito negativo, hanno condiviso la richiesta di trasmissione del procedimento alla Procura di Siracusa, informando il procuratore Capristo. Questi, nella stessa giornata, ha trasmesso la documentazione alla Procura aretusea, dove già era stato aperto il relativo fascicolo d’inchiesta. Il 5 luglio del 2016 gli atti di quell’indagine sono stati trasmessi alla Procura di Milano dall’allora procuratore capo Francesco Paolo Giordano e dall’aggiunto Fabio Scavone, i quali hanno chiesto a Longo di fare una relazione per spiegare le ragioni per le quali aveva chiesto la trasmissione diretta di atti alla sua segreteria da parte del procuratore di Trani senza informarli delle indagini, nonostante i fatti avessero una particolare rilevanza. 

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